Michel Martone. La rivincita dei figli di papà…

“Fantasia al potere” si diceva nel ’68, ma in quarant’anni belli che passati al timone di quella grande barca chiamata Italia non abbiamo visto altri che l’Ammiraglio Incompetenza accompagnato dal suo fedele Vice Arroganza. Il diciassettennio berlusconiano ha ulteriormente acuito questa piaga elevando agli scranni del potere personaggi ridicoli totalmente estranei al mestiere (ebbene sì, rompiamo l’idea berlusconian-piduista per cui chiunque può fare politica, perché, citando Platone, quella del politico è una professione come quella del medico). Come già detto, l’Incompetenza va di pari passo con l’Arroganza e gli sfoghi volgari a cui ci hanno abituato certe famosissime facce (i Brunetta, Bossi, Santanchè col relativo codazzo di centro-destra) non sono altro che il necessario prodotto di questo diabolico connubio.

E alla fine arriva Monti… che il potere lo ha veramente (o meglio dire che fa parte del club giusto): l’Incompetenza diviene Competenza, maggiore prontezza e bravura nel macellare in pezzettini il corpus sociale; l’Arroganza rimane ma celata dietro leggeri sorrisi sfuggiti in qualche intervista, sottili e le ironiche battutine tipiche di chi è sicuro di quel che fa e sa di non dover dimostrare niente a nessuno.

Passati dal girone infernale dei peones berlusconiani al purgatorio dei professori (che ci porterà nel paradiso del mondo globalizzato dell’aristocrazia bancaria) speravamo tanto che le nostre pene si limitassero a tagli ed aumenti fiscali, ma ci sbagliavano: la vecchia Arroganza berlusconiana esiste ancora (anche il lupus hobbesiano perde il pelo ma non il vizio) e da pochi giorni ha anche nome e cognome. Si chiama Michel Martone, e martedì scorso nella “Giornata sull’apprendistato”organizzata dalla Regione Lazio ha schiettamente definito “sfigato” chi si laurea dopo i 28 anni (1).

Lui è un giovane rampante, dottorando a 23 anni e vincitore del concorso per professore ordinario a Siena a 29 (dopo che su otto candidati sei si ritirarono facendo vincere gli altri due), ma soprattutto è figlio di quell’Antonio Martone coinvolto nell’inchiesta P3 e in buoni rapporti con il vecchio governo Berlusconi, tanto che al figlio nel 2010 fu chiesta una consulenza sulla “Digitalizzazione dei paesi Terzi” da ben 40.000 euro (2) (3).

Quella di Martone più che essere la storia di un self-made man è la tipica Italian Story del figlio di papà che percorre la lunga strada della vita seduto comodamente sul sedile posteriore del Ferrari paterno. A rispondergli a tono è stato il “ciclista” foggiano Adelmo Monachese in una lettera su Repubblica (4) che ha ricordato al buon Martone la sacrosanta verità che non nasciamo uguali e che alcuni devono faticare un pochino di più (spesso destinati al fallimento) degli altri.

Ma lasciamo stare lo sfogo del simpatico vice-ministro (a cui piace definirsi “secchione”), probabilmente dovuto alla frustrazione di una vita fatta solo di studi e carriera nonché tanti ceffoni e insulti dal “bulletto” di turno, perché Martone non è il problema ma l’effetto, come la sua nomina al governo (che ha altre cause ancora).

Il male atavico della società capitalista sta nell’atavica ipocrisia di dire che tutti nascono uguali. Tale menzogna nasce dal solito processo di universalizzazione con cui la classe dominante espande la sua visione del mondo al resto della società: “Tutti i membri della classe borghese nascono uguali e hanno la stessa possibilità di realizzarsi grazie alle loro capacità” sarebbe la traduzione marxiana del “Tutti gli uomini nascono uguali” ottocentesco.

Nonostante due secoli di socialismo abbiano reso un po’ meno classista la situazione, il sostrato non è cambiato: se nasci ricco hai la strada spianata verso il successo sociale e pazienza che anche il figlio dell’operaio vuole fare il dottore perché probabilmente il padre non saprà a che santo votarsi per fargli passare concorsi ed esami in un batter d’occhio. Certo, “uno su mille ce le fa” (rispetto al Medioevo qualcosa è comunque cambiato) ma sarebbe preferibile che ce la facessero (o meglio, avessero i mezzi per farcela) tutti e mille.

Detto questo mi accingo ad andare più a fondo per dire coram populo che la vera genesi di ogni differenza sociale è l’istituzione secolare per eccellenza: la famiglia.

Il sistema familiare (antecedente ad ogni sistema economico, dal feudale al capitalistico), a differenza di quello comunitario (in cui tutto è con-diviso tra gli appartenenti della comunitas) divide la società in un immenso puzzle composto da un numero limitato di gruppi familiari tanto potenti quanto grande è la loro ricchezza, ed una miriade di piccole famiglie che spesso spariscono in poche generazioni e meno spesso riescono a diventare grandi. Se le differenze tra i due gruppi sono tante, la similitudine è una: l’atteggiamento di autoconservazione (che chiamerò familismo) che spinge ogni famiglia a fare in modo che i suoi membri ottengano successo e potere in modo da portare avanti la stirpe.

Per capirsi: come D’Alema padre fa scalare a suo figlio Massimo le vette della dirigenza comunista così Alberto Sordi (nel film di regia monicelliana Un borghese piccolo piccolo) raccomanda il figlio tontolone per un posticino da impiegato dentro un ministero. Detto questo, lo ripeto: il problema centrale della società odierna è la divisione della comunitas in famiglie.

Sarebbe però assurdo proporre l’abolizione della famiglia per atto volitivo (magari con un decreto di qualche governo comunista), perciò da laureando in giurisprudenza voglio ridurre il problema alla giuridicizzazione del sistema familiare: l’istituto dell’eredità.
Se il sistema familiare non può essere scardinato facilmente, non è così irreale proporre di rivedere l’istituzione ereditaria per colmare quel gap economico-sociale che separa gli individui dalla nascita.

Lo Stato, in quanto unico soggetto che conserva un poco di comunitas, dovrebbe intervenire con pesanti tassazioni sulle grandi eredità, i cui fondi ricavati sarebbero destinati ad appositi enti territoriali con il compito di rendere accessibile a tutte le fasce di popolazione l’istruzione: sia azzerando tutte le spese per il mantenimento scolastico e universitario; sia creando infrastrutture e progetti per portare al meglio il livello di formazione (edifici con aule, palestre, laboratori ma anche sistemi di collegamento per il trasporto degli studenti nonchè attività formative gratuite extra-scolastiche).

Non mi prendo il merito di essere il teorico di questa lotta alla diseguaglianza ereditaria in quanto è una battaglia da sempre propria dell’intellighenzia liberale pura e dura.

Il liberale Luigi Enaudi scriveva nel 1949:

Dovrebbe in primo luogo l’imposta ereditaria falcidiare alla morte di ogni uomo tutta l’eccedenza della sostanza che egli in vita ha saputo cumulare al di là di quanto basti a garantire la vita del coniuge superstite, la educazione e la istruzione dei figli sino alla maggiore età economica, la sussistenza dei figli inetti, per deficienze fisiche o mentali, a procacciarsi il sostentamento, il possesso della casa, provveduta di adiacenze, di mobilio, di libri e di oggetti vari, reputata bastevole alla famiglia sopravvivente; sicché la sostanza riservata sia mantenuta entro limiti atti a impedire diseguaglianze apprezzabili nei punti di partenza.

Probabilmente basterebbe questo per impedire a priori l’esistenza di certi “secchioni” che dai loro pulpiti immeritati si permettono di giudicare i poveri “sfigati” che non hanno i loro meriti…i loro meriti familiari.

Cristian De Marchis

_________________

Note

(1)  http://www.repubblica.it/scuola/2012/01/24/news/martone_laureati-28671973/

(2)  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/e-questo-e-il-giovane-al-governo/2172086

(3)  Interrogazione parlamentare di Pietro Ichino: http://www.pietroichino.it/?p=11391

(4)  http://www.repubblica.it/scuola/2012/01/24/news/risposta_a_martone_studente_28_anni-28697709/

 

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks