Serbia. Il conflitto mentito…

C’è una mensa, nel grande refettorio della Storia, dove – a volte – servono anche la giustizia. Certo, non è delle migliori: viene servita molto fredda e a misere porzioni. La giustizia va mangiata calda, non è certo come la vendetta. Quest’ultima è cosa superflua e sfiziosa, la giustizia è piatto ritemprante.  La vendetta è un cono gelato, la giustizia è un brodo contadino.

Sollievo per malati cronici, ritemprante come la notizia riportata da Massimo Moratti sull’Osservatorio sui Balcani e Caucaso, lo scorso 20 gennaio. Moratti fa cadere subito la facile ironia sul suo scomodo nome raccontando l’arresto di otto criminali di guerra bosniaci, responsabili dello sterminio di civili serbi e croati durante l’assedio a Sarajevo, dall’aprile del 1992 al marzo del 1996. Scrive Moratti:

Lo scorso 22 novembre la Sipa, l’Fbi bosniaco, ha arrestato otto persone residenti nella municipalità di Hadzici, poco fuori Sarajevo, per crimini di guerra commessi nei confronti di cittadini di etnia serba e croata in una serie di campi di prigionia situati proprio in quella municipalità. Il più noto di quei campi era conosciuto come il Silos, un vecchio magazzino per lo stoccaggio dei cereali. Secondo quanto contenuto nel mandato d’arresto, i crimini commessi all’interno del campo sono da considerarsi crimini di guerra contro la popolazione civile e contro soldati che si erano arresi. Gli otto sono accusati di aver partecipato, durante il periodo 1992-1996, ad un’associazione a delinquere finalizzata a commettere tali crimini.

Campi di concentramento, dunque. Una notizia in perfetta armonia con la Memoria, e con quella tensione che dovrebbe portare ad una riflessione globale che possa partire da Auschwitz o da Dachau, per arrivare ad interrogarsi sulla variante violenta dell’uomo, al di là di razze superiori e razze discriminate.

Slavko Jovičić, serbo-bosniaco, oggi membro della Camera dei Rappresentanti della Bosnia-Erzegovina nelle file dei socialdemocratici, ieri internato nel Silos di Tarcin, ha scritto addirittura un libro su questa vicenda. Durante un’intervista rilasciata nell’ormai lontano 2001,  Jovičić raccontava:

Prima della guerra, i serbi rappresentavano soltanto il 5% della popolazione di Pazarici e Tarcin. Non c’era nessun soldato o nessuna organizzazione militare serba che potesse rappresentare una resistenza nei confronti dei musulmani. Nonostante ciò, vennero deportati nel campo di detenzione di Silos tutti i maschi serbi compresi tra i 14 e gli 85 anni.

Stanze cinque metri per cinque adattate per una cinquantina abbondante di detenuti, picchiati regolarmente e quotidianamente:

Ho visto morire con i miei occhi almeno 25 persone – così Jovičić -, ma è possibile che siano stati molti di più. Tra i 550 deportati, ricordo che c’erano anche 11 donne, alcune di loro incinte. Nei primi 63 giorni di detenzione avevo perso 43 chili.

E ci restò ben quattro anni, in quell’inferno. Racconti atroci che non suonano nuovi, rappresentazione a colori di letterature che riempiono l’infanzia di immagini in bianco e nero, di vicende apparentemente congelate nei libri di storia.

E invece, e invece no. Invece pare che il provvedimento scattato nei confronti di questi otto personaggi, come scrive Moratti: «Non personaggi di secondo grado, bensì l’intera presidenza di guerra della municipalità inclusi l’allora sindaco, il capo della polizia, il comandante della nona brigata di montagna dell’Armija e una serie di guardie e persone responsabili della gestione dei centri di detenzione», abbia scatenato la dura reazione dell’attuale Parlamento bosniaco, che in larga maggioranza si è dichiarato contrario alla nomenclatura di «criminali di guerra».

Questa reazione politica è figlia della cronica divisione tra la bella faccia da mostrare ai sentimenti nazionalisti dell’elettorato e quella da esibire all’opinione pubblica internazionale. La stessa opinione pubblica che da anni muove nei confronti di Belgrado una subdola campagna informativa, tesa a responsabilizzare i serbi della maggior parte delle nefandezze – e ve ne sono state innumerevoli – di quel conflitto.

Già nell’agosto del 2005, Moratti illustrava quale fosse la situazione politica interna alla Bosnia, ove la Republika Sprska (Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina) e la Commissione per i Diritti Umani in Bosnia da sempre chiedono chiarezza alle proprie istituzioni sulla scomparsa di numerosi civili serbi, massacrati dalle milizie di Musan “Caco” Topalović e seppelliti nella foiba di Kazani sul monte Trebević.

