Vauro vs. Caldarola. Se la satira ti querela…

Triste la vicenda, tristi tutti i personaggi che la compongono. Pare che non si salvi nessuno, in questo gioco di accuse, repliche al vetriolo e reazioni spropositate. Certamente la “satira” (che vorrebbero farci credere essere la principale protagonista della scena) ne esce, se non distrutta, quanto meno con qualche ossicino rotto e il gesso da portare per un mese.

La cosa davvero interessante di tutta la vicenda è che non c’è una “notizia” specifica, non c’è un fatto particolare su cui discutere: c’è, piuttosto, una lunga serie di avvenimenti concatenati tra loro;  avvenimenti che hanno portato, dal 2008 ad oggi, all’infiammarsi di una polemica da 25000 euro intorno alla forma del naso di Fiamma Nirenstein.

Dunque, tutto cominciò esattamente quattro anni fa, nel marzo del 2008, quando la Nirenstein, all’epoca editorialista ed inviata dal Medio Oriente per Il Giornale, confermò definitivamente la sua candidatura per il partito-carrozzone del Pdl, quello – per  intenderci – che avrebbe vinto le elezioni in aprile. Una lista che comprendeva tra le sue fila diversi esponenti provenienti da una storia politica dichiaratamente vicina al fascismo, tra cui la stessa Alessandra Mussolini (la quale, è bene ricordarlo, ruppe i rapporti con An già nel 2003 e proprio a causa dello “storico” viaggio di Gianfranco Fini in Israele).

Il 10 marzo, giorno di chiusura delle liste, inoltre, un altro candidato del Pdl (poi eletto al Senato), Giuseppe Ciarrapico, balzò agli onori delle cronache per un’infelice intervista su Repubblica, in cui lasciò intendere in maniera molto eloquente le proprie ascendenze politiche: «Il fascismo mi ha dato sofferenze e gioie. Mai rinnegato, mai confuso, mai intorpidita la mente da pensieri sconclusionati e antistorici».

Fiamma Nirestein – ebrea e dichiaratamente antifascista, oltre che da sempre sionista e vicina allo Stato d’Israele – lo stesso giorno, rilasciò una dichiarazione in cui affermava nettamente di non essere compatibile «con nessuno che non dica di rinnegare il fascismo», prendendo le distanze da Ciarrapico, ma non facendo corrispondere a questa dichiarazione un ritiro della propria candidatura.

Insomma, la vicenda avrebbe potuto chiudersi all’interno di una delle classiche infelici giornate politiche del nostro Paese, eppure non è stato così. Tre giorni dopo, sul Manifesto, Vauro avrebbe pubblicato una vignetta strettamente collegata alla diatriba sopra descritta, polemizzando (malamente e grossolanamente, va detto) sulla decisione della Nirenstein di proseguire il suo percorso politico con persone che lei stessa aveva definito “incompatibili”.

La vignetta raffigurava la giornalista con le fattezze di Frankenstein e con appuntati agli abiti lisi la stella di David, il fascio littorio e lo stemma del Pdl. La didascalia non lasciava spazio ad interpretazioni: «Mostri elettorali: Fiamma Frankenstein». Il senso è chiaro, e non può essere slegato dagli avvenimenti di quel 10 marzo, come invece la recente polemica (sorta, guarda caso, proprio a ridosso della “Giornata della Memoria”) ha cercato di far trasparire.

Alla vignetta seguirono, com’è purtroppo prevedibile in questi casi, mesi e mesi di alterchi. Riprendendo la veloce descrizione che della vicenda ne ha fatto Filippo Facci:

Vauro fu accusato di antisemitismo senza mezze misure, e la sua vignetta fu additata come un’istigazione contro la candidata. Da New York intervenne l’Anti-Defamation League: “Vignetta indiscutibilmente antisemita”. La Nirenstein organizzò un incontro-stampa in cui fece intervenire un po’ di amici che le diedero manforte anche con articoli vari: l’editorialista Magdi Allam collegò la vignetta con certe acquiescienze che avevano riguardato Bin Laden; Riccardo Pacifici, portavoce degli ebrei romani, disse che una persona magari non antisemita come Vauro, ma che facesse vignette del genere, poteva essere peggiore di chi fosse intimamente antisemita. Anche Peppino Caldarola, ben otto mesi dopo, scrisse un articolo contro Vauro – che pure era stato suo amico e frequentatore – e scrisse così: “Vauro disegna una vignetta su Fiamma Nirenstein dove la definisce ‘sporca ebrea’”. Sporca ebrea.

Ed è proprio sulla questione di Giuseppe Caldarola che ha preso corpo la polemica attuale: il giornalista venne querelato da Vauro per “accusa infamante” nei suoi confronti, e la diatriba processuale si è, tragicamente, prolungata fino ad oggi. Per riaprire il sipario e per accendere nuovamente i riflettori sulla vicenda, poi, è bastata la sentenza dei giudici: Peppino Caldarola è stato infatti condannato a risarcire Vauro di 25000 euro per diffamazione.

Repentina la risposta del giornalista, che in data 24 gennaio 2012 scrive sul suo blog: «Sono stato condannato per aver criticato Vauro». E ancora:

«Se le cose hanno una logica, in questo caso essa è questa: si può rappresentare legittimamente un cittadina italiana indicandone la religione attraverso la propria trasfigurazione con il naso adunco e la stella di Davide, non si può criticare questa vignetta con un testo ironico che interpreta il giudizio di Vauro». E ancora:

La sentenza investe due diritti, conculcandoli. Il primo riguarda gli ebrei e dice loro: siate politicamente corretti (rispetto a chi e a che cosa?) altrimenti è giusto che vi raffigurino come una razza. Il secondo dice che la satira va bene ma la satira della satira no.

Ora, a parte la polemica sul naso adunco, che è semplicemente ridicola (basta guardare una sua foto su internet per rendersene conto), appare subito chiaro come la discussione sia stata abilmente fatta virare verso i lidi della libertà di parola e d’opinione: lidi che, secondo la migliore delle tradizioni, ciascuno intravede unicamente quando riguardano le proprie opinioni, mai quelle degli altri.

Abbiamo dunque da un lato un vignettista che, come ricorda Caldarola, «va giù con la mano pesante e che rivendica il diritto di farlo», salvo poi querelare chi decide di attaccarlo usando toni pesanti perlomeno come i suoi. Dall’altro lato, al contrario, abbiamo un giornalista che oggi lamenta di essere stato condannato per aver espresso le sue opinioni (ancor peggio, definendole “satira”), ma che aveva espresso quelle stesse opinioni proprio per lamentare la mancata censura di quelle del vignettista. Scriveva infatti, il 23 ottobre del 2008, nell’articolo incriminato:

Vauro non accetta di censurare la vignetta, che ha fatto tanto ridere Gino Strada, in cui chiama Fiamma Nirenstein “sporca ebrea”.

Il panorama generale è, quindi, piuttosto desolante. Inutile commentare, inutile sprecare ulteriori parole. Si tratta di uno dei tanti – troppi – teatrini di polemica all’italiana, quei teatrini che investono le pagine dei giornali e si affermano come “notizie” solo in qualità della loro virulenza. Un teatrino che sarebbe meglio lasciarsi alle spalle.

Susanna Curci

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