Antonio Pennacchi. Giocando a scacchi con Fëdor Dostoevskij…

Quella che segue è la versione definitiva del saggetto “Dostoevskij e Il giocatore“, che uscì in forma assai ridotta (la sola prima parte) nel luglio 2010 per la Biblioteca di Repubblica e che esce adesso invece in versione integrale sul numero di febbraio 2012 di Limes.

A Barbara Alberti (lei sa perché)

C’è stato un tempo – da giovane – in cui pensavo che il capolavoro assoluto di Dostoevskij fosse Il giocatore, mentre Delitto e castigo e I fratelli Karamàzov fossero due mattoni tra capo e collo. Ora è chiaro – ma m’era stato più o meno chiaro già allora – che il romanzo nell’Ottocento doveva rispondere anche a bisogni e funzioni che oggi non ha più. Mica c’era internet allora – né televisione e cinema – e la lettura doveva servire pure a far passare il tempo, almeno alle classi alte che erano le uniche a saper leggere e che erano anche le uniche, soprattutto, a non dover andare a lavorare. Ma quando è troppo è troppo, benedett’Iddio, e una sforbiciata di tre o quattrocento pagine – pensavo – non credevo gli avrebbe fatto troppo male.

Ma ero un po’ sbrigativo da giovane e oggi non lo penso più. Oggi so che anche I Karamàzov e Delitto e castigo sono pietre miliari nella storia del pensiero umano – sono essenziali – perché c’è un prima e un dopo Dostoevskij nella letteratura universale: un diverso modo di guardare dentro i recessi d’ogni uomo nella sua più complessiva avventura dentro il cosmo. Prima non c’era e dopo Dostoevskij c’è. Ciò non toglie però che ll giocatore – nella sua specifica essenza di “romanzo” – continui sempre a piacermi di più. E’ lui la punta massima – per me – di Dostoevskij narratore, perché il romanzo è romanzo, non è il saggio filosofico: è res gestae, da che mondo è mondo. Non è res cogitatae.

Dice: “E il romanzo filosofico, allora?”. Ah, queste sono fesserie che s’è inventato il Novecento, quando non è stato più capace d’inventarsi i romanzi veri.

Se tu mi vuoi dire che anche il romanzo deve comunque saper insegnare qualcosa – aprire nuove finestre, nuovi sguardi sul reale – qui non ci piove. Ma bisogna vedere come lo fa. Se raccontando i fatti riesce a calarti nei personaggi e nelle situazioni sino a farti identificare e dire a un certo punto: “E se fossi io al suo posto? Cosa avrei fatto io? Non è che magari avrei ucciso, o sarei fuggito pure io?”, allora il romanzo è fatto bene e ti ha aperto anche quelle nuove finestre (“gli orizzonti d’attesa”, li chiama Jauss). Ma se il romanzo non racconta i fatti o li racconta male, con continue digressioni che te li spiegano – quasi più le digressioni che i fatti, più spiegazioni che narrazioni – tu alla fine dici: “Vabbene va’, la prossima volta mi leggo Wittgenstein”. Questa è la differenza tra conoscenza per via estetica e conoscenza per via di logica: nella prima conosco attraverso i sensi, per pura intuizione; nella seconda, invece, attraverso il ragionamento. Ma sono due mestieri diversi, non è lo stesso mestiere: in uno “vedi” e già “sai”, nell’altro ti devi convincere.

Dice: “E le contaminazioni? Non sono possibili le contaminazioni?”. Certo, e come no? Tutta la vita è contaminazione. Ma cum grano salis però, sia nella vita che nel romanzo. Nel romanzo, una spiegazione ogni tanto ce la puoi pure mettere – senza però trattare il lettore da imbecille, intestardendoti a spiegargli anche quello che dovrebbe avere già capito da solo – ma se i fatti che tu racconti sono un mero pretesto per potergli ammannire le tue elucubrazioni, allora no compa’, allora è meglio che ti scrivi un saggio. Dice: “E il Novecento? E tutta la critica del Novecento, allora?”. Mi dispiace per tutto il Novecento, ma l’estetica è così, non l’ho inventata io.

Io comunque non faccio il critico, faccio il narratore e per me Il giocatore è un capolavoro. Non c’è una sola parola di troppo. Tu leggi i primi fatti ed immediatamente sei Aleksej Ivanovič, invaghito a morte di questa sciacquetta di Polina che non lo vuole, gli preferisce sempre gli altri. Ti diverti con lui – ti metti a ridere, pure – e scorri al volo sopra ogni pagina per arrivare subito all’altra, per vedere come va a finire. E quando hai divorato pure l’ultima, tu hai capito tutto del gioco, della compulsività del gioco e di tutte quelle altre importanti cose di cui discutono ogni giorno gli psichiatri in tv, e scrivono articoli e libri – montagne di libri – sulla gente che si rovina coi Gratta e vinci, sulle mamme che si scordano i figli in macchina per andare a giocare alle slot-machine: “Mo’ vinco, mo’ vinco!”. Si giocano la via di casa, mentre lo Stato ci s’ingrassa e queglialtri scrivono i saggi di psichiatria per spiegarti che ciò che conta – nel gioco – è il gioco in sé, non se si vince o se si perde. Anzi, più si perde e più si gode. Masochisticamente, ma si gode. Solo che stava tutto già scritto dentro Il giocatore di Dostoevskij, e scritto bene, con molte meno parole ma con suspence, con flash, con intuizioni liriche: una pagina di corsa appresso all’altra appunto, e divertendoti, facendoti proprio ridere, come quando arriva all’improvviso la vecchia nonna – [i]babulinka[/i] la chiamano, nonnina – quella boiaccia assassina che sconvolge i piani di tutti quanti. E allora tu ridi per davvero.

Ma non c’è solo questo, non c’è solo il gioco nel Giocatore. O meglio: c’è il gioco a volte anche crudele della vita tutta, come è crudele – al fondo – ogni gioco. Ma raccontato sempre con distacco e divertita ironia. C’è il pregiudizio sui polacchi ad esempio – ogni tanto una tirata contro i polacchi, ma pure contro i francesi – che provocò anche qualche reprimenda dei critici. Ma il reale è questo, ed è qua la stupenda modernità del Giocatore: non c’è chi non abbia dei polacchi nel suo peggiore immaginario, siano essi gli zingari, i romeni, i meridionali, i comunisti o i berlusconiani. E c’è l’irrealizzabilità d’ogni progetto umano di felicità: come non troverà nel vincere la ragione del suo giocare – ma solo nel giocare – così Aleksej Ivanovič vedrà svanire d’incanto il suo sogno d’amore non appena Polina, lungamente inseguita, finalmente gli si darà. “Tutto qua?”, sembrerà allora dire Aleksej.

E c’è l’impareggiabile universo femminino del Giocatore: la vecchia nonnaccia in primis, il personaggio più potente. Poi l’idealizzata e inarrivabile Polina, che col nostro eroe Aleksej fa tanto la schizzinosa ma… non voglio rovinare la sorpresa. E infine l’odiosissima, inizialmente, contessa Blanche, una specie di mignotta d’alto bordo che alla fine si rivelerà l’unica persona un tantinello per bene di tutto quel bestiario, quasi che per Fëdor Michajlovič Dostoevskij le uniche donne un po’ per bene siano proprio le puttane di professione.

Dice: “Ma è misogino”. Ho capito, ma di queste pubbliche prostitute che nella realtà sono poi assai meglio di tante donne cosiddette per bene, è pieno il mondo ed è piena pure la storia della letteratura. In ogni caso a me – rileggendo ora Il giocatore – m’è tornato alla mente un reality di cui avevo visto un paio di puntate (dice: “Ma come, vedi i reality?”. Ahò: Quis sine peccato? E poi solo un paio di puntate, giuro), qualche anno fa. Si chiamava La fattoria e i concorrenti dovevano lavorare per davvero la terra e prendere l’acqua dal pozzo, zappare, rassettare, eccetera. Tra loro c’era anche un’attrice porno – Selen – che non stava lì però nella sua fattispecie di pornodiva, ma in quella ben più prosaica di concorrente che zappava, cucinava e andava appresso alle bestie pure lei. Be’, debbo dire la verità, ma dopo due o tre puntate in mezzo a tutta quella bella gente – una decina di iene che si facevano le peggio cose tra di loro, i peggio infingimenti, i peggio inganni – l’unica dotata di un minimo di sensibilità, generosità, lealtà, comprensione e compassione, sembrava Selen. Tutti gli altri, dei mostri. Dice: “Ma è il reality, il trash, la tv spazzatura”. Sarà quello che ti pare, ma l’unica persona umana lì in mezzo era la pornostar. La gente – evidentemente – non si misura per quanto e come usa gli apparati genitali. Poi dice Dostoevskij.

Il merito di questo capolavoro assoluto però – secondo me – è tutto di F.T. Stellovskij.

Dice: “E chi è mo’ sto Stellovskij?”. E’ uno che per tutti – a partire da Dostoevskij – è quanto meno un farabutto disonesto e profittatore. Ma in realtà è un incompreso. Per me è un vero benefattore dell’umanità. Senza di lui Il giocatore non sarebbe mai venuto al mondo e ci deve essere anche una ragione se – di libri così – Dostoevskij non ne farà mai più. Fa questo e basta. Dice: “Be’, prima però c’era stato anche Il Villaggio di Stepančikovo”. Sì, ma a parte il fatto che non sta esattamente alla stessa altezza, anch’io da giovane pensavo: “Magari avesse scritto solo Giocatori e Villaggi di Stepančikovo”. Invece no, ha prodotto soprattutto gli altri: KaramàziDelittiDemoni e Sottosuoli. Anzi, a lui erano proprio questi a sembrargli i migliori, gli unici degni di fatica ed affanno: oscuri, pesanti, tesi solo a dissezionare – scandagliandolo – il peggio del peggio dell’animo umano. Non che anche Il villaggio o Il giocatore non lo facciano, abbiamo detto; ma lo fanno de-vertendoti. Quelli invece massacrandoti se, come me da giovane, pure Freud sostiene che i tratti sadici di Dostoevskij – che per lui era un masochista, ma come tutti i masochisti aveva anche tratti sadici – traspaiano “nel modo in cui egli, autore, tratta i suoi lettori”. Ma torniamo a Stellovskij.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij non è che abbia avuto una vita facile. Nasce a Mosca nel 1821, l’anno in cui a Sant’Elena muore Napoleone e Manzoni in Italia scrive il 5 maggio: “Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro”. Dice: “E che c’entra?”. Niente, ma è per dare la necessaria contestualizzazione.

Nasce a Mosca, quindi, e non nasce ricco. All’inizio stanno tutti – padre, madre e cinque figli (gli altri due arriveranno dopo) – in un appartamento di due stanze. E’ solo nel 1828 – quando lui ha 7 anni – che vengono inscritti nell’albo della nobiltà, e nel 1831 si trasferiscono nel distretto di Tula, dove il padre è riuscito a comprare dei vasti terreni. A 16 anni però – nel 1837 – gli muore la madre di tisi e lui viene spedito con il fratello a San Pietroburgo, in un collegio militare, a studiare ingegneria. E fin qua niente di strano – si direbbe – a parte la questioncella della madre; anche se c’è un sacco di gente, a questo mondo, che prima o poi gli muore la madre.

Il fatto però è che a differenza ad esempio di Tolstoj – che inonda ogni sua pagina di sé medesimo e dei fatti suoi, e col quale Dostoevskij non si è mai incontrato, ma con cui pure visse, produsse e vive tuttora, nella letteratura russa, in continua bipolarità dialettico-oppositiva – Dostoevskij non amava “parlare di sé (…) si comportava come se nel suo passato non ci fosse stato nulla di speciale, non si mostrava né deluso né ferito nell’anima” (Merežkovskij). Se lo incontravi, aveva sempre – quando non stava male – “uno sguardo allegro e vivace”, e perfino del padre non dice che bene, rammentando solo la pietas religiosa e “l’amore dei genitori per me”.

Nella realtà, però, questo padre era un iracondo violento, che viene assassinato nel 1839 – quando Fëdor ha 18 anni – dai suoi contadini, servi della gleba, esasperati dalle continue angherie. Per almeno uno dei biografi è lì che sarebbe sopravvenuto il primo attacco di epilessia di Dostoevskij. Per tutti gli altri, invece, la malattia si sarebbe manifestata più avanti, a partire dalla condanna e deportazione. In ogni caso, la morte del padre è destinata a lasciare “un solco profondissimo nella coscienza dello scrittore”, e quella figura paterna “tirannica, crudele, e insieme sentimentale, è il prototipo di molti uomini violenti (…) che compaiono nella sua opera. Basti pensare al vecchio Karamàzov” (G. Pacini). Sarebbe da chiedersi come avesse fatto il padre – semplice medico militare – a diventare all’improvviso nobile e ricco, ma sarebbe un altro libro. Il problema è, purtroppo, che il peggio doveva ancora arrivare, per il povero Fëdor Dostoevskij nostro.

Finisce gli studi. Promosso ufficiale. Dopo un anno si congeda. Dissipa – insieme ai fratelli – quel poco di patrimonio lasciato dal padre. Comincia a scrivere. Povera gente, nel 1846, è il primo romanzo – accolto subito con favore – a cui fa seguito Il sosia, bastonato però dalla critica. Nel frattempo s’è avvicinato a un gruppo sovversivo di ispirazione socialista-fourierista, il circolo Petraševskij. Anzi, lui sta proprio nella cellula segreta “comunista” di questo circolo, capitanata da N.A. Spešnev. Fatto sta che il 23 aprile 1849 – l’anno prima era stato il 1848: rivoluzioni in tutta Europa, Il Manifesto di Marx-Engels; e quindi anche lo Zar s’era un tantinello preoccupato – all’età di 28 anni Dostoevskij viene arrestato insieme ai suoi compagni, sbattuto in fortezza per otto mesi e condannato a morte. Poi verrà graziato e la condanna a morte commutata in 4 anni di lavori forzati in Siberia. Ma che lo Zar avesse concesso la grazia, a loro glielo hanno detto solo la mattina dell’esecuzione, il 22 dicembre 1849, mentre stavano salendo – e alcuni erano già saliti: la prima fila era già pronta, con Petraševskij davanti e il cappuccio sulla testa; Dostoevskij era in seconda fila, il prossimo turno era il suo – sul patibolo: “Gli istanti trascorsi da Dostoevskij non con la probabilità, ma con la certezza della morte che lo attendeva di lì a «cinque minuti», ebbero su tutta la sua successiva vita spirituale un’influenza incancellabile: essi parvero spostare il suo angolo visuale rispetto al mondo intero” (Merežkovskij). Degli altri disgraziati – anche se in effetto, in quel momento, “graziati” – suoi compagni, uno diventò irrimediabilmente pazzo e a un altro gli si fecero, sull’istante, tutti i capelli bianchi.

Lui che di mestiere fa lo scrittore, di questa roba nei suoi libri non racconterà niente – “non ama parlare di sé”, dice Merežkovskij – lasciandosi andare solo a un paio di cenni nell’Idiota e in Delitto e castigo, ma assai fugaci, indiretti e laterali. Ne parlerà solo nelle lettere. Ma è da qui che gli cominciano di certo – secondo almeno la maggior parte dei biografi – quei frequenti attacchi di epilessia che non lo lasceranno più.

Poi la deportazione a Omsk – quattro anni di lavori forzati – e successivamente l’esilio, per altri quattro anni, a Semipalatinsk, ai confini tra il Kazakistan e la Mongolia. Rientra nella Russia europea solo nel 1859.

Intanto s’era sposato (1857) con Marija Dmitrevna Isaeva, vedova con un figlio – che gli farà passare un mare di guai pure lui – di un altro deportato. Ma non sarà un matrimonio felice. Anzi. Per fortuna la moglie gli muore nel 1864 per tisi anche lei – il figliastro no, gli rimarrà ancora a lungo sul groppone – anche se Dostoevskij aveva già cominciato a consolarsi un paio d’anni prima, nel 1862, con Apollinarija Suslova, che però lui chiama “Polina” (ricorda niente?). Pure questa Apollinarija-Polina gliene farà però passare di cotte e di crude, perché è con lei che comincerà a giocare e vincere i primi 5000 franchi – è quando giochi per la prima volta e vinci subito, dicono tutti, che poi sei condannato per sempre – a Wiesbaden. E poi via in giro per il mondo – vanno a Parigi, a Roma – mentre lei gli mette le corna e lui sempre più a giocare, a spendere, spandere e correrle dietro. Finché nel 1863 lei lo molla. Lui torna in Russia dalla moglie che però l’anno dopo – 1864 – muore. Dice: “Bene”. No, perché tre mesi dopo gli muore anche il fratello più grande – Michail – lasciandolo con un mare di debiti. Lui comunque – dopo la morte della moglie – era ripartito di nuovo alla carica con Apollinarija, a Parigi, per chiederle di sposarlo. Ma quella manco per idea. Lui era spossato, “stanco e malato, di un pallore terreo, malsano, dal viso cupo e tormentato”.

E così siamo al 1865. Dostoevskij aveva già fatto un sacco di romanzi: Il villaggio di Stepančikovo(1858), Memorie da una casa di morti (1861), Umiliati e offesi (1861), Memorie dal sottosuolo (1864), e una decina abbondante di libri di racconti. Ma non ancora il clou – il nocciolo duro – e comunque non c’è mai stato un libro che non abbia prodotto sotto affanno. Lui diceva sempre e scriveva agli amici che avrebbe tanto voluto lavorare in santa pace ai suoi libri, tranquillo, senza preoccupazioni di sorta. Allora sì che gli sarebbero venuti bene, diceva. E invece no, perché quando poteva stare tranquillo non scriveva, e anzi faceva di tutto per guastarsi la vita e rompere la tranquillità. Solo quando ritornava con l’acqua alla gola e con il mondo intero lì lì per crollargli addosso – pieno di debiti e coi creditori alle calcagna – allora si metteva a scrivere, a lavorare. Vendeva i libri prima di averli scritti. Anzi, ancora prima d’essere arrivato a metà del libro, già s’era speso tutto quanto, e allora via di nuovo, a vendersi il libro ancora più in là da venire. E’ così – lungo codesta ruinosa china – che s’arriva a Stellovskij e al Giocatore.

Nel 1865 Dostoevskij ha 44 anni e non ha più una lira. Il fratello è appena morto. I creditori gli hanno pignorato i mobili e lui è dovuto scappare all’estero per non farsi carcerare (a quel tempo, e non solo in Russia, ti mettevano in galera per debiti. Mica era come adesso). Apollinarija gli ha ridetto di no. E lui, giustamente, si vuole mettere a scrivere Delitto e castigo: “Se non ora, quando?”, deve avere pensato. Le condizioni ottimali, per l’appunto. E qui fa il suo ingresso il nominatamente “perfido” Stellovskij.

Fëdor T. Stellovskij – non m’è riuscito di scoprire cosa ci fosse dietro quel T puntato – era un libraio ed editore che nell’estate del 1865 aveva acquistato da Dostoevskij i diritti di pubblicazione della raccolta completa delle sue opere. Dostoevskij lo definisce uno “speculatore e uomo malvagio”, ma con i suoi soldi intanto paga i debiti e comincia a scrivere Delitto e castigo.

Delitto e castigo non è un romanzetto. E’ un capolavoro della letteratura mondiale appunto, ma è di oltre 700 pagine e ci vuole anche il suo tempo per farlo, non è che basti una nottata o due. Così intanto si fa l’estate 1866, mentre Dostoevsij lavora a tutto vapore a questo Delitto e castigo. Solo ai primi di ottobre – tutto preso dalla creazione – si ricorda all’improvviso che nel contratto con Stellovskij c’era scritto pure che doveva tassativamente consegnare entro il 1° novembre 1866 un romanzo di almeno dodici fogli di stampa, corrispondenti a un libro di 192 pagine. Se non lo avesse fatto, Stellovskij sarebbe automaticamente divenuto padrone di tutti i suoi diritti, anche per i prossimi nove anni a venire: pure la roba nuova sarebbe diventata tutta di Stellovskij, senza che Dostoevskij avesse più visto il becco d’un quattrino. Tutto aggratis. Alla faccia sua. Dice: “Eh, ma allora era proprio un infame sto Stellovskij”.

Fermati. Io ti avrei voluto vedere a te, a combattere con uno come Dostoevskij. Questo, come gli davi una lira scappava a giocarsela, e poi eri buono tu, a riacchiapparlo e farti dare i libri. A parlare si fa presto. Mettiti tu nei panni di Stellovskij. Per forza – se voleva vedere il malloppo finito – gli doveva mettere una clausola del tipo: “Se non me lo dai, l’ira più funesta di tutto l’universo s’abbatterà su di te. Gog e Magog. I cavalieri dell’Apocalisse”. Solo così, quel tanghero si poteva mettere un po’ di paura e ridursi finalmente a lavorare. Eccheccavolo, est pure modus in rebus.

A Dostoevskij quindi gli deve essere venuto un colpo, quando s’è ricordato della clausola. Erano i primi di ottobre e alla fine del mese avrebbe dovuto consegnare il libro. Altro che attacchi epilettici: “E mo’ come faccio?”, deve avere bestemmiato per tutta San Pietroburgo sbattendo la testa addosso ai muri. Peggio di quella volta là sul patibolo. Altro che condanna a morte. Ridotto in stracci e in schiavitù – per nove anni – di quel perfido Stellovskij.

Gli amici si sono offerti di aiutarlo: “Tu ci racconti grosso modo com’è la storia, noi ne scriviamo un pezzo per uno, tu alla fine gli dai una riguardatina e Stellovskij è sistemato”. Lui neanche per idea: “Eh sì, mo’ metto la firma mia sotto quello che scrivono gli altri?”. “Vaffallippa allora va’: arrangiati da solo”, gli debbono avere detto in coro tutti i suoi amici tranne il solo Miljukov, che ebbe la pensata: “Pigliati una stenografa, no? Tu detti e lei scrive”. E non solo lo pensò, ma gliel’andò anche a cercare: Anna Grigor’evna Snitkina, una ragazza di vent’anni che era risultata la prima ai corsi tenuti dal “famoso insegnate di stenografia P.M. Ol’chin” (Malcovati).

Fatto sta, si sono messi sotto a lavorare come negri. Senza tregua. Lui dettava e lei stenografava. E quando poi lei, di tanto in tanto, si fermava per tradurre i suoi segni stenografici e trascriverli in lingua corrente, lui sotto di nuovo a lavorare a Delitto e castigo; perché a lui era Delitto che gli interessava per davvero – era quella la sua mission, come si dice adesso – e anche a quello si doveva sbrigare, perché stava già uscendo a puntate sul “Messaggero russo”. Insomma, Il giocatore lo ha fatto a tempo perso, nei ritagli di tempo e con la mano sinistra; anzi, su un piede solo e proprio senza mani, dettandolo tra un Delitto e l’altro alla virginea Anna Grigor’evna Snitkina.

Lui aveva 45 anni. Lei 20. Hanno cominciato il 4 ottobre 1866 e il 29 ottobre sono arrivati alla fine. L’ultima dettatura il 29 sera. Il 30, lui lo ha riletto e corretto qua e là. Il 31 s’è presentato col quadernone a casa di Stellovskij, che però non c’era. Era in viaggio. Allora via in casa editrice. Ma qui non lo hanno voluto: “Ah, noi non sappiamo niente”. “Che faccio, che non faccio?” deve avere pensato Dostoevskij. Così è andato al commissariato di polizia, lo ha consegnato a loro e ha ottenuto che gli rilasciassero una ricevuta, un verbale (“Perché non è andato dal notaio?” dice ogni volta, arrivati a questo punto, un amico mio che sta con una che fa il notaio; è uno che ha messo il cappello, come si suole dire. E che ne so – rispondo ogni volta io – perché Dostoevskij è andato alla polizia? Non si sarà fidato dei notai. Pure lui del resto – l’amico mio – sono passati tanti anni da che sta con tutto il cappello insieme a lei, senza però sposarsela ancora. Ci deve essere un qualcosa che non convince del tutto nei notai. E deve essere una cosa pure genetico-ereditaria se almeno in Italia – non so in Russia – fai il notaio solo se sei figlio di notaio). “Tie’!”, deve comunque avere fatto Dostoevskij all’indirizzo di Stellovskij appena uscito dal commissariato. Era salvo.

Anzi, era doppiamente salvo, perché 45 anni lui e 20 lei, nel fuoco e nel furore della creazione artistica era sbocciato prepotente l’amore: Fëdor Dostoevskij e Anna Grigor’evna Snitkina si sposarono immediatamente l’anno appresso, nel 1867, e poi vissero per sempre felici e contenti. O meglio, felici e contenti per quanto pure glielo consentisse la stella sotto cui lui era nato. Appena sposati partirono per Firenze, sempre a causa dei debiti. Ebbero quattro figli, ma due gli morirono piccoli. Lei però – santa donna – riuscì a levargli finalmente di torno il figliastro, quello della prima moglie, che continuava sempre a bussare a cassa anche lui. “Fòra de qua!”, gli deve avere detto.

E’ stata la salvezza sua, Anna Grigor’evna. Ma non v’ha chi non veda che è tutto merito di Stellovskij se l’ha trovata. Se non fosse stato per lui – e per le circostanze indotte da lui – facile che se ne sarebbe trovata un’altra tale e quale alle prime. Invece questa non solo non gli ha mai messo le corna, ma lo ha accudito, curato, governato e guidato sino alla fine. Gli ha dato quel po’ di equilibrio che Dostoevskij non aveva. Certo non deve essere stato facile per lei, poiché lui ha continuato a giocare ancora a lungo, a rovinarsi la vita sotto i piedi. Si giocava la via di casa e poi andava da lei a piangere: “Sono un disgraziato, sono un disgraziato! Giuro che non gioco più”. Lei lo perdonava e ripartivano. E lui rigiocava.

Ha smesso di giocare solo nel 1871, a 50 anni, quando oramai, sotto il governo di Anna Grigor’evna, aveva fatto L’idiota (1869), L’eterno marito (1870), e nello stesso 1870 I demoni, che però esce nel 1871. Il 1870 era stato anche l’anno in cui in Europa era scoppiata la guerra franco-prussiana che avrebbe portato alla caduta di Napoleone III e alla Comune di Parigi, mentre in Italia era uscito il primo volume della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis e si era finalmente compiuto il processo unitario, con i bersaglieri che conquistando Roma capitale avevano spodestato il potere assoluto dei Papi.

Ah, dimenticavo: intanto Dostoevskij era diventato un reazionario di destra. Il primo inizio di conversione – dall’estrema sinistra verso il centro e poi la destra – deve averlo avuto, come San Paolo tornando da Damasco, quella famosa mattina del 22 dicembre 1849 sopra il patibolo (io ti vorrei vedere a te nei panni suoi, mi dice sempre un amico mio), ma poi nel corso degli anni s’è spostato sempre più a destra, fino a diventare uno zarista assolutista, timorato della chiesa, dell’ordine e del cosmo: il popolo comune deve solo credere, servire, obbedire e combattere, secondo lui. Dice: “Vabbe’, ma almeno gli sarà servito a mettere il cappello anche lui”. Sì, beato a te. La polizia segreta zarista non se n’è mai data per inteso, non faceva mica differenze: destra o sinistra, Tolstoj o Dostoevskij, lei non si fidava di nessuno e stava alle calcagna di tutti. Mo’ si faceva convincere da Dostoevskij che s’era convertito? Ringrazia Dio che gli hanno ritirato quel pacco per Stellovskij, il 31 ottobre del 1866, e non lo hanno messo dentro per essere andato a disturbarli. Chissà che santo deve essere passato quella mattina, per quel commissariato. O forse ce l’avevano – magari – di più con Stellovskij. Vai a sapere.

Comunque nel 1871 smette finalmente di giocare. Con gli introiti dei Demoni può pagare tutti i creditori e tornare a San Pietroburgo. Assume la direzione de “Il cittadino” – il giornale più conservatore che ci sia al momento, legato a quel Konstantin Petrovič Pobedonoscev che, divenuto procuratore del Santo Sinodo, scomunicherà Tolstoj – dove pubblica una serie di articoli raccolti poi in Diario di uno scrittore (1873), in cui emerge pure il suo antisemitismo.

Nel 1875 esce L’adolescente, ma è un fiasco.

Nel 1878 entra all’Accademia delle Scienze di Russia. E’ ricco oramai, agiato (“Non gioca più”, direbbe mia moglie: “Se non giocava, era ricco pure prima”), socialmente riconosciuto. E a 57 anni comincia finalmente a scrivere I fratelli Karamàzov, il libro per cui, evidentemente, riteneva d’essere vissuto. “Il libro della vita”, come si suole dire.

La prima puntata dei Fratelli Karamàzov esce sul “Messaggero russo” nel gennaio 1879. La lavorazione non è neanche tanto lunga – stiamo parlando di un migliaio di pagine – ma dolorosa, poiché si svolge nel pieno riacutizzarsi di tutte le sue malattie, fino all’insorgere pure di un enfisema polmonare. Che ti debbo dire? Quello doveva essere il “libro della vita”, ma lui non giocava più, non aveva problemi, era ricco ed agiato, i creditori non gli correvano più appresso. Come faceva? Qualcosa si doveva pure inventare Dostoevskij, per poter lavorare degnamente a questo libro. E s’è ammalato. Che altro doveva fare? L’adolescente – che è l’unico, si può dire, che abbia fatto in tranquillità – era stato un fiasco. Che faceva, mandava a puttane pure questo? E che “libro della vita” era, allora? Così lo fa e poi muore: finita la mission, finita la vita. Amen.

