Paul McCartney. Kisses on the Bottom

Ma sarà davvero un pregio, essere così poliedrici come lo è Paul McCartney? Il dubbio non sorge certamente oggi, ma diventa più che mai attuale adesso che mancano sei mesi al suo settantesimo compleanno, il prossimo 18 giugno, e appena uno all’uscita del nuovo album, che è costituito quasi integralmente da cover di vecchissime canzoni apparse tra gli anni Venti e l’inizio dei Cinquanta.

«Sono brani sui quali io e John [Lennon] ci siamo basati per scrivere i nostri. Quando mi metto a scrivere li ascolto sempre e – puntualmente – mi rendo conto di quanto bene siano strutturati: ho sempre cercato di fare tesoro di lezioni del genere. Credo che autori come Harold Arlen e Cole Porter siano eccezionali: come songwriter, non posso fare a meno di notare con quanta classe le loro canzoni siano state costruite».

La data di pubblicazione è fissata al 6 febbraio in Inghilterra, e all’indomani sia negli USA che qui in Italia, ma in pratica si sa già tutto. Internet, come accade sempre più spesso, ha acquisito le registrazioni con ampio anticipo e le ha messe a disposizione di chiunque voglia ascoltarle. Con tanto di copertina pressoché ufficiale su cui campeggia quel titolo discutibile e presumibilmente ironico, Kisses on the Bottom, che ha sostituito l’altro assai più delicato che era stato annunciato in precedenza, My Valentine. La contiguità con la Festa degli innamorati rimane, e il marketing ringrazia, però si tenta di prevenire le accuse di un eccesso di ruffianeria con una strizzata d’occhio preliminare. Siamo adulti e siamo smaliziati. Lo zucchero è candido. Il caffè resta nero. Il sarcasmo, almeno per un attimo, prende il posto del romanticismo. E quasi di sicuro è l’unico aspetto che Lennon avrebbe sottoscritto, se fosse ancora vivo.

Ma Paul, naturalmente, non ha nulla a che spartire con John, se si esclude la lontanissima e miracolosa collaborazione che li ha uniti a inizio carriera. Paul è un innamorato fedele della musica (e di tutto ciò che ne ha tratto, dalla smisurata popolarità agli immensi guadagni che, secondo Forbes, ne fanno il musicista più ricco in assoluto, con un reddito 2011 che stando a un quotidiano inglese ammonta a più di 24 milioni di sterline). John ne è stato un amante inquieto e pieno di dubbi sulla possibilità, e sulla legittimità, di far coincidere la propria equazione esistenziale dalle mille incognite con la facile aritmetica del successo planetario. Paul sorride soddisfatto dall’alto delle sue certezze. John si sporgeva dal vertice della torre e contemplava il vuoto sottostante. Paul sembra fatto su misura per rispondere alle aspettative degli altri. John era risucchiato nei vortici delle proprie.

Il risultato, sul piano artistico, è quello che conosciamo. Al di là della sua prematura scomparsa, Lennon ha sempre mantenuto la matrice rock degli esordi: l’estetica al servizio di qualcos’altro, che sarà anche impossibile da precisare ma che non smette mai di balenare in controluce. McCartney, al contrario, ha incrociato la strada del beat per pure ragioni generazionali, innestando il suo talento sugli alberi, o alberelli, che si è trovato davanti. Lennon cantava in alternativa alla voglia di urlare. McCartney in risposta al desiderio di eccellere. Lennon era pronto a fare e a farsi male. McCartney è determinato a evitare che il mondo interferisca con la sua splendida sicurezza. Magari può accettare un duello, se ne vale la pena, ma evita accuratamente ogni rissa. L’antitesi di un Keith Richards, per citare i rivali storici dei Rolling Stones.

Così, limitandoci agli undici anni del Duemila, Paul si è preso molte libertà e ha spaziato in terreni espressivi quanto mai eterogenei, passando con straordinaria disinvoltura dal pop di Driving Rain e Chaos and Creation in the Backyard alla collaborazione atipica con DJ Freelance Hellraiser, per i remix di Twin Freaks, e a quella già collaudata in passato con Youth dei Killing Joke, sotto la denominazione comune di “The Fireman”, oppure dalla musica classica, o classicheggiante, di Ecce Cor Meum a quella meno impegnativa ma pur sempre sinfonica di Ocean’s Kingdom, inframmezzando il tutto con antologie assortite – ovvero d’ogni sorta – e album dal vivo.

La versatilità è fuori discussione. L’abbondanza è palese. L’ispirazione sufficiente a mantenere uno standard dignitoso, nei limiti di premesse che rimangono fatalmente pop a prescindere dal codice sonoro utilizzato di volta. Eppure, per quanto il bilancio appaia ricco, è una dovizia da grande casa borghese, costellata di rifiniture costose ma priva di un singolo dettaglio che lasci davvero incantati. O persino commossi. Il tipico caso in cui la cornice è lussuosa, e a suo modo anche “bella”, mentre il quadro si esaurisce in nulla di più di un gradevole esercizio di stile, che solo gli sprovveduti possono scambiare per arte di rango superiore.

Kisses on the Bottom, manco a dirlo, rientra nella medesima prospettiva. Una collezione insolita da osservare con una certa curiosità – come mobili di finto antiquariato che sono stati appena realizzati, e che tuttavia replicano con assoluta perizia le tecniche costruttive degli originali – e allo stesso tempo con la totale consapevolezza della sua natura artificiosa, e in fin dei conti superflua. Che McCartney si sia divertito è pacifico: alla sua età, e col suo status di superstar al di sopra di qualunque esigenza di riconferma, è ovvio che si dedichi solo a ciò che più gli aggrada, e che lo approcci con squisita souplesse. «È stato totalmente spontaneo. Un lavoro in assoluta armonia, che mi ha ricordato il modo in cui lavoravamo con i Beatles. Prendevamo una canzone, ci lavoravamo e quando capivamo il modo per realizzarla ci dicevamo semplicemente: okay, registriamola. E questo è quello che abbiamo fatto, le abbiamo realizzate live nello studio.»

Appunto: dipende da ciò che cerchi, e da chi sono le persone di cui ti circondi nel tentativo di trovarlo. Dipende da quanto sei disposto a sentirti dire – o ricordare – che non bastano quelle sfaccettature così ben tagliate, a fare un diamante.

Federico Zamboni

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