Bennet Miller. L’arte di vincere

Torna di moda il baseball, nel cinema americano, e convince anche i membri dell’Academy.  L’arte di vincere (Moneyball), film diretto da Bennet Miller e basato sul libro Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game di Michael Lewis, si aggiudica ben sei nomination per l’Oscar 2012, dietro soltanto ai due grandi favoriti Hugo Cabret e The Artist.

Tratto da una storia vera, è lontano però dal classico film sportivo, perché il baseball è solo un pretesto, a ben guardare, per suggerirci altri e più interessanti spunti di riflessione sul funzionamento – e sulle conseguenti relazioni sociali ed economiche – di tutto l’apparato che è dietro lo sport professionistico e sul fatto che c’è sempre stata una regola aurea per ottenere il successo, la gloria e le vittorie: spendere più dei tuoi competitori.  Ma forse ci può essere un altro modo per vincere, ha pensato Billy Beane, il protagonista di questa storia. Un modo in cui Davide sconfigga Golia, servendosi dell’astuzia, dell’ingegno e soprattutto delle rilevazioni statistiche. Siamo alla fine della stagione 2001, e gli Oakland Athletics perdono l’incontro decisivo con i New York Yankees. Squadra dal budget fortemente limitato, gli Oakland hanno fatto veri e propri miracoli sportivi per arrivare a competere con i colossi del baseball, ma al termine del torneo sono costretti a capitolare e a cedere i loro pezzi pregiati alle grandi squadre, a ricominciare daccapo confidando nei propri talent scout. Il General Manager Billy Beane (Brad Pitt) non ci sta più, e nel tentativo di rendere la sua squadra nuovamente competitiva  ingaggia Peter Brand, un giovane laureato in economia a Yale che gli offre teorie rivoluzionarie, e a buon mercato, per organizzare una squadra vincente. Inizialmente in società sono tutti spiazzati, ma Beane sostiene la sua scelta contro tutto e tutti, inimicandosi i più. La nuova stagione comincia male, con una serie preoccupante di sconfitte, ma Bean persevera nell’appoggiare le teorie di Brand, fino a licenziare importanti giocatori e a inimicarsi del tutto l’allenatore Art Howe (Philip Seymour Hoffman) per creare il perfetto incastro teorizzato dal giovane a cui s’è affidato. Questa volta il tempo gli dà ragione, e gli Oakland risalgono vertiginosamente dai bassifondi della classifica per infrangere ogni record di vittorie consecutive ottenuto nella storia del baseball americano. E così si arriva ancora all’ultimo atto, per Beane l’unico che conta, a dispetto della gloria momentanea e dei record: la finale che determina la sconfitta o la vittoria.

Nonostante la confezione tipicamente hollywoodiana e il taglio da opera evidentemente mainstream, L’arte di vincere è un film tutt’altro che di puro e semplice intrattenimento, capace invece di agire in profondità fino a scuotere le emozioni meno sollecitate dello spettatore in cerca di cinema di qualità.

L’opera di Miller, già apprezzato in Truman Capote: a sangue freddo, si dimostra subito solida e interessante, scegliendo una visuale davvero inconsueta entro la quale inquadrare il popolare sport americano, dosando per difetto le incursioni sul campo da gioco e basandosi maggiormente sul dietro le quinte e sulle emozioni dei personaggi che stanno dietro alla ribalta. Billy Beane era uno che quella ribalta poteva farla sua, da ragazzino prodigio qual era. Invece si ritrovò a vivere una vita dietro le quinte, dopo aver rinunciato a una borsa di studio a Stanford per seguire il suo sogno di vittoria e la passione per il baseball.

Da giovane astro nascente a giocatore fallito il passo è stato breve, e Beane vive e respira questo insuccesso personale in tutti gli ambiti della sua vita, a distanza di anni. Tale è e resta il suo nodo irrisolto, perché Beane ha inseguito la gloria attraverso l’impegno per Gli Oakland Athletics a dispetto della montagna di soldi che gli offrirono i Boston Red Sox, come documenta il film di Miller, il quale ci dice che il General Manager che rivoluzionò il baseball insegue ancora oggi il suo sogno di vittoria sulle superpotenze del baseball.

A dar vita pulsante a Beane, sulla ribalta immaginata da Miller, è un ottimo Brad Pitt, candidato anch’egli all’Oscar per un’interpretazione notevole che lo trova insolitamente a suo agio in una misura che gli è davvero inconsueta. La sua presenza scenica sorregge l’opera ma non è da meno l’interpretazione dell’apparentemente impacciato Jonah Hill, già apprezzato in Cyrus e qui degno contraltare di Pitt in duetti che restano impressi per il gioco di sguardi e la loro essenzialità, favoriti da una scrittura chirurgica affidata alla penna, sempre tagliente, di Aaron Sorkin (La guerra di Charlie Wilson, The Social Network). Sottoutilizzato invece Philip Seymour Hoffman, tenuto fin troppo in disparte da una sceneggiatura che, visto il ruolo, poteva senza dubbio coinvolgerlo maggiormente.

Nonostante il limitato impiego di un grande attore come Hoffman, la pellicola suscita solo motivi di interesse ed è ben congegnata sia dal punto narrativo che da quello tecnico. Suggestiva anche la colonna sonora di Michael Danna: lieve e mai ingombrante, contrappunta magistralmente la verve intimistica di una pellicola che capovolge i canoni classici dei film a tema sportivo e di baseball in particolare. E allora, non è tanto il baseball che torna di moda, come con vago intento provocatorio ho insinuato all’inizio, quanto la voglia di narrare la faccia meno consueta del grande intrattenimento, lì dove denaro e rapporti di potere, come in altri ambiti della vita quotidiana, determinano gli opposti antitetici vittoria-sconfitta. Ma il confine tra i due possibili eventi, sia dal punto di vista razionale che psicologico è più labile di quel che è immaginabile, come ci insegna la storia di Billy Beane.

Interessante e per certi versi dolorosa variante sulle glorie e i rovesci dell’american dream – evocato con retrogusto efficacemente malinconico e innesco per una riflessione più ampia ed evidentemente politica su uno dei tanti meccanismi di potere e controllo che il sistema democratico ha sul popolo (lo sport) –  L’arte di vincere è un film con tutte le carte in regola per incontrare il favore di chi è in cerca di un cinema di qualità che coniughi intrattenimento e riflessione, pathos drammaturgico e interpretazioni di livello.

Federico Magi

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