La TV contro Facebook. Venti di censura…

Il rumore dei piatti come colonna sonora del telegiornale. Quarant’anni fa era l’unico telegiornale, per ogni tubo catodico del paese. Oggi l’aria è satura, e si opta per la visione prevalente. Si sceglie La7, per esigenze di purezza e di igiene personale. Così, per purificare coscienze e per imparare ad esser sobri, ora che abbiamo un Presidente del Consiglio che va dal barbiere di fiducia, e che passa il Capodanno preparando la cena per i nipotini.

Dunque La7, dicevamo. Guarda caso si parla di insulti, guarda caso c’è di mezzo internet:

Ѐ l’altra faