Atene. Da culla a tomba dell’Europa…

Questo articolo non ha la pretesa di essere un reportage esaustivo sulla “Crisi Greca”, ma vuole semplicemente essere una raccolta di pensieri che, da turista, ho voluto mettere insieme alla luce dell’ultima rivolta ateniese.

La prima volta che sbarcai ad Atene fu nel maggio del 2006. Con alcuni amici e quella che sarebbe poi diventata la mia compagna di vita, trascorremmo alcuni giorni di vacanza nella capitale e sull’isola di Mykonos, nelle Cicladi. Da allora, ogni anno torniamo in Grecia per trascorrere le nostre vacanze estive. La città, in quei giorni, era ancora ebbra delle emozioni di due anni prima, quando si svolsero i giochi olimpici, e il clima che si respirava era di serenità e spensieratezza, le vie pulite e ordinate, piene di persone che passeggiavano e affollavano bar, ristoranti, caffetterie e negozi.

Mykonos, da lungo tempo meta preferita del turismo omosessuale e naturista, era ancora un gioiello di spiagge quasi incontaminate, mentre la Chora, il villaggio principale, colpiva per l’eleganza un po’ snob delle sue stradine labirintiche che, un tempo, rappresentavano la prima difesa contro le incursioni dei pirati dell’Egeo. Solo due anni più tardi, trovammo l’isola profondamente cambiata: la speculazione edilizia abusiva aveva colonizzato larga parte delle coste e dell’entroterra, luoghi in cui  costruire una casa non era permesso, ma il massimo che poteva succedere era che le autorità non concedessero l’allacciamento di luce e gas. Il problema, quindi, veniva risolto con l’installazione di pannelli solari, in un posto dove da aprile a ottobre il sole e le temperature calde certo non mancano. Il turismo, nel frattempo, cambiò completamente tipologia. Il completamento del Nuovo Porto attirò sull’isola l’invasione delle navi da crociera, mentre i voli low cost portarono orde di ragazzini in cerca di avventure facili e divertimento selvaggio. Notammo di conseguenza la diminuzione degli omosessuali e, sulle spiagge ormai occupate da discoteche e discobar, dei naturisti. Ad Atene, invece, niente faceva presagire ciò che poco più di un anno dopo sarebbe successo: l’unica preoccupazione fu causata da un terribile incendio che devastò incessantemente per alcuni giorni intere colline alle porte della città.

A Giugno del 2009, la Grecia era in piena campagna elettorale. Il Governo di Nea Demokratia (centro destra) era caduto per scandali legati alla corruzione e il ritorno del PASOK (socialisti, o forse sarebbe meglio dire: della famiglia Papandreu. Georgos è la terza generazione di leader del partito, dopo il nonno e il padre) al Governo era cosa abbastanza scontata. Allora le piazze erano invase da cittadini che festeggiavano in anticipo il futuro premier. Non appena insediato, però, Papandreu scoprì il segreto di pulcinella: il Governo precedente, pur di “restare” in Europa, aveva truccato i conti pubblici, come un studente delle superiori fa con la firma dei genitori sul libretto delle assenze. Il rapporto debito pubblico/PIL era fuori controllo, serviva un’urgente cura draconiana e probabilmente un aiuto esterno. Le riforme portarono alle prime proteste di piazza. Furono indetti diversi scioperi nel settore pubblico, dai tassisti, dai portuali del Pireo. Il Governo Papandreu si rese conto ben presto che non avrebbe potuto far fronte ai propri debiti da solo, per questo chiese aiuto alla troika UE, BCE, FMI e da lì iniziò la vera tragedia greca: i prestiti sarebbero stati accordati solo dopo l’attuazione di violente riforme sociali ed economiche che avevano più l’odore nauseabondo del ricatto, che non della sussidiarietà fra stati della stessa unione.

La conferma è data dal fatto che la Grecia per ottenere i mega prestiti necessari alla sua sopravvivenza, dal 2009 è costretta ad acquistare armamenti dalle industrie belliche di Germania e Francia, come riportato con un certo imbarazzo dalla stampa tedesca e dal Wall Street Journal, per un importo totale pari al 3% del proprio PIL. Niente male per una Nazione in pace! Le tensioni storiche con la Turchia non giustificano spese che, secondo il comando NATO, mettono la Grecia al quinto posto mondiale per acquisto di armi e mezzi militari! E’ evidente, al contrario, che le carogne che governano Francia e Germania abbiano intravisto nella crisi greca l’occasione di ingrassare le rispettive industrie! A ciò bisogna aggiungere che gli enormi prestiti e gli investimenti massicci sui titoli del debito pubblico sono arrivati soprattutto dalle banche franco-tedesche, con tassi di rimborso talmente elevati da garantire contro ogni rischio di default. Il problema è che il rapporto debito/PIL oggi raggiunge l’esorbitante cifra del 160% e, ricordando per esempio che quando l’Argentina fallì quella stessa cifra era al 90%, è facile intuire che Atene non possa rifondere i prestiti ricevuti, considerando anche che la Grecia è uno Stato che esporta solo il 10% dei propri prodotti, principalmente con il settore farmaceutico, mentre al suo interno soffre pesantemente del clientelismo degli anni passati che ha creato un esercito di dipendenti pubblici inutili.