Terminerà infatti di scrivere I fratelli Karamàzov nell’autunno del 1880. A dicembre usciranno finalmente in volume e pochi giorni dopo – il 28 gennaio 1881, a nemmeno 60 anni d’età, che avrebbe compiuto nell’ottobre-novembre successivo, fatto salvo il calendario giuliano – Fëdor Michajlovič Dostoevskij muore d’enfisema (l’amata moglie Anna Grigor’evna Snitkina, assegnatagli si può dire da Stellovskij e dal destino, gli sopravviverà fino al 1918 per quasi 40 anni – lui se l’è goduta solo per una quindicina – curandone fedelmente le opere e la memoria).

Il compianto è generale. Dostoevskij è considerato oramai un importante ed autorevole scrittore russo. Non tra i più importanti ed assoluti, però. Per tutto l’Ottocento – e anche i primi del Novecento – la statura e la considerazione di Lev Nikolàevič Tolstoj (1828-1910) continueranno a sovrastarlo. E’ solo nel Novecento che la critica ne segnerà definitivamente la fortuna.

Ben più sopra – se possibile – di Tolstoj, e in forza soprattutto di libri come I fratelli Karamàzov eDelitto e castigo, il nuovo giudizio critico, nel corso del Novecento, ascriverà Dostoevskij ai massimi ruoli non solo della letteratura appunto, ma della filosofia. E’ un gigante, e su questo non si discute. Anche se per me il capolavoro assoluto rimane Il giocatore.

Pure Freud nel 1927 scriverà un saggio, Dostoevskij e il parricidio (il mio analista dice che non è la cosa migliore di Freud, che qui opererebbe anche indebite confusioni tra il concetto di Super-io punitivo e la idealizzazione della figura del padre; ma il mio analista è junghiano), in cui si sostiene che, come scrittore, Dostoevskij è secondo solo a Shakespeare. Ora ovviamente non si tratta di stilare le classifiche come alla Parigi-Roubaix, e Freud, del resto, non fa specificamente critica letteraria – che dichiara espressamente di voler lasciare agli specialisti – provandosi solo ad enucleare le pulsioni profonde che avrebbero indotto “l’uomo Dostoevskij” a quelle determinate produzioni come “scrittore”.

Per Freud – ça va sans dire – tutto si giocherebbe intorno al complesso d’Edipo, il desiderio segreto e prepotente che avrebbe ogni bambino maschio di uccidere il padre e giacere con la propria madre al posto suo. Questa sarebbe la fonte principale del senso di colpa, ma sarebbe anche per Freud – insieme alla libido e alla contrastante pulsione di morte – la molla sostanziale che muove il mondo.

Normalmente, però, il bambino non uccide poi suo padre e rinuncia ad adire le vie di fatto poiché si rende conto che il padre si incazzerebbe – sia perché lui lo vuole uccidere sia perché, soprattutto, vuole andare a letto con sua moglie – e allora lo evirerebbe. E’ per paura della castrazione che ci ripensa e lascia stare. Però gli rimane il senso di colpa, come ricordo e proiezione della terribile paura che deve avere provato sotto il pericolo incombente della evirazione-punizione.

Poi tutti i bambini – o almeno la maggior parte – superano questi problemi e “uccidono” il proprio padre semplicemente “crescendo”: l’identificazione con il padre entra a far parte durevolmente dell’Io, anche se in posizione contrapposta come Super-io (qui le suddette confusioni secundum analystam meum. Sempre junghiano, però), e loro divengono adulti e maturi; “a patto che la realtà non apporti loro” – ossia ai suddetti problemi – “ulteriore nutrimento”. In questo caso, la via della nevrosi è spalancata.

Se il padre ad esempio aveva un pessimo carattere o era violento e crudele, il Super-io può assumere le stesse caratteristiche, e nei rapporti fra l’Io e il Super-io – cioè tra ciò che io sono e ciò che vorrei o dovrei essere – si stabilisce una passività in cui il Super-io è sadico, mentre l’Io diventa masochistico ossia “femminilmente passivo”, sempre secondo Freud. Nell’Io sorge un potente bisogno di punizione, che in parte si soddisfa affrontando come punizione tutto il proprio destino, in altra parte si soddisfa con i maltrattamenti che l’Io subisce ad opera del Super-io, attraverso il senso di colpa. Ogni castigo quindi equivale all’evirazione “e anche il Fato, infine, non è che una proiezione paterna più tarda”, soprattutto se il padre, “temuto in ogni caso, è stato anche nella realtà apertamente violento”.

Ma se addirittura “la realtà appaga i desideri rimossi” – e l’uccisione del padre da parte dei servi angariati corrisponderebbe esattamente al caso di Dostoevskij, secondo Freud – “la situazione diventa pericolosa”. Il soggetto rischia di restare a lungo – quando non per sempre – preda delle sue ossessioni. Si fa masochista e sviluppa una personalità bisessuale con una omosessualità perlomeno latente. L’Io, cioè, si mette al posto della madre e si fa femmina per placare l’ira del padre Super-io (per Freud, pure la conversione all’ultra-destra è un effetto di quella pulsione parricida: lui era insorto contro lo Zar, che non a caso era chiamato “piccolo padre” da tutte le Russie, e per questo tentativo d’“uccisione” era stato giustamente punito, secondo lui, ed altrettanto giustamente s’era ritenuto in dovere di espiare per tutta la vita, fino a diventare ultra-zarista per poter riconquistare l’amore del piccolo padre: “Fammi quello che ti pare, rimandami in Siberia, ma io ti voglio e ti vorrò sempre bene”).

