Oscar Luigi Scalfaro. L’uomo con il dito puntato…

OSCAR LUIGI SCALFARO
UNA VITA CON LE SPALLE COPERTE

La notte di domenica scorsa, dopo aver recitato per anni nel teatro della politica, Oscar Luigi Scalfaro ha lasciato quello ben più grande della vita. Puntualmente assieme alla sua scomparsa è arrivata la valanga dei panegirici pietosi e commemorativi sulle gesta e l’importanza di questo uomo, «protagonista della vita politica della vita politica democratica nei decenni dell’Italia repubblicana, esempio di coerenza ed integrità morale» a giudizio del Presidente Napolitano.

Coerenza ed integrità morale: le qualità di quel tipo d’uomo uomo che resiste alle impetuose correnti della storia che sempre portano a spiagge sicure, e preferisce rimanere in mare aperto, magari anche in solitudine.
Scalfaro non era annoverabile tra questi.

Nato a Novara il 9 settembre del 1918 da famiglia facoltosa, passa la giovinezza tra attivismo cattolico e giurisprudenza fino alla laurea nel 1941. Ben imbarcato sul veliero fascista diviene magistrato due anni dopo, in piena guerra, e giura fedeltà al regime. Ligio al fascismo fino al 1945, dopo la “Liberazione” cambia barca e si offre come volontario per i Tribunali speciali istituiti dagli Alleati con il compito di “consulente tecnico” e successivamente come pubblico ministero. In questa veste ottiene la fucilazione di sei “collaborazionisti”. Tra questi un suo conoscente, il brigadiere Domenico Ricci, che prima di morire si dichiara innocente. Anni dopo la figlia del Ricci chiederà a Scalfaro chiarimenti sulla colpevolezza del padre senza ricevere nessuna spiegazione valida (LEGGI QUI).

Grazie a queste condanne Scalfaro ottiene la patente di antifascismo (tanto da diventare presidente dell’Istituto degli Studi per la Resistenza nel novarese dal 2002 al 2011) e decide (a malincuore, come ammetterà Lui) di abbandonare la toga per saltare sulla Balena Bianca. Viene eletto alla Costituente nel ’46 e alla Camera dei Deputati nel ’48: da quel momento non uscirà mai più dai palazzi del potere.

La sua carriera politica si caratterizza per l’estremo rigore morale, che per un democristiano conservatore significa estremo bigottismo:oltre alla strenua battaglia contro la legge sul divorzio, il 20 luglio del 1950 Scalfaro fu coinvolto nel cosiddetto “caso del prendisole”. In un ristorante romano insultò una signora per il modo di vestire “indecente” (a quanto pare aveva le spalle scoperte) e, qualificatosi come parlamentare, minacciò di denunciarla per apologia di fascismo essendo questa attivista del Movimento Sociale. La questione finì con una querela contro il deputato che sarebbe stata amnistiata tre anni dopo (LEGGI QUI). Oltre alla villania, il deputato DC, rifiutando la sfida a duello lanciata dal padre della signora (e poi passata al marito), dimostrò anche una buona dose di codardia che gli costò una lettera di rimprovero nientemeno che da Totò (*).

Lungi dal limitarsi al campo morale, le ristrette vedute di Scalfaro comprendono anche quello politico. Se antifascista ci è diventato, il suo anticomunismo è viscerale e lo spinge ad aderire alla corrente scelbiana della DC contraria ad ogni ipotesi di partecipazione della sinistra socialista e comunista al governo.

Durante il periodo del centro-sinistra (1963-76) e del “compromesso storico” (1976-8) Scalfaro rimane in ombra al seguito della corrente conservatrice della DC.

Ai socialisti nenniani Scalfaro preferisce quelli craxiani: nell’83 Santo Bettino lo tira fuori dal dimenticatoio a cui la politica di avvicinamento alla sinistra lo aveva condannato e lo fa Ministro dell’Interno, carica che manterrà fino al 1987.

Finito il governo socialista la presidenza affidatagli nel 1989 della Commisione parlamentare d’Inchiesta sul terremoto d’Irpinia sembrò un nuovo salto nel buio, ma magicamente il 1992 è l’anno che segna la svolta nella sua vita: il 24 aprile viene eletto presidente della Camera e il 25 maggio, dopo che la strage di Capaci aveva escluso Andreotti e gli altri candidati troppo politici, Scalfaro si ritrova eletto Presidente della Repubblica con i voti di quasi tutte le forze politiche (escluse Lega, Rifondazione Comunista e Movimento Sociale).

Il crollo del Muro di Berlino aveva scosso gli equilibri internazionali e di conseguenza aveva messo in discussione tutto il sistema politico partitocratico italiano. Nuove oligarchie economico-finanziarie si affacciavano nel paese per fari affari trovando tra loro e i profitti soltanto l’ostacolo dei vecchi partiti in simbiosi con la macchina economica statale (LEGGI QUI).

Scalfaro si dimostra subito un buon alleato per questi gruppi: per prima cosa nomina al governo Giuliano Amato che  insieme a Ciampi fronteggia l’attacco alla lira da parte di Soros dell’autunno ‘92, pretesto per l’inizio delle privatizzazioni di Stato. Dimessosi Amato per la vicenda del Decreto Conso (ultima debole reazione della vecchia classe politica) Scalfaro inaugura la tradizione dei governi tecnici nominandone uno di transizione (durerà fino al maggio ’94) guidato dallo stesso Ciampi responsabile di aver bruciato inutilmente (colpa o dolo?) migliaia di lire di riserva valutaria per fronteggiare l’attacco sopra citato.

Nel ’93 emergono alcune macchie di Scalfaro nel suo periodo al Viminale. L’ex direttore amministrativo del SISDE Maurizio Broccoletti, coinvolto in un inchiesta su dei fondi neri gestiti dal SISDE in modo troppo disinvolto, accusa Scalfaro, Amato e Nicola Mancino di aver concertato nel 1991 con il direttore Malpica (in carica dal 1987 al 1991) una versione di copertura per i magistrati sull’utilizzo di quei fondi. Successivamente lo stesso Malpica rivela di una consuetudine per cui il servizio segreto era solito versare un centinaio di milioni al mese ai ministri dell’Interno (Scalfaro compreso).
Scoppia il putiferio attorno al Presidente tra richieste di impeachment e insinuazioni sull’amicizia tra la figlia Annamaria e l’architetto in odore di servizi segreti Adolfo Salabè (immortalati in una foto pubblicata dal settimanale Epoca a fare shopping) (LEGGI QUI).

Scalfaro si difende con un messaggio televisivo (costato minuti di noia ai tifosi del Catania) in cui denuncia il tentativo di delegittimarlo da parte della morente partitocrazia e condisce tutto il discorso con la famosa affermazione «Io non ci sto!» (LEGGI QUI).

La questione non ebbe risvolti penali e per lui si concluse senza danni. I funzionari che lo accusarono, pur venendo assolti per l’accusa di “attentato agli organi costituzionali” (LEGGI QUI), vennero condannati per la questione dei fondi neri (LEGGI QUI). Solo nel maggio del ’94 Scalfaro ammetterà l’esistenza di quei fondi sfidando però a dimostrare che siano stati utilizzati fuori dai fini istituzionali (LEGGI QUI), troppo tardi perché la Giustizia gli chiedesse di chiarire meglio in che modo li avesse effettivamente utilizzati.

Sconfitta la partitocrazia, reimpostata l’economia statale e cambiato totalmente il sistema politico con l’introduzione tramite referendum del Mattarellum, il nuovo establishment economico-finanziario aveva bisogno di un cavallo politico per raccattare i voti della stramba società semi-medioevale italiana, poco incline al capitalismo duro e puro. Il PDS di Occhetto, uscito indenne dalla tempesta di Tangentopoli, sembrava l’alleato politico naturale ma si presentava poco adatto a vincere e gestire un governo. Proprio in quel momento si affacciava sulla scena politica l’imprenditore milanese Silvio Berlusconi, forte di un personale carisma liberal-populistico e un apparato di potere che poteva contare su una potente batteria mediatica di ben tre emittenti televisive. Come previsto, Forza Italia, alleata al Sud con Alleanza Nazionale e al Nord con la Lega, le suona ad Occhetto alle legislative del ’94. Il compito di Scalfaro in questo scenario era fare in modo che il sistema di potere berlusconiano rimanesse in precisi margini d’azione che non prevaricassero limiti posti dai nuovi padroni: Berlusconi obbediva e in cambio il suo monopolio non veniva messo in discussione (solo in quest’ottica sono comprensibili gli anni del cosiddetto “inciucio” ma il discorso adesso sarebbe fuori argomento).

