Lele Mora. O del delitto della pena…

Ormai avvezzi al panegirico sulla bontà proprio dei giorni di festa, è naturale conseguenza che tra Natale e Capodanno venga sfruttata la predisposizione distratta del lettore medio. Lettore medio che, preso nella morsa della malinconia, o adagiato sulle piste dell’entusiasmo a forma di alberello, tende a offrire tutto il suo lato più spugnoso. Momento ideale, dunque, per seminare pathos e gettare discordia con pseudo-notizie ad effetto.

Il più classico degli esempi si è incarnato, sugli ultimi sgoccioli del 2011, nella notizia del tentato suicidio in cella da parte di Dario Mora, detto Lele, manager e sedicente talent-scout, famigerato protagonista di Vallettopoli prima e del “Rubygate” poi – per quest’ultimo tutt’ora indagato per favoreggiamento alla prostituzione -, già in passato condannato per evasione fiscale e spaccio di droga, e ora in carcere per bancarotta fraudolenta. Il calcolo delle tempistiche, frutto di progettualità ben congegnata, ha fatto sì che una situazione tutt’altro che verificata – il tentato suicidio, appunto – facesse comunque esplodere tutta la rabbia della massa. Quella rabbia suadente, fuoco lento che non si spegne mai. Quella rabbia che guida i ciechi verso l’annichilimento di simboli, in un continuo gioco di costruzione e di distruzione di statue, da celebrare o da abbattere a seconda del vento. E così le furie sono uscite dalle gabbie, e l’odio si è sparso di nuovo, allestendo il palco per la pubblica gogna.

Le regole del gioco sono quelle, e rimangono tali. La divisione, la violenza, l’intolleranza, sono tutti strumenti per avere la perfetta mappatura della gestione. Quella gestione che, in fondo, parte da lì. Da un “crepa, viscido”, passando per un augurio di “buona riuscita del prossimo tentativo”. Insomma, il fantoccio di Mora – questa volta tocca a lui – è stato issato, e la bancarella è stata aperta. Nessuna pietà per chi ha incarnato il potere imperante, anche se come penultima ruota del carro.

Già tre secoli fa era chiaro un concetto: «Il miglior risultato che si può ottenere, nel governare gli uomini, può essere raggiunto solo con l’uso della violenza e del terrorismo». Da allora non molto è cambiato. La violenza, l’intolleranza manifestata attraverso gli insulti a Mora non è emancipazione, ma processo conformista. Questo è un pensiero che avvolge qualunque aspetto della nostra ignoranza riguardo la cultura della pena – dal commento su Facebook, fino alle istituzioni penitenziarie -.

Inutile sforzare l’immaginazione nel ricercare la cattiveria più sadica: ci si rende parte comunque di una ricetta prevedibile. Il piatto che esce dal forno manzoniano è dunque qualcosa di molto poco genuino, sebbene sia composto da istinti primordiali e reazioni nervose. Perché le imprecazioni giornaliere non sono munizioni infinite. Si spende troppo dissenso nei confronti di Mora (“frocio, fascista, merda”), e si finiscono le scorte per le questioni in cui il dissenso – nella sua forma meno brada – potrebbe tornare utile, e magari stimolare i neuroni.

Dunque, il racconto di una vicenda non verificata, su un personaggio che dovrebbe occupare uno dei gradini più bassi sulla nostra scala personale di punti interrogativi, diventa valvola di sfogo, come una forma alternativa di fitness. La naturale conseguenza ci evidenzia che la notizia sulle condizioni di Mora non è una notizia, ma una miccia accesa. Miccia forse allestita dallo stesso entourage dell’ex talent-scout televisivo, secondo il triste rituale della depressione e del malore del vip in carcere: un morbo che sembra contraibile soltanto oltre una certa soglia di popolarità.

Il riscontro di questo sconfortante scenario è la cecità e l’insensibilità comune nei confronti del problema macroscopico. La messa a fuoco è sulla pagliuzza, e della trave si intravedono soltanto i chiodi. Si è troppo impegnati a massacrare il pupazzo, si è troppo legati alla vendetta e alla carnalità. Non si ha la forza di ragionare sul vero crimine, compiuto da chi strumentalizza una notizia marciando su un problema grave come quello delle condizioni carcerarie. Un problema che ha portato 183 morti in cella – quelli sì, riusciti alla perfezione – da gennaio e dicembre 2011, ai quali se ne sono aggiunti due recentissimi, in concomitanza con il primo giorno dell’anno. Curiosamente, solo la notizia di questi ultimi due decessi è stata diffusa a livello nazionale. A monte, la consueta valutazione di tempistiche, figlia di una logica imprenditoriale e molto poco giornalistica.

Due suicidi e due tentati suicidi – a Torino, Vasto, Vigevano e nuovamente Vasto – sono cronaca, 183 morti in un anno sono un dramma. Quando il ferro è caldo, due suicidi sono uno strillo facile, 183 decessi – tra cui con presunzione e coraggio barbaro si scindono 66 morti volontarie – hanno invece bisogno di toni ovattati. E soprattutto, sono realtà. La realtà non sta simpatica a tutti, semplicemente perché offre spunti di riflessione. Perché lo stesso sgomento che nasce di fronte a due morti, di fronte a 183 può trasformarsi in consapevolezza. Consapevolezza del fallimento delle politiche carcerarie, che non sanno offrire nulla all’infuori di enormi sgabuzzini dove far frollare carne, viscere, dignità e pensiero.

Consapevolezza, termine troppo pericoloso, come troppo pericoloso è delineare i contorni di un mondo sconosciuto ai più. Un universo parallelo istituito per rieducare e reintegrare, e gestito a mo’ di mattatoio: tristissima scenografia di un silenzioso funerale di massa. Istituti fatiscenti, riforme chimera, infame metodo che dovrebbe essere soluzione estrema e che invece incarna la più facile via di fuga per qualsiasi problematica sociale. L’effetto è quello del sovraffollamento di luoghi alienati da ogni parvenza di società, dove il detenuto non solo non impara nulla, ma non ha possibilità di usufruire di alcun insegnamento.

Una logica distruttiva che travolge tutto e tutti, operatori carcerari compresi. Al di là di ogni utopica missione, infatti, i funzionari vengono sviliti alla stessa stregua dei detenuti, riconoscendosi più affini al ramo della nettezza urbana piuttosto che a quello della giurisprudenza, o a quello – ancor più lontano – della rieducazione. Accade dunque che l’organismo che dovrebbe avere come missione il paventato reintegro, sia in realtà una discarica ove gettare il superfluo, e nulla importa se la maggior parte dei detenuti sia dentro per reati considerati a bassa pericolosità sociale.

Insomma, un mondo irrazionale, avulso da ogni parvenza di senso compiuto anche perché estremamente dispendioso, in una logica perversa che impone un costo tutt’altro che irrisorio impiegato nell’avvilente smaltimento di umanità. Il carcere è a tutti gli effetti la casa in cui il concetto di “tempo” viene spremuto e svuotato di ogni suo contenuto, una casa in cui si finge di voler correggere attraverso l’uso dell’autorità: in cui si pretende di ottenere risultati con pacchi di agenti piuttosto che con educatori, assistenti sociali o, meglio, ancora attraverso accordi con il mondo che si intravede dalle sbarre – il Terzo Settore, ad esempio – per un corretto reinserimento lavorativo.

Dunque, se proprio non si riuscisse a dominare il senso di futile curiosità, meglio sperare che Lele Mora possa in qualche modo tornare utile a sé e agli altri, piuttosto che massacrare la sua inutilità. La gogna è una brutta palude, piena di bestialità assolutamente umana: la bestialità dell’emozione e della voglia di rivalsa attraverso gesti, parole e simboli ai quali siamo sempre stati tremendamente attaccati. La singola umanità si può contestare, ma non si può cancellare. Scriveva Cesare Beccaria, nel suo Dei delitti e delle Pene: «Non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa». Questo è il padre dei problemi: siamo sicuri che riguardi soltanto il mondo carcerario?

Nicola Mente

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