Dicono che vi sia una fossa comune di Serbi uccisi durante il conflitto. Sono sicuro al 99% che non troveranno nulla. Le parole del poliziotto della Sarajevo federale – Scrive Moratti, nel 2005- sono significative. In quelle parole il suo messaggio è implicito: non troveranno nulla vuol dire: noi non siamo come loro, cioè noi di Sarajevo non abbiamo ucciso civili né li abbiamo sepolti in fosse comuni. È il messaggio dei sarajevesi che vogliono distinguere chiaramente tra chi ha commesso i crimini e chi no. Ma nemmeno il poliziotto è sicuro al 100%.

Dopo sette anni abbondanti, il dato significativo è che quanto meno la magistratura bosniaca sia gradualmente arrivata alla condanna effettiva nei confronti di Topalović, del «comandante Brezina» e di altri, le cui eroiche gesta non hanno avuto nulla da invidiare a quelle di Mladić, o di Karadžić.

Tuttavia, pare che la corrente populista vada ancora per la maggiore, nelle strade di Sarajevo. La banda armata che, in concomitanza dell’azione serbo-bosniaca sulla città, massacrava impunemente civili serbi e croati, sembrerebbe godere tuttora dello status di “difesa cittadina”, nonostante diversi esponenti della minoranza serba da tempo cerchino di sollevare agli occhi dell’elettorato una questione che, seppur dolorosa, porterebbe il processo di tolleranza e di riappacificazione a slegare più di un nodo.

Tuttavia, la questione ha sempre riscontrato poco interesse istituzionale, almeno fino a pochi giorni fa. Gli ostacoli più grandi sono rappresentati dal completo isolamento della questione, non dovutamente supportata da tutti quegli organismi sovranazionali che a loro tempo si erano prodigati nell’individuare i colpevoli serbi per il massacro di Srebrenica (che, a differenza della foiba di Kazani, gode di floreale commemorazione annuale) e giudicarli davanti al tribunale dell’Aja per “crimini contro l’Umanità”.

La differenza che emerge è la grossa disparità con cui l’opinione pubblica internazionale ha da sempre affrontato la questione serba, rispetto alle altre tragiche realtà che hanno determinato il gigantesco e frammentato puzzle di quel conflitto.

Poca luce sui massacri dei musulmani e sui loro campi di concentramento, così come poca luce sui massacri compiuti dai croati in Kraijna nel 1995, dove il generale Govotina massacrò numerosi civili serbi, azione per cui è scattata una – tardiva – condanna dell’Aja, avvenuta nella scorsa primavera.

Eppure, nell’immaginario collettivo, le azioni serbe hanno sempre avuto un’accezione decisamente più spigolosa rispetto alle altre, finendo per far scivolare il pensiero verso una distinzione molto grave. Chi ha offeso e chi si è difeso: pretesa assurda per avere un corretto approccio ad una questione così avviluppata. Un pressapochismo che sfrutta l’ignoranza diffusa e la poca propensione da parte del mondo occidentale a guardare con criterio fuori dal proprio orticello. Un terreno fertile e ben organizzato, spalleggiato, anni più tardi, da movimenti pseudo-posticci come “Отпор!” (la corrente anti-Milošević, vera e propria fanteria alleata all’aviazione NATO) su cui si preparò la seguente e altrettanto nefasta operazione militare in Kosovo, a tutti gli effetti naturale appendice del conflitto jugoslavo.

Eppure, ancora oggi, a dodici anni dai bombardamenti su Belgrado, si fatica a considerare la Serbia nel ruolo – parziale, certo – di vittima. Ancora oggi, ci si scandalizza nel realizzare che una partita di calcio – Italia-Serbia dell’11 ottobre 2010 – possa essere sospesa per questioni politiche, proprio perché è l’unico canale praticabile per far passare rivendicazioni tutto sommato legittime, almeno per la maggior parte: questioni senza microfono, senza canali di diffusione, senza risonanza.

Ancora oggi, si fatica a capire che Ivan Bogdanov, l’energumeno munito di passamontagna salito alla ribalta in quella notte allo stadio di Genova, possa essere uno di quei bambini bombardati nel 1999. Bambini nel frattempo divenuti ragazzi, abituati per anni a crescere nella fastidiosa nomenclatura di “non persona”, gli inadatti ad entrare nella Storia, per dirla alla George Orwell, ripreso anche da Noam Chomsky sul New York Times dello scorso 9 gennaio («la strana schiera delle “non-persone” si può trovare dappertutto»).

La catalogazione con cui il distratto Occidentale si pone nei confronti di quelle complicate vicende segue la solita logica dell’individuazione di un responsabile e di una vittima, come se questo fosse sempre un processo valido nella distinzione e nell’analisi di una guerra, come se sia sempre facile distinguere il nazista e l’ebreo di turno. Riconoscere, identificarsi, classificare, dividere. E se davvero questo è l’insegnamento che sembra fuoriuscire con forza dalla Giornata della Memoria, c’è qualcosa che non va.

Nicola Mente

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