Scalfaro riesce, dopo pochi mesi dall’insediamento a Palazzo Chigi, a liberarsi del Cavaliere nominando al suo posto un uomo a Lui più gradito: l’ex ministro del Tesoro del Berlusconi I, Lamberto Dini, a capo dell’ennesimo governo tecnico gravato del compito di traghettare il paese alle elezioni, non prima però di aver ritoccato il sistema pensionistico per renderlo più “moderno” con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo.

Per la gioia del Presidente, le elezioni del ’96 le vince il suo pupillo Prodi, europeista convinto ben inserito nel mondo dell’alta finanza, che riesce con manovre lacrime e sangue a riportarci nel Sistema Monetario Europeo.

Scalfaro non si gode tutto il quinquennio dei governi di centrosinistra (1996-2001) perché il suo settennato si conclude senza incidenti nel 1999.

Dopo di che assume di diritto la carica di senatore a vita e dal suo piccolo scranno a Palazzo Madama non fa mai mancare un voto in più ai vari governi D’Alema, Amato II e Prodi II e per concludere il suo passaggio a Sinistra (la Sinistra democratica dell’Alta Finanza e della Grande Imprenditoria) aderisce nel 2007 alla corrente veltroniana del Partito Democratico.

Sicuramente è stato un uomo di rigore morale, se per rigore morale intendiamo il peggiore bigottismo, ed è stato uomo di coerenza, coerente nel stare sempre a galla aggrappandosi a chi di volta in volta si trovava a comandare: fascisti, antifascisti, socialisti e democratici.

Mi rimane un solo dubbio su di Lui: chissà se prima di morire ha cambiato idea sulle donne con le spalle scoperte.

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Nota

(*) Lettera di Totò all’ Avanti: «Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata. Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto. Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa».

Cristian De Marchis

SCALFARO
L’INQUISITORE ANTIFASCISTA
Marco Petrelli

«E’ vero che non fu lui a pronunciare la requisitoria  ma l’ impostazione dei capi d’ accusa era decisa insieme con gli altri due Pm del collegio accusante e non tenne alcun conto dei testimoni a difesa»  (Corriere della Sera, 17 Settembre 1995).

Con queste dure parole il senatore missino Giorgio Pisanò spaccò in due la città di Novara nel 1995. Era settembre e Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Repubblica, si trovava in visita nella città natia, dove nel settembre di cinquant’anni prima aveva ricoperto il primo incarico di magistrato.

Una ferita vecchia di mezzo secolo si riapriva in occasione di quella visita istituzionale. Dopo mesi  di epurazioni e violenze, nel settembre ’45  il comando alleato aveva chiamato a raccolta giovani giudici per costituire assise straordinarie, al fine di dare una legittimità ai processi contro i vinti.
I processi sommari in realtà proseguiranno fin sul finire dei ’40 ma, quei tribunali improvvisati, rappresenteranno comunque una parvenza di autorevolezza della giustizia in un’Italia ancora selvaggia, dominata da sentimenti di vendetta e rancori indomabili.

Nel 1945 Oscar Luigi Scalfaro ha 26 anni, da due è in magistratura; è stato convocato dagli americani in qualità di pubblico ministero nell’azione legale contro Enrico Vezzalini, fascista e podestà novarese, responsabile secondo l’accusa dell’eliminazione di undici antifascisti in risposta all’omicidio perpetrato dai partigiani ai danni di un dirigente del PFR. Vezzalini non è un pesce piccolo: ha fatto parte del collegio dei giudici che, nel gennaio 1944, processò e condannò alla fucilazione i gerarchi ‘venticinqueluglisti’, coloro che avevano votato l’OdG Grandi ponendo fine al Regime mussoliniano. Tra i condannati a morte anche Galeazzo Ciano, figura storica ancora oggi controversa.

