Art. 46. Alcuni fondamentali…

Quello che segue è il preambolo a un disegno di legge applicativo dell’art. 46 della Costituzione italiana presentato, nel 2001, dal senatore Lodovico Pace (insieme ad altri) al Parlamento. Ovviamente, fu abortito nei meandri delle procedure burocratiche. Per quanto abortito, i fondamentali risultano assolutamente compatibili con quello che si propone Il Fondo, nella sua iniziativa di proposta di legge popolare.  Per questo, in attesa della nostra nuova proposta di legge, lo proponiamo.

La redazione

 

La necessita di giungere, in tempi brevi, ad una ridefinizione del ruolo delle parti sociali, all’interno del sistema sociale ed economico italiano, impone che sia affrontata la questione della promozione di imprese a statuto partecipativo all’interno del sistema produttivo, sancita dall’articolo 46 della Costituzione, che da cinquanta anni vanamente recita: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».

Le basi per l’innovazione trovano ulteriore riscontro, sempre all’interno del dettato costituzionale, sia nel secondo comma dell’articolo 3 che nel terzo comma dell’articolo 41, che rispettivamente prevedono: «compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»; e «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

Le proposte di legge di attuazione dell’articolo 46 della Costituzione, presentate ripetutamente nelle precedenti legislature dal gruppo parlamentare del Movimento sociale italiano, si erano arenate nell’indifferenza e nella diffidenza delle altre rappresentanze politiche, già propense, all’epoca della Costituente, a ridurre la portata dell’articolo 46, che nella sua formulazione originaria parlava

esplicitamente non di «collaborazione» ma di «partecipazione» vera e propria dei lavoratori nelle proprie imprese di lavoro. Ma il mondo del dopoguerra era ancora profondamente scosso dalla fine del conflitto e impregnato di cultura classista, così prevalsero gli interessi di chi voleva mantenere un clima conflittuale all’interno del mondo della produzione.

Oggi, al contrario, riteniamo che l’attualità del tema sia cresciuta tanto da poter aspirare ad una migliore accoglienza del presente disegno di legge, peraltro formulato su basi profondamente innovative rispetto al passato.

Il sempre più diffuso obiettivo aziendale della ottimizzazione dell’impiego delle risorse umane, richiede necessariamente una crescente partecipazione dei lavoratori dipendenti alla gestione e ai risultati dell’impresa. È la risorsa umana il bene più importante per l’impresa ed è l’uomo che le moderne tecniche di gestione aziendale pongono al centro della nuova economia, dopo la fine del modello «fordista» di impresa.

La sfida rappresentata dagli elevati indici di disoccupazione che caratterizzano tutti gli Stati membri dell’Unione europea, e in particolare l’Italia, devono far riflettere sulla necessità di incidere, in modo strutturale, sulla salvaguardia dell’occupazione, attraverso strumenti di responsabilizzazione di tutti gli attori del vissuto aziendale.

La legittimazione democratica che scaturisce da una necessaria condivisione delle responsabilità, eleva il ruolo delle parti sociali dalla storica contrapposizione della lotta di classe, all’alleanza necessaria al consolidamento del «Sistema Paese».

È nostro compito creare le premesse affinché la coesione sociale e il tessuto produttivo nazionale, non più terreno di scontro tra ideologie, siano tutelati come bene nazionale.

Lo stesso premio Nobel per l’economia Maurice Allais ha sottolineato, con forza, i rischi che comporterebbe per le democrazie occidentali l’affermazione nel mercato globale di un’economia ispirata al modello di un liberismo darwiniano che niente altro è che una cinica riedizione moderna del laissez faire ottocentesco, nella crescente e sempre più drammatica disoccupazione strutturale che affligge da alcuni anni tutti i Paesi sviluppati, allargando l’area della povertà ed ampliando pericolosamente all’interno della società il divario tra ricchi e poveri.

