Who. Roger Daltrey: “Tommy” in tour

Erano giovani che si rivolgevano ad altri giovani, gli Who che nel 1969 pubblicarono Tommy. L’album era doppio, e pur non essendo il primo caso in assoluto di “opera rock”, ovvero di un’intera storia che si dipanasse dall’inizio alla fine con un vero e proprio filo conduttore di carattere narrativo, fu quello che diede all’esperimento la consistenza di un esempio. Degno di essere preso sul serio da tutti. Degno di essere seguito da altri.

Visto? Era possibile. La rabbia delle nuove generazioni non era soltanto un’esplosione superficiale il cui massimo orizzonte espressivo si limitava a una canzoncina convulsa da tre minuti, come lo era stata My Generation degli stessi Who (La gente cerca di metterci sotto / Solo perché noi gli stiamo intorno / Le cose che fanno sembrano spaventosamente fredde / Spero di morire prima di diventare vecchio). Il rifiuto nei confronti degli adulti era innanzitutto un istinto, ma non significava che sarebbe rimasto per sempre allo stato iniziale. Rozzo. Adolescenziale. Indistinto.

My Generation era una singola freccia, per quanto acuminata. Tommy era la spiegazione, in forma di allegoria, del perché fosse necessario fabbricarne delle altre – molte altre – e scegliere accuratamente i bersagli. Tommy, il protagonista della vicenda, era diventato cieco, sordo e muto, a causa di un terribile trauma infantile: il padre era tornato dalla guerra e aveva sorpreso la madre con l’amante. Aveva ucciso il rivale. Aveva risparmiato la moglie. Insieme, a suggello della ritrovata unità genitoriale, avevano ingiunto al figlioletto di dimenticarsi ogni cosa: Tu non hai sentito / tu non hai visto / tu non dirai niente a nessuno / Mai nella tua vita.

Lui li aveva presi alla lettera. Quegli ordini come pietre. Quelle pietre come mattoni di (s)fortuna. Scagliati per nascondere un crimine. Afferrati in fretta e furia per tirare su un muro e nascondersi da tutto. Chiaro: se i criminali sono i tuoi stessi genitori, il resto del mondo non può essere migliore. Se il tuo destino è restare prigioniero, meglio finire nella cella più remota e inaccessibile del carcere. Là dove la luce del sole non arriva mai e poi mai, fino a cancellarne anche il ricordo. Là dove tutto è silenzio. Dove non c’è motivo di parlare, fino a dimenticarsi che parlare è naturale. E piacevole. E provvidenziale.

Tommy era rimasto chiuso laggiù per degli anni. Il bambino era diventato un adolescente. L’adolescente aveva ereditato quella strana stanza che si apriva solo dall’esterno, e mai per farlo uscire. Ogni tanto qualcuno compariva sulla soglia e gli veniva vicino, e lo usava. Una madre distratta. Un padre autoritario. Un cugino crudele. Uno zio pedofilo. Cose soltanto inutili e cose anche cattive. Cose che, ad ogni modo, arrivano e si fermano appena un po’ e poi se ne vanno. Tutti che badano ai propri desideri, e che ignorano i suoi. Tommy che ha dentro di sé un solo grido, e nessuna maniera di renderlo udibile: See me, feel me, touch me, heal me. Guardami, sentimi, toccami, guariscimi.

Era passato altro tempo. Finché un giorno, chissà come, Tommy aveva scoperto l’esistenza dei flipper (in effetti un anacronismo, visto che l’azione si svolge a ridosso della Prima guerra mondiale) e si era rivelato un campione di inarrivabile bravura. Dotato di quell’inspiegabile talento, per nulla razionale e disciplinato, che indispettisce gran parte di quelli che ormai sono invecchiati e che invecchiando hanno perduto, o dissipato, o svenduto, l’unico talento universale: quello della giovinezza. Tommy non aveva bisogno di allenarsi, per eccellere. Non aveva nemmeno bisogno di guardare la pallina, o tutto il resto. Gli bastava toccare i pulsanti, per sapere quello che doveva fare e per farlo meglio di chiunque altro. Intuito allo stato puro. Un’abilità sconcertante. Quasi sovrumana. Quasi divina.

E alla fine, infatti, Tommy era diventato una specie di messia. Un mito per i suoi seguaci. Ma ancora una vittima per se stesso. La prigione era addobbata come non mai, eppure lui non poteva vederla. Gli adepti lo acclamavano, eppure lui non poteva sentirli. Ciò che accadeva continuava ad accadere all’esterno. Cose straordinarie. Cose ancora inutili. Non sarà mai il successo a raddrizzare le distorsioni dell’ego. Non serve a niente correre sempre più avanti, se la chiave della liberazione è custodita, o occultata, sempre più indietro.

Sei anni dopo, nel 1975, l’album era diventato un film. Con la regia di Ken Russell e il cantante degli Who, Roger Daltrey, nei panni del protagonista, affiancato sia da attori come Oliver Reed e Jack Nicholson, sia da star della musica come Elton John ed Eric Clapton. L’impatto visivo era grandioso, ma nel tentativo di completare la storia, restituendola attraverso le immagini, le toglieva più di quel che non riuscisse ad aggiungere. Il percorso di Tommy era interiore, e andava vissuto come tale: le canzoni sprigionavano un richiamo evocativo; le riprese sciorinavano una serie di eventi spettacolari. L’album spingeva a interrogarsi. Il film a divertirsi.

Oggi, dopo la morte del batterista Keith Moon nel 1978 e del bassista John Entwistle nel 2002, del quartetto originario degli Who sono rimasti solo Pete Townshend e Roger Daltrey. La band sopravvive per modo di dire, come un laboratorio che si è ridotto a una sala hobby. Pete ha avuto gravissimi problemi di udito, e Roger ci è andato parecchio vicino. Ma adesso è proprio lui, a riproporre dal vivo l’intero album (l’intera vicenda) di Tommy. E assai giustamente, in questa esperienza che è iniziata in Inghilterra nella scorsa primavera e che tra il 9 e il 24 marzo prossimi approderà anche in Italia per otto concerti, non lo fa in forma di musical, puntando sulle scenografie, ma affidandosi alla forza originaria delle canzoni.

È un uomo che ormai ha 67 anni, e non pretende più di essere l’incarnazione del piccolo Tommy. Gli basta dare voce alla sua terribile storia: che apparentemente è un’iperbole, ma che in realtà riguarda chiunque, per qualsiasi motivo, abbia rinunciato a guardare, a parlare, a sentire.

Federico Zamboni

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