Vezzalini ha poche possibilità di cavarsela. La guerra è finita da pochi mesi e, anche nell’aula di un palazzo di giustizia, sin respira il clima pesante della resa dei conti. Quegli undici antifascisti pesano più che mai sull’iter umano e politico del podestà. Alla sbarra a Novara, di fronte a popolo e giudici di Novara, condannato per l’assassinio di novaresi. Il verdetto è già scritto: morte. A chiedere il massimo della pena è proprio Oscar Luigi Scalfaro, l’uomo e il politico che nei cinquant’anni seguenti si prodigherà nel ricordare e sottolineare l’importanza di valori quali libertà, rispetto della vita umana e dignità del singolo.

L’attacco di Pisanò non lascia scampo ad equivoci. Il Presidente scomparso nella notte di ieri è responsabile fino all’osso di una pena capitale eseguita dopo un processo nel quale la difesa ha contato come il due di picche.

«Il Pm Scalfaro dopo chiarissima requisitoria condotta con vigoria ed efficacia conclude domandando la pena di morte per lo Zurlo» (Corriere di Novara, Settembre 1945).

Zurlo è un altro fascista alla sbarra con Vezzalini. In questo caso Scalfaro in persona chiede la morte dell’imputato mediante fucilazione. Un ricorso dei difensori permetterà all’uomo di evitare il plotone d’esecuzione. Tuttavia le parole del cronista del Corriere di Novara lasciano perplessi: il giovanissimo PM chiede la testa di Zurlo dopo una vigorosa requisitoria.

Arturo Missiato, Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno e Raffaele Infante, imputati con Vezzalini, devono rispondere di ‘collaborazionismo’ . Seguiranno la sorte del podestà di Novara finendo, il 23 Settembre 1945, al poligono di tiro cittadino dove, oltre alla raffica, si beccheranno anche sputi ed ingiurie di un gruppo di donne.

Paolo Granzotto, in La vera storia di Oscar Luigi Scalfaro antifascista doc, intervento pubblicato da Il Giornale del Giugno 2005, in merito alle assise straordinarie così scrive: «Non ci fu chiamata: i magistrati che composero quelle Corti erano tutti volontari. In cambio del loro zelo, venivano concessi scatti di anzianità “à gogo” per compensare le crisi di coscienza di chi sapeva d’esser chiamato a emettere, ove il caso, sentenze di morte» (Il Giornale, 8 Giugno 2005).

Scelte politiche, dettate dalla circostanza o forse dal desiderio di costruire un’immagine spendibile poi nell’Italia che faticosamente si andava ricostruendo, le sentenze di morte contro i fascisti, alcune delle quali emesse su labili basi, fecero curriculum al giudice  Scalfaro, l’anno seguente peraltro eletto a Montecitorio.

Per anni il silenzio interrotto per la prima volta nel 1993 quando, salito al Colle, il neo Presidente fece outing , ammettendo di aver contribuito a mandare al patibolo Vezzalini.

La famiglia Ricci e gli Scalfaro erano stati vicini di casa per anni, esisteva quindi un rapporto di intimità. La donna, dopo decenni di tormentati interrogativi, chiederà all’ex Presidente il motivo di quella sentenza, senza ottenere però una risposta definitiva, che finalmente ponesse fine a sessantuno anni di incertezze. Niente. Ironia della sorte, però, il testo della sentenza contro Domenico Ricci  forniva già allora una risposta chiara e trasparente sulla conduzione del processo: «il brigadiere Ricci «insieme al Missiato costituì l’ anima della Squadraccia, della quale, poi, pare abbia assunto il comando ufficiale allo scioglimento di essa».

Macchie nel passato di un politico che il sindaco  di Roma Alemanno ieri ha così definito: «Politico puro ed integerrimo. Esempio per tutti». Parole che, alla luce dei fatti, lasciano davvero basiti.

Marco Petrelli

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