Il turismo è, ovviamente, una risorsa importante, che però beneficia soprattutto gli armatori dei grandi traghetti e gli abitanti delle isole, dove infatti la crisi, ancora nel 2011, si sente poco rispetto al continente. Molto della grande imprenditoria è in mano allo Stato. Tra le riforme imposte ai greci c’è anche quella che diminuisce gli stipendi minimi a 580€ al mese, anche nel settore privato (ma perchè poi anche nel settore privato?!) e taglia drammaticamente a 300€ al mese le pensioni di anzianità. Uno Stato che non esporta, che ha una disoccupazione al 20% della forza lavoro (50% tra i giovani), le retribuzioni ridotte, le tasse enormemente aumentate (addirittura infilate nella bolletta della luce, così che se non paghi, ti tolgono l’elettricità), i consumi interni conseguentemente depressi, come può restituire le centinaia di miliardi di euro ricevuti in prestito, se non affamandolo per chissà quanti decenni?

Già ai tempi della creazione dell’Europa (dis)Unita si discusse ampiamente sull’opportunità di far entrare da subito lo stato ellenico: il permesso fu accordato solo ed esclusivamente per motivi storici e culturali: un’Europa senza Grecia, si disse, è un’Europa monca delle sue origini. Ma quali origini poteva ormai vantare una nazione che era stata dominata per quattro secoli dagli antichi nemici turchi e che nella cultura, nella popolazione, perfino nel cibo porta indissolubili tracce di quella contaminazione? Curioso notare come il leader della rivoluzione fosse Eleftherios Venizelos, antenato dell’attuale ministro dell’economia, chiamato da Papandreu prima e da Papademos oggi, a eseguire supinamente gli ordini che arrivano dalla Ue, dal FMI, e dalla BCE: dal padre dell’indipendenza all’esecutore fallimentare della dignità greca! Del resto, tutta questa vicenda rappresenta una sorta di nemesi storica beffarda. Da culla della civiltà europea, oggi la Grecia è diventata la tomba dell’Europa (dis)Unita. L’accanimento terapeutico che impedisce ad Atene di dichiarare un fallimento che è evidente a tutti, è solo un vile stratagemma di Merkel e Sarkozy a tutela della propria alta voracità. La coppia più fastidiosa del mondo sta tenendo in scacco da sola tutta la politica europea, dalle decisioni in materia di bilanci pubblici fino alla scelta delle future sedi olimpiche.

E’ un dato talmente acclarato che stupisce il silenzio colpevole degli altri governi, della stampa e di quegli intellettuali che si risvegliano solo se qualche squinternato compie stragi nel nome della purezza razziale. Eppure è chiaro che stiamo vivendo un’epoca storica di cambiamenti che, se lasciati scorrere nell’avidità di pochi e nella cecità dei molti, rischiano di travolgere violentemente tutte le istituzioni.

La prima vittima potrebbe essere, appunto, la Grecia: il PASOK è crollato dal 40 all’8% dei consensi, mentre Nea Demokratia è da tutti considerata la principale colpevole del disastro in corso, l’estremizzazione della politica ha superato i livelli di guardia non solo con le rivolte di piazza, ma anche con gli attentati alle sedi dei partiti di estrema destra e sinistra. Il rischio di un deriva destabilizzatrice è dietro l’angolo, visto e considerato che 40 anni fa i greci erano sotto la dittatura dei militari che rovesciarono il Governo per arginare una crisi economica che anche allora mise in ginocchio la nazione. Solo l’ottusità e la connivenza con il potere dei commentatori di parte può ignorare i segnali che arrivano dalle piazze!

Atene nel 2010 si era già trasformata in una città depressa e violentata. Piazza Omonia, attorno alla quale risiedono lussuosi hotel per turisti, era diventata un accampamento di disoccupati, senza casa, tossici e spacciatori che alla luce del giorno e senza troppe preoccupazioni di farsi notare commerciavano droga con i propri clienti. Nel 2011 trentamila attività commerciali sono state chiuse, il cartello “affittasi” o “vendesi” campeggia desolatamente su tante vetrine abbandonate alla rovina, i ristoranti, anche nel quartiere di Plaka, ai piedi del Partenone, svuotati, i suicidi sono aumentati esponenzialmente, mentre in via Ermou, l’arteria commerciale che nasce da piazza Syntagma, sede del Governo, non erano pochi i barboni che rovistavano nell’immondizia del Mc Donald’s alla ricerca di qualche scarto per sfamarsi. Di fronte, nel parchetto ai piedi del parlamento, accampamenti di “indignados” presidiavano ventiquattro ore al giorno, con cartelli, striscioni, chitarre, circondati da banchetti ambulanti che vendevano gyros giganteschi, dolci e birre calde. Una sensazione di malinconia e rassegnata disperazione pervadeva ogni angolo di una città che solo cinque anni prima ci si presentava solare e radiosa.

E il peggio deve ancora venire.

Come si fa, quindi, a non schierarsi con chi, offuscato dalla rabbia, offeso nella dignità, privato della speranza, assalta gli edifici delle istituzioni in un impeto di rivolta contro l’oppressione europea? Noi sappiamo dove stare: sulle barricate, al fianco del Popolo Greco!

Alessandro Cappelletti

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