Appare evidente che in un corretto modello di sviluppo europeo debba prevalere la tendenza a dare ascolto ai rappresentanti dei lavoratori i quali, avendo la lunga durata del posto di lavoro tra i primi obiettivi, contribuiscono ad allargare la visione pluriennale delle strategie di impresa, rispetto a modelli di totale deregulation che, orientati all’ottenimento di risultati economici immediati, perdono di vista il contributo strategico che, nel medio e lungo periodo, viene assicurato dalla partecipazione costruttiva al processo decisionale da parte delle componenti sociali interne all’impresa.

La partecipazione, quindi, mai come ora, non solo può realizzare l’indicazione costituzionale che la vuole «in armonia con le esigenze della produzione», ma può diventare fattore di rafforzamento della competitività.

Nel nostro Paese, anche i più accreditati studiosi di relazioni industriali affermano con sicurezza che il «clima sociale» del mondo del lavoro è profondamente cambiato negli ultimi anni, e che la partecipazione rappresenta il modello relazionale e contrattuale più idoneo ed efficiente per affrontare le nuove sfide economiche e garantire la pace sociale.

Il presente disegno di legge, intende, a maggior ragione, dare concreta attuazione, al punto 8 della Carta sociale europea, che sancisce «il diritto dei lavoratori all’informazione, alla consultazione ed alla partecipazione».

Proponendo, appunto, di adottare le forme partecipative, anche gli organismi della Comunità europea si sono evidentemente preoccupati, proprio come i nostri costituenti, di suggerire un modello che si fosse già dimostrato non solo pienamente compatibile «con le esigenze della produzione», ma addirittura strumento di coesione sociale e di sviluppo.

Se la funzionalità della partecipazione è stata sperimentata soprattutto in Germania ed ha avuto nella Repubblica di Weimar i suoi primi fermenti, non vanno tuttavia dimenticate le radici nazionali e religiose che ne fanno un’aspirazione lungamente coltivata nel pensiero italiano, a cominciare dalla socialità mazziniana, tesa sino dalla metà del secolo scorso a propugnare l’unione di capitale e lavoro nelle stesse mani.

Proprio nel quadro di una ispirazione mazziniana espressamente dichiarata, FilippoTommaso Marinetti, in Democrazia Futurista del 1919, aveva ampiamente riportato, facendolo proprio, un programma di Filippo Carli, illustre economista, allora segretario generale della camera di commercio di Brescia, per la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Si tratta di un documento conservato, soprattutto per tradizione letteraria, in Teoria e invenzione futurista di Marinetti nei Meridiani della Mondadori, ma che è interessante ripercorrere con il dibattito suscitato a decorrere dal marzo 1918 sulle pagine di una celebre rivista di politica industriale nazionale, Le Industrie Italiane Illustrate di Umberto Notari, dove proprio Filippo Carli firmò un saggio sulla partecipazione degli operai alle imprese, a cui fece seguito nel numero di maggio un altro suo articolo sull’alleanza tra capitale e lavoro.

Ricordiamo che, rispondendo alle sollecitazioni di Filippo Carli, anche un grande industriale d’avanguardia, il barone Alessandro Rossi di Schio, nel numero del 15 settembre 1919, si adoperò a smantellare chiusure e pregiudizi nei confronti di operai, spesso analfabeti, per porre, anche da parte padronale imprenditoriale, le basi di un patto fra produttori all’insegna della democrazia industriale: «Ogni fabbrica possiede del personale più attivo, più intelligente, più colto della massa e quasi sempre si osserva che, con profondo intuito, le maestranze stesse conoscono quali sono i loro compagni che meritano non solo la loro fiducia, ma una speciale loro deferenza. Ne abbiano prova nelle commissioni interne ormai in vita presso tutte le fabbriche, in cui abbondano elementi giovani pieni di energie costruttrici e pieni di volontà di fare. Chiamiamo questi elementi a partecipare ai fatti che ispirano l’azione dirigente».

