“Chi l’ha visto?” è un sito pornografico…

(miro renzaglia) Alzi la mano chi non ha mai visitato un sito pornografico. Siete troppo impegnati a smanettare su youporn per alzarla? Fa niente: raccogliamo la vostra intima adesione ideale alla domanda. Del resto produrre e fruire pornografia in rete, in video, al cinema, nella pubblicistica cartacea non è affatto un’attività illegale. E, anzi, in epoca di italica recessione economica, rimane una delle poche attività produttive a restare con il segno positivo dei profitti. Il sesso, diciamolo francamente, tira sempre. Però, però…

Però sperate che non vi capiti mai di essere coinvolti, sia direttamente sia indirettamente, in fatti di qualche rilevanza penale. Oh! allora, se la polizia ritenesse di dare una sbirciatina alle vostre preferenze in  rete, e vi scoprisse traccia delle vostre curiosità di visita e per di più la notizia arrivasse a qualche solerte giornalista, potreste essere additati al pubblico ludibrio.

E’ accaduto ieri sera, ma il fatto si ripete da sempre, nella trasmissione di Federica Sciarelli “Chi l’ha visto?” in onda da decenni su Rai3. Il caso di cui si discuteva era la morte di Melania Rea, di cui unico imputato, per di più già in carcere preventivo, è il marito Salvatore Parolisi. Nello stagnare delle indagini giudiziarie che, al momento hanno prodotto solo indizi e nessuna prova a suo carico, i presenti in studio, fratello e zio della vittima, sotto l’esperta conduzione della Sciarelli, si sono concentrati sulla personalità dell’indagato. O, meglio ancora, sulle sue attitudini sessuali che, proprio dalla compulsione del suo pc, hanno rivelato certe sue predilezioni per i siti pornografici.

Il fatto, lo ripetiamo, non ha alcuna rilevanza penale. Ma ce l’ha nel disegnare intorno a Parolisi l’aura del perverso. Per un sillogismo molto traballante, un perverso può essere  capace di qualsiasi cosa, persino di uccidere.  In pratica, il messaggio che semiologicamente è o si voleva far passare è questo: guardava siti porno, quindi è un perverso, ergo: può aver ucciso. Il sillogismo è talmente traballante che, non lo fosse, sarebbe vero anche il contrario: un omicida accertato che non fosse spettatore o lettore di materiale pornografico potrebbe non essere colpevole dell’imputazione. Il che, appare evidente, è un assoluto paradosso.

Inoltre, la riduzione al cliché perversione = omicidio (ammesso e non concesso che guardare un sito porno sia indice di perversione) nasconde la radice della violenza sulle donne e la mistifica. Cito il Corriere della Sera  di oggi, che riprende un rapporto mondiale Onu sulla violenza di genere in Italia: «Nei primi mesi del 2011, le statistiche parlano già di 92 donne uccise. Nella stragrande maggioranza dei casi gli assassini sono all’interno della famiglia, mariti (36 per cento), partner (18), parenti (13), ex (9), persino figli (11)». Come se non bastasse, poi, «i dati sono sottostimati perché non tengono conto delle donne scomparse, dei ritrovamenti di donne senza nome o di tutti quei casi non ancora risolti a livello personale».

Sono dati che in sintesi ci conducono a due considerazioni: a) una donna ogni tre giorni muore per mano maschile; b) l’omicida è un conoscente stretto o un parente della donna.

La perversione, quindi, non c’entra nulla. E’ piuttosto la cultura che sottende al rapporto maschio-femmina e alle dinamiche familiari a provocare la strage continua.  Basta osservare l’ambito nel quale sarebbe maturato il delitto di cui stiamo parlando a partire dai soggetti coinvolti: il marito fedifrago, la moglie tradita, l’amante di lui. E’ il più classico dei triangoli affettivo-sentimentali cononsciuti dall’inizio della storia dell’uomo. Un cliché che si ripete puntualmente. Ed è su questo meccanismo, ipocritamente ritenuto anormale, che si innescano molti degli omicidi cosiddetti passionali.

E’ la normalità che uccide più spesso. Altro che perversioni. Ma indagare sulla banalità del male quotidiano  è molto più difficile e doloroso che mettere alla gogna mediatica, come in questo caso, presunte deviazioni sessuali. E, allora: vai con il porno…

miro renzaglia

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