Dice: “Vabbe’, ma che ce ne frega a noi delle diagnosi che fa Freud di Dostoevskij? A noi interessavano i libri, non la psicanalisi”. Certo, pure a me. Ma a me interesserebbe pure capire l’eccezionalità del Giocatore – le ragioni della sua assoluta unicità – in tutta la pur colossale opera di Dostoevskij.

Ricapitoliamo quindi: l’Io è quello che sei, il Super-io è quello che vorresti essere, e Dostoevskij mette in scena nei suoi libri maggiori soprattutto – se non solo – personaggi maschili demoniaci: violenti, imbroglioni, lestofanti, assassini e criminali. Questi sono i suoi eroi privilegiati, di cui indaga ogni piega del misfatto e che poi punisce e redime – a volte – con l’espiazione della pena (sulla sua presunta eticità però, e sulla sua filosofia, Freud insinua che manchi “in lui l’elemento essenziale della moralità, la rinuncia”. La gente, cioè, prima la fa delinquere e poi la fa pagare. Ma non è che la faccia mai rinunciare a delinquere). E questo è un fatto.

Atteso però come dice Merezvkovskij che Dostoevskij “non ama parlare di sé” e non mette mai dentro i libri, a differenza di Tolstoj, i fatti suoi veri o realmente accaduti ma solo i frutti della pura immaginazione, è evidente che, lì sopra, chi va in scena è il Super-io: l’immagine sovrastante del padre e il desiderio – connesso al senso di colpa – di ucciderlo. Questo è il compito che s’è dato: dipanare e portare alla luce le sue pulsioni più segrete, tutte le cose più nefande che ritiene di avere sognato di fare ma che non ha fatto – non ha “agito” – ma non per questo ritiene di non dover espiare. Ed espia manifestandole (il guaio è che fa espiare pure noi, direbbe Freud a proposito dei “tratti sadici”). Fa il catalogo delle sue ossessioni, mettendole in fila una per una fino all’atto estremo e vergognoso del parricidio, quello che più ha segretamente sognato e che più ha pagato dentro di sé, con l’angoscia di tutta una vita. Ma fatto questo – espletati I Karamàzov – il rospo più grosso è venuto finalmente alla luce. E lui s’è svuotato: “Basta, consummatum est. Adesso me ne posso pure andare” (“Non c’è dubbio”, dice Freud, “che in Dostoevskij questa simpatia da identificazione ha condizionato in maniera decisiva la scelta dell’argomento. Egli però ha ritratto dapprima il delinquente comune (quello che procede per egoismo) e il delinquente politico e religioso, per poi tornare, al termine della sua esistenza, al delinquente primordiale, al parricida, e rendere costui il depositario della sua confessione poetica”).

Il giocatore invece è diverso. E’ esattamente l’opposto. Ci sono i fatti suoi veri, dentro. C’è Apollinarija-Polina (tu pensa come deve essere stata contenta lei, quando lo ha letto), c’è il gioco e c’è lui in persona – Fëdor Dostoevskij – in giro per i casinò di tutta Europa. E il merito è tutto di Stellovskij. Anche il titolo peraltro è suo. Dostoevskij lo voleva chiamare Roulettenburg. E’ Stellovskij che gli ha detto: “Roulettenburg? Ma tu sei scemo Dostoie’, e quante copie ne vendiamo? Si chiamaIl giocatore, punto e basta” (P. Nori).

Il mio professore Mario Scotti sosteneva che uno dei più grandi capolavori della nostra letteratura fosse la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis, e non sul piano storiografico – sul quale pure, però, è una grande opera – bensì proprio su quello letterario; sul piano estetico-intuitivo cioè, prima ancora che logico-conoscitivo. Scotti però diceva che il merito non fosse tutto di De Sanctis, bensì del suo editore, Antonio Morano. Era stato Morano a chiedere a De Sanctis: “Fammi una storia della letteratura”, e s’erano messi d’accordo per un volume. Poi però De Sanctis s’allunga e gli dice: “Un volume non mi basta più. Bisogna che ne facciamo due”. “Vada per due”, risponde Morano. Quello riparte, il lavoro gli cresce e dopo un po’ si ripresenta: “Due non mi bastano, bisogna fare tre volumi”. “Tu sei scemo, Desa’”, dice anche Morano a De Sanctis: “Due t’ho detto e due rimangono. Non ti presentare più qua, che chiamo i carabinieri”. E’ questo che ha costretto De Sanctis a tirare fuori da sé il capolavoro. Funzione maieutica, la chiamava Socrate: è Morano che lo ha fatto partorire. Se gli avesse lasciato altro spazio, quello se ne sarebbe andato per i fatti suoi eruditissimi, spiegando questo e quello, delineando il perché e il percome d’ogni minima cosa. E invece no. Dovendo contenersi nelle righe e nelle pagine, s’è costretto all’essenziale, tagliando via tutto ciò che non servisse strettamente. Solo l’essenziale. Ma è l’essenziale, che fa l’arte. E se tu ancora oggi ti leggi la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis – diceva il mio professore Mario Scotti – sul piano storiografico troverai pure tante cose che non sono esatte, tante interpretazioni oramai superate; ma sul piano del godimento estetico e della lettura no, quello è un capolavoro ancora attuale (come la Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo di Henri Pirenne ad esempio, o la Storia del paesaggio agrario italiano di Emilio Sereni).

E così è per Stellovskij, levatrice di Dostoevskij.

Se non gli avesse messo il coltello alla gola – se non gli avesse mollato appresso i cani – Dostoevskij quel libro non lo avrebbe mai fatto. Non rientrava nella mission. Lui doveva fare solo libri “neri”, perché quelli voleva il suo Super-io. E quello stava facendo: Delitto e castigo per l’appunto. Ma quando s’è trovato il cappio al collo e non ha più saputo che pesci prendere, allora s’è messo sotto e lo ha tirato fuori: “Ti debbo fare per forza un libro in venti giorni? E te lo faccio! Ma alla bersagliera, a come viene viene, alla carlona; senza pensarci sopra un momento”. E difatti nel Giocatore ci sono anche anacronismi, sviste e incongruenze che negli altri non trovi: all’inizio per esempio compare una Marija Filippovna che non si sa poi però che fine faccia e perché sia comparsa; l’infido De Grieux, prima è conte e poi è marchese; Aleksej Ivanovič vince un totale di 250 federici, ma Dostoevskij sbaglia a tirare la somma e scrive “duecento” e infine, mentre “il giorno che cominciava era grigio … il sole illuminava la stanza”. Andavano di corsa, che ci possiamo fare? Qualcosa è chiaro che gli è sfuggita. Mica si potevano mettere a ricontrollare.

Ma per poter andare di corsa, per poter fare il libro senza pensarci troppo sopra, lui ha dovuto per forza escludere il Super-io. Lo ha resettato. Il Super-io stava tutto – giustamente – a pensare aDelitto e castigo, alla roba sua, quella solo pensata e non agita. Se si fosse messo a pensare anche a questo qua – a inventare le trame, le situazioni, i personaggi – era finita, non ce l’avrebbero fatta mai più. E allora Dostoevskij ha fatto ricorso all’Io: “Fallo tu questo qua, noi non abbiamo tempo. Tanto è per Stellovskij”. Anzi, secondo il mio amico Massimo Rosolini (ma ci sarei arrivato anche da solo, l’ho pensato proprio due secondi prima che lui lo dicesse, però lui lo ha detto prima; stavamo al bar Mimì) è proprio Stellovskij che miracolisticamente, impersonificandosi completamente, in carne e ossa, nel dispotico, maligno ed autoritarissimo Super-io di Dostoevskij – prendendo il posto suo – consente a lui, per la prima e unica volta, di farsi tutto e interamente Io, di aderirgli integralmente, libero e giocondo: “Il Super-io stavolta lo fa Stellovskij. Ci pensa lui. Io faccio l’Io”.

E quindi addio – per questa prima e unica volta – alle res cogitatae e avanti tutta invece con le res gestae, le cose che aveva davvero fatto, le persone che aveva conosciuto, i posti e le situazioni in cui era stato, i fatti e i misfatti che aveva davvero agito. Erano già lì, bastava prenderli e trasferirli sulla carta, non serviva elucubrarci sopra. Ma proprio andando di corsa, attenendosi solo all’essenziale – ricopiandoli quasi quei fatti dalla realtà, ed aggiungendo solo qualche piccolainventio di contorno e mascheramento – lui l’ha sublimata la realtà e ne ha fatto un capolavoro unico dell’arte mondiale.

Così e in nessun altro modo stanno i fatti secondo me: attesa la freudianamente supposta bisessualità di Dostoevskij, nei libri “neri” c’è il suo Super-Io, ovvero la parte maschile, quello che lui voleva o che magari credeva di essere. Nel Giocatore invece c’è l’Io – la parte femminile, pur se trasfigurata dall’arte – ossia quello che davvero era.

E così lui è Polina, è la nonnaccia soprattutto, è Blanche. Ma anche quando gli tocca d’essere Aleksej Ivanovič, si mette comunque a intrattenere ambiguità quanto meno sospette con quel Mr. Astley che gli sta insidiando la donna amata. E’ un “comportamento singolarmente affabile verso i rivali in amore” dice Freud, che Dostoevskij pare abbia manifestato spesso anche nella realtà di fatto. “Omosessualità latente”. Ma che ce ne frega a noi? La parte femminile di Dostoevskij – sempre demoniaca, perché lui sempre Dostoevskij è, e perché il gioco è evidentemente demoniaco – è la sua parte migliore, quella più ironica e solare, che è però riuscita ad esprimersi appieno, almeno nei libri, solo qui. Chissà, forse questo davvero, quando stava a cena o in giro con gli amici, era capace pure di farsi un sacco di risate. L’Io di Dostoevskij comunque – grazie a Stellovskij, l’odiato “editore disonesto” – nel Giocatore finalmente si rappresenta, si trasfigura e s’invola oltre le supreme vette dell’arte. E senza affliggerti soprattutto, ma facendoti ridere (dice: “Mi hai afflitto tu, però”. Questo può essere).

Per quanto concerne Freud, infine, va anche detto ad onor del vero che in Dostoevskij e il parricidiose la piglia pure con Il giocatore (non guarda in faccia a nessuno Freud, come la polizia dello Zar), sostenendo che la “febbre del gioco è l’equivalente dell’antica coazione all’onanismo”. Il gioco, come è noto, si fa con le mani e non a caso, “quando i bambini manipolano i loro genitali con le mani, si usa dire appunto che «giocano» con essi”. Il vizio della masturbazione verrebbe quindi sostituito con quello del gioco – è la stessa coazione – e chi si fa troppe pippe, o se n’è fatte troppe da piccolo, poi è ovvio che va a giocare alle carte o al Gratta e vinci. O almeno questo è il senso di ciò che dice Freud e la cosa – ovviamente – riguarderebbe in primis il nostro Dostoevskij.

Dice: “Vabbe’, ma che ce ne frega a noi di questo? Ognuno, con la roba sua, può fare pure quello che gli pare”. Certo. A me però quello che non convince è il giudizio morale che oggettivamente traspare dalle frasi di Freud. Lui sembra difatti assai più scandalizzato dall’onanismo che dal gioco: “Il gioco passi”, sembra dire Freud, “ma la masturbazione no, porca puttana”.

Ora io non è che voglia dare ragione per forza al mio analista, ma a me pare proprio che qui Freud prenda una cantonata. Ma che ti dice la capoccia? Mo’ il guaio vero è la masturbazione e non il gioco? Ma vaffallippa va’, ma tu hai mai sentito di qualcuno che, per una pippa, si sia giocato la via di casa? La masturbazione è gratis – da che mondo è mondo – il gioco no. E a me non pare differenza da poco. Alla faccia di Freud.

Antonio Pennacchi
(dal sito di  Anonima scrittori)

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