Anche il liberale Giovanni Giolitti, l’8 febbraio 1921, aveva presentato come Presidente del Consiglio dei ministri un disegno di legge sul controllo delle industrie da parte dei lavoratori che vi sono addetti, anche allora richiamandosi a precedenti europei tra cui quello tedesco della legge 4 febbraio 1920 sul consiglio di azienda, la quale ha il suo fondamento nell’articolo 165 della Costituzione di Weimar.

Nel contesto di questa ricostruzione storica si deve ricordare che nel dibattito della Assemblea costituente sull’articolo 46 ebbe importanza rilevante il «movimento dei consigli di gestione», sviluppatosi a cavallo del primo dopoguerra. Questo movimento prende le mosse, durante il periodo bellico, dal decreto legislativo 12 febbraio 1944, n. 375, sulla «socializzazione delle imprese», promulgato dal Governo della Repubblica sociale italiana, che prevedeva l’inserimento di rappresentanti dei lavoratori nei «consigli di gestione» delle imprese.

Il 17 aprile 1945 il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, pur abrogando il decreto legislativo n. 375 del 1944 e i successivi decreti di socializzazione delle singole imprese, mantenne in vita i consigli di gestione promuovendo nuove elezioni dei rappresentanti dei lavoratori.

La proliferazione dei consigli di gestione nelle imprese di vario carattere e tipo (circa 500 nell’estate del 1946), con diversi statuti e con poteri più o meno estesi, avvenne dapprima sul piano dell’autorganizzazione operaia, poi su quello della contrattazione d’impresa, per ridursi, in fine, dopo l’estromissione delle sinistre dal Governo (maggio 1947), al ruolo di semplice organizzazione collaterale del movimento sindacale, sempre meno interessato alla gestione aziendale e sempre più rivolto alle lotte di classe sul salario e sui contratti nazionali.

Parallelamente ai contributi offerti dalle correnti storiche d’ispirazione nazionale, liberaldemocratica e socialista, analoghe istanze partecipative sono state espresse dalla dottrina sociale della Chiesa, istanze a cui si è ispirato il pensiero dell’Opera dei congressi e di Giuseppe Toniolo.

Ricordiamo alcune tappe fondamentali di questa dottrina: di Leone XIII la Rerum novarum del maggio 1892, in cui si afferma che: «Allo scioglimento della questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi, con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisogni e ad avvicinare ed unire le due classi tra loro».

Di Pio XI la Quadragesimo Anno del 1931 dove si sostiene (paragrafo 66): «Stimiamo sia cosa più prudente che, fin dove è possibile il contratto del lavoro venga temperato alquanto col contratto di società, come si è cominciato a fare, in diverse maniere, con non poco vantaggio degli operai stessi e dei padroni. Così gli operai diventano cointeressati o nella proprietà o nella amministrazione, o compartecipi in certa misura, agli utili ricavati».

Di Giovanni XXIII nel paragrafo 95 della Mater et Magistra (1961): «Riteniamo che sia legittima nei lavoratori l’aspirazione a partecipare attivamente alla vita delle imprese, nelle quali sono inseriti e operano». Di Giovanni Paolo II, con la Laborem exercens, del 1981 (paragrafo 8d) ove rammenta: «(…) Le numerose proposte avanzate dagli esperti della dottrina sociale cattolica ed anche del supremo Magistero della Chiesa. Queste sono le proposte riguardanti la comproprietà dei mezzi di lavoro, la partecipazione dei lavoratori alla gestione e/o ai profitti delle imprese, il cosiddetto azionariato del lavoro, e simili».

La Centesimus Annus, del 1ã maggio 1991, ove Giovanni Paolo II al paragrafo 35 ammonisce che: «Si può giustamente parlare di lotta contro una sistema economico inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e delle terra, rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo.

A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di Stato, ma una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società».

Ed infine nell’Assemblea annuale dell’Episcopato italiano il 22 maggio 1998 il Santo Padre ha affermato: «Per combattere la disoccupazione bisogna sperimentare con coraggio modalità inesplorate di partecipazione».

Da ultimo il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, prestigioso esponente del cattolicesimo liberale, nelle considerazioni finali della sua relazione all’Assemblea della Banca d’Italia del 30 maggio 1998 ha sostenuto ancora una volta «la necessità di sistemi di remunerazione che, agevolando l’adeguamento del costo del lavoro alle condizioni delle economie, alle fasi produttive e alla situazione dell’azienda, possano creare le premesse per un legame sempre più stretto tra interessi del lavoro ed interessi dell’impresa, favorire la competitività e l’occupazione».

Oggi il principio partecipativo si pone come parte integrante e fondamentale di quel «Modello renano» che la dottrina corrente, a partire dal francese Michel Albert (Capitalismo contro capitalismo, il Mulino 1992), considera non solo elemento distintivo del capitalismo sociale europeo in contrapposizione a quello statunitense, ma anche ragione dei suoi successi negli ultimi de cenni, in chiave sia puramente economica che di coesione sociale.

La raccomandazione del Consiglio europeo del 27 luglio 1992 «concernente la promozione della partecipazione dei lavoratori subordinati ai profitti ed ai risultati dell’impresa», considerato che la promozione della partecipazione finanziaria alle imprese dei lavoratori subordinati può avere effetti positivi sulla motivazione e sulla produttività dei dipendenti, nonché sulla competitività delle imprese, invita gli Stati membri a: a) introdurre nelle imprese la partecipazione agli utili o l’azionariato dei lavoratori, oppure una combinazione delle due formule; b) prendere in esame la possibilità di accordare incentivi di ordine fiscale o finanziario per incoraggiare l’introduzione di meccanismi di partecipazione; c) incoraggiare l’uso di formule di partecipazione, agevolando la messa a disposizione di informazioni adeguate.

Successivamente nelle due relazioni Pepper del 24 luglio 1997 ed Hermange del 15 gennaio 1998, predisposte dagli organismi dell’Unione europea per verificare lo stato di attuazione della precedente raccomandazione del Consiglio, è emerso che: a) la partecipazione dei lavoratori ai profitti ed ai risultati dell’impresa, a prescindere dai metodi e dai modelli utilizzati, si associa sempre ad una maggiore produttività e ad un discreto aumento dell’occupazione; b) la partecipazione di cui alla lettera a) rafforza l’attaccamento dei dipendenti alla loro impresa, incoraggiando allo stesso tempo l’acquisizione di qualifiche professionali; c) manca completamente una legislazione adeguata per l’applicazione dei sistemi di partecipazione, soprattutto per un’eccessiva ostilità dei sindacati all’uso dei di partecipazione, percepiti come uno strumento per introdurre una flessibilità incontrollata dei salari all’interno del mercato del lavoro; d) è opportuno che gli organismi dell’Unione europea propongano agli Stati membri una normativa quadro sulla partecipazione.

Le forme di partecipazione possono essere realizzate sia attraverso l’applicazione dell’articolo 47 della Costituzione, che prevede di favorire l’accesso del risparmio popolare all’investimento  azionario, sia attraverso il principio indicato nell’articolo 46 secondo cui il diritto di partecipare con propri rappresentanti alla vita dell’impresa sorge nei lavoratori dipendenti per il fatto stesso di condividere la comunità di destino con il proprio lavoro.

Il lavoratore può essere rappresentato nei consigli di amministrazione in quanto tale e non solo se trasformato in azionista, nel qual caso acquisterà solo un titolo aggiuntivo alla rappresentanza.

Nel presente disegno di legge si prevede l’istituzione facoltativa di «società a statuto partecipativo», previa conforme deliberazione dell’assemblea straordinaria dei soci e dell’insieme dei lavoratori dipendenti o, nel caso di società di nuova costituzione, tramite una delibera di approvazione della commissione regionale per l’impiego.

Lodovico Pace ( e altri)

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