Se perfino Pennacchi… Contro il ‘vaffanculo’.

È proprio il caso di dirlo: non ci sono più i “vaffanculo” di una volta. Quelli belli, sentiti, liberatori. Quelli che destavano scompiglio. Quei “vaffanculo” degli anni Novanta, insulti che avevano un “potere d’offesa” pieno, non ancora intaccato dai venti della crisi e dell’inflazione. Se perfino Antonio Pennacchi emenda la nuova edizione de Il Fasciocomunista dai vaffanculo, evidentemente c’è qualcosa che l’insulto non esprime più…

Non ci sono più i “vaffanculo” cantati e urlati, nel lontano 1993, da un Marco Masini distrutto da una campagna propagandistica infamante e feroce, condotta nei suoi confronti da quella “fossa di serpenti” che era (ed è tuttora) l’ambiente della critica musicale italiana. Non ci sono più neanche i “v – a – f – f – ‘nguuulo” targati Aldo Giovanni e Giacomo: gli insulti scanzonati, divertenti perché veri, rappresentativi di realtà quotidiane in cui era possibile identificarsi. Figurarsi se ci sono più i “vaffanculo” censurati, come quello dell’incipit della canzone “Luna”, presentata da Loredana Bertè per il Festival di Sanremo del 1997, e magicamente trasformato in un più sobrio “occhiali neri” al momento dell’esecuzione.

Non ci sono più perché, un po’ come l’ombelico scoperto di Raffaella Carrà, una volta sdoganati nel linguaggio comune gli insulti hanno conosciuto una vera e propria ondata d’uso incontrollabile. Così, allo stesso modo della moneta, l’eccesso di insulti ha determinato col tempo la loro progressiva svalutazione.

Vero e proprio sdoganatore dell’offesa libera fu Vittorio Sgarbi, un uomo che fin dagli albori della sua carriera televisiva non si è mai risparmiato alcun tipo di volgarità. Un Vittorio Sgarbi che ha creato uno “stile” del tutto personale, stile che gli ha permesso di farsi strada prima nel magnifico mondo del Maurizio Costanzo Show – con la qualifica di critico d’arte, opinionista e, per sua stessa valutazione, “polemista” – e che successivamente gli ha spalancato le porte di una “luminosa” carriera politica. Uno stile, il suo, non a caso fatto proprio da buona parte dell’élite politica e culturale italiana, non appena qualcuno ha avuto modo di pensare e verificare che insultare è bello, e garantisce successo, fame e attestati d’intelligenza e acume.

È stata poi la volta di Beppe Grillo, dei V-Day e degli improperi lanciati a mani basse contro la famigerata “Casta”: senza valutazioni di pesi, quantità e misure. Una figura, quella di Grillo, che ha sempre agito da specchio di quello stesso mondo contro il quale si scagliava con veemenza. Un mondo che, ad oggi, non si è risparmiato nulla. Né all’interno dei talk show televisivi né del parlamento, politici di ogni parte sono riusciti a fare a meno di mandarsi a “fanculo” a più riprese. Ognuno, ovviamente, col suo stile particolare: chi sbavante di rabbia come La Russa; chi borbottante come Vendola; chi biascicante come Bossi. E ancora, come dimenticare il fantomatico “Vaffan..bicchiere” lanciato da Santoro contro l’allora direttore generale della Rai Mauro Masi?

Pare, in ogni caso, che il fondo del buco nero davvero non esista, e che, come recita il vecchio detto, non ci sia mai limite al peggio. Persino nell’era della “sobrietà” inaugurata dalla venuta dei tecnocrati, infatti, si riscoprono nuovissimi modi di adoperare il sopracitato insulto (che nel frattempo è persino stato depenalizzato dalla Corte di Cassazione, in quanto “vi sono delle parole e anche frasi che, pur rappresentative di concetti osceni o a carattere sessuale, sono diventate di uso comune e hanno perso il loro carattere offensivo”).

Pioniere del “vaffanculo sociale” è, incredibile ma vero, Enzo Iacchetti. Un uomo che non ha mai avuto il carattere del ribelle o del contestatore, e che eppure – in questo particolare momento storico fatto di naufragi politici ed economici (per tacere delle navi da crociera) – da bravo topolino ha trovato il suo modo di scappare dalla nave ormai affondata. A ottobre attraverso youtube, mandando a “fanculo” pubblicamente gli ormai moribondi Brunetta e La Russa (ché si sa, sparare a un cadavere è sempre più facile); oggi attraverso facebook, accusando Gianni Morandi di essere “schiavo delle majors della discografia” (ma va?). Di chi sia schiavo Iacchetti ovviamente non si può dire: certo è che non è finita qui. Ci ritroviamo tra tre mesi per il prossimo “vaffanculo”. Magari su twitter.

Susanna Curci

.

.

.

 

 

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks