Manlio Cancogni. Gli angeli neri. Anarchici italiani

Nel film Che gioia vivere!, diretto nel 1961 da René Clement e interpretato da Alain Delon e da Gino Cervi, un gruppo di anarchici progetta un attentato alla vigilia della Marcia su Roma. Ma sono tipi da operetta, sinceri idealisti, certo, ma anche bonaccioni e pasticcioni, e tutto finisce in fumo.

Diversa la storia narrata in San Michele aveva un gallo del 1973: qui, Paolo e Vittorio Taviani ci raccontano la parabola di un anarchico internazionalista (Giulio Brogi gli dà un volto e un’anima convincenti) che – siamo nella seconda metà dell’Ottocento – finisce in galera e dieci anni dopo, durante un trasferimento, incontra dei giovani rivoluzionari che smantellano il suo sentimentalismo libertario: loro sono dei socialisti “scientifici”,  marxisti, e non hanno nulla a che fare con le utopie. Molte – e di diverso segno – le “derive” rivoluzionarie del Risorgimento, tra idealisti e ideologi, utopisti e realisti, eroi senza macchia e senza paura e laidi doppiogiochisti: e le ha ben tradotte in romanzo, un paio di anni fa, Giancarlo De Cataldo (I traditori, Einaudi). Raccontandoci come, al di là della retorica, ogni avventura umana e intellettuale è tremendamente complessa.

Vogliamo dire “speciale”?

Tipi “speciali”, gli anarchici (Cesare Lombroso, fondatore dell’antropologia criminale, ne studiò la tipologia “delinquenziale”. Cfr. Gli anarchici, Ed. La Vita Felice, 2009). Fatti apposta con le loro suggestioni, le loro contraddizioni, il loro “colore” –  il nero in tutte le varianti rosse o viceversa –  per offrire abbondante materia non solo a chi voglia impegnarsi nella storia delle idee, ma anche a chi sia interessato alla ri-creazione culturale, attraverso i più svariati linguaggi.

Tipi “esplosivi”, in tutti i sensi, gli anarchici. Ma anche “simpatici”. Perfino a chi è lontano le mille miglia dai loro sogni di redenzione e rigenerazione umana, grazie ad un “Io” che detronizza Dio e manda al diavolo lo Stato e le sue istituzioni in nome delle libere associazioni comunitarie e del federalismo solidale; anche chi li considera degli illusi che inevitabilmente saranno delusi dalla dura lezione della realtà e soprattutto dalla constatazione che la tanto sbandierata “umanità” è fatta di pasta ben diversa dalla loro; anche chi crede nel realismo e nella concretezza, e pratica l’arte della diffidenza e del disincanto, un posticino nel cuore dove sventola la bandiera dell’anarchia ce l’ha, lo difende dagli assalitori e tutte le volte che può ascolta “Addio Lugano bella” (navigando su Internet, si può trovare anche la versione cantata da Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Lino Toffolo: bellissima).

E non può non venirci in mente Indro Montanelli, “scolaro” di quel Giuseppe Prezzolini che amava definirsi anarco-conservatore. Bene, quando Manlio Cancogni gli confidò che, per l’appunto, stava scrivendo la storia degli anarchici italiani, Indro gli disse: «Mi raccomando, non me li trattare male i miei amici».

Cosa che Manlio Cancogni davvero non fa in questa agile ricognizione di fasti e nefasti (le bombe fanno male…) dei libertari di casa nostra, dalle vicende dell’ingenuo nobiluomo – e “socialista tricolore”- Carlo Pisacane, all’incontro a Carrara, nel settembre del fatale ’68, tra il “birichino di Parigi” con la puzzetta sotto il naso Daniel Cohn-Bendit e i ruspanti anarchici locali (Gli angeli neri. Storia degli anarchici italiani da Pisacane ai circoli di Carrara, prefazione di Beppe Benvenuto, Mursia, pp. 141, euro 14).

Ma torniamo un attimo a quel grande “irregolare” della Destra italiana che è stato Indro Montanelli. Per ricordare che, se simpatizzava per gli anarchici, non c’era di mezzo solo l’eredità del Prezzolini, ma un po’ quella di tutto il Novecento ribelle, eretico, avanguardista ecc. ecc. che aveva visto come la cosa più “normale” del mondo passare, sempre in nome della rivoluzione ovviamente, dal nero- che- più- nero- non -si- può degli anarchici all’altrettanto “profondo nero” dei fascisti.

E’ noto che Montanelli aveva un grande amico, più e più volte da lui ricordato come un maestro di onestà e di coerenza, che si chiamava Berto Ricci: ebbene, il fondatore dell’”Universale” – l’irriverente foglio fiorentino di battaglie politiche e culturali cui Montanelli collaborò insieme a fior di “camerati” come Ottone Rosai e Romano Bilenchi – non proveniva forse dagli ambienti anarchici? Tanto che, negli anni ’30, quando, convertito (e si convertì per sempre diventando uno degli “eroi di Mussolini”), chiese la tessera del PNF, Alessandro Pavolini, segretario della federazione di Firenze e futuro estremista di Salò,  dopo avergli chiesto come mai non si era iscritto prima ed averne ottenuto come risposta “Perché ero di idee contrarie”, respinse la sua richiesta, inviando la pratica a Roma, presso il Direttorio Nazionale del PNF

Ora, come ci racconta Paolo Buchignani (Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella cultura del Ventennio, Il Mulino, 1994), “il vicesegretario del partito, Arturo Marpicati, convocò Ricci e gli chiese un chiarimento sulla sua risposta. Quando seppe che era stato anarchico, Marpicati avrebbe esclamato: “E noi non si era anarchici?”.

Anche il socialista rivoluzionario Benito Mussolini, a partire dalle sue appassionate letture di Proudhon, Stirner e Bakunin, aveva veleggiato nei dintorni dell’anarchia, fondando addirittura nel 1913 una rivistina dal nome emblematico di “Utopia”, e basta andarsi a rileggere le confidenze fatte a Yvon De Begnac (i Taccuini mussoliniani, curati da Francesco Perfetti, sono stati riproposti dal Mulino qualche mese fa) per rendersi conto di come, paradossalmente (ma mica tanto…), nel petto del Duce il cuore libertario non avesse cessato di battere. Di vecchi e nuovi libertari, da Malatesta a Berneri, Mussolini parla con simpatia e con stima (ricordando perfino «il purissimo sangue di Sacco e Vanzetti» cui il governo conservatore statunitense “trasmise la corrente di morte”), e se non manca di rievocare con raccapriccio gli orribili crimini compiuti dagli anarchici durante la guerra di Spagna (azioni nefande agli antipodi del vero spirito libertario), altrettanto sdegno mostra contro i comunisti, massacratori dei loro compagni internazionalisti in rigida applicazione delle direttive di Mosca.

Ma il contenzioso tra libertari e marxisti, che, del resto, fece seguito a quello tra mazziniani (fedeli alla causa “nazionale” e, seppur anticlericali, animati da intenso fervore spirituale) e anarchici (internazionalisti, materialisti ed atei), è di antica data.

Cancogni ne rievoca stagioni e ragioni, puntando lo sguardo sull’azione di quel colorito pensatore/agitatore (e agitato) che fu Michail Aleksandrovic Bakunin, il quale elesse la nostra amata Penisola, e in particolare il Golfo di Napoli, a vero e proprio laboratorio politico rivoluzionario. Di stirpe aristocratica, grosso, irsuto, grande bevitore e mangiatore, ingombrante, verboso (del resto, «gli anarchici amano infinitamente parlare, scrivere e leggere, purché si tratti dell’anarchia. Pochi altri movimenti, e non solo politici, hanno dato vita, come il loro, a tanti giornali, riviste, rivistine, opuscoli. Migliaia, solo in Italia; tutti intrisi della stessa illimitata fiducia nel potere redentorio, salvifico del verbo»), Bakunin è il primo ad accorgersi che tra anarchia e marxismo c’è un abisso. E a mettere in guardia chi cercasse “apparentamenti”: «Prendete il più radicale dei rivoluzionari (marxisti-n.d.r.) e mettetelo sul trono di tutte le Russie, o conferitegli un potere dittatoriale (…) e prima che passi un anno sarà diventato peggiore dello stesso zar».

La storia avrebbe dato conferma a quella che poteva sembrare una frase ad alto tasso provocatorio. Ma la “vocazione alla provocazione” è una costante nel temperamento anarchico. Il “difetto” in loro è sempre l’”eccesso”, la sovrabbondanza di umori, la radicalità delle prospettive. Come ben mostra Cancogni, seguendo le vicende esemplari di Errico Malatesta, di Carlo Cafiero, di Andrea Costa, di Pietro Gori (l’autore di “Addio, Lugano bella…”) e di tanti altri, agli anarchici italiani capiterà spesso di essere popolari, ma mai di avere un seguito popolare. Quello che invece avrà il Fascismo, eresia nazionale del socialismo, eresia sociale del nazionalismo, accogliendo nelle proprie file una marea di anarchici, sindacalisti soreliani e corridoniani, sovvertitori futuristi, spiriti liberi, trasversali e libertari, “fulminati” dal binomio Patria e Rivoluzione nelle piazze interventiste e successivamente nella battaglia dannunziana per Fiume.

Ecco, forse Cancogni- che nelle riflessioni conclusive ci dice in buona sostanza che oggi di “anarchia”, a tutti i livelli, ce n’è anche troppa e che avremmo bisogno di un po’ di sana “autorità”- avrebbe dovuto soffermarsi un po’ di più sul perché di certi percorsi, da un “nero” a un altro “nero”.

Magari indagando sulle suggestioni soreliane abbondantemente presenti nella cultura italiana, quella libertaria e quella “nazionale”, e nel momento stesso in cui- siamo a qualche anno dalla Grande Guerra- in Francia, benedicenti Sorel e Maurras, nascevano i “Cercles Proudhon”, per accogliere, insieme, monarchici e sindacalisti rivoluzionari alla faccia di borghesi e benpensanti.

Mario Beranrdi Guardi

.

.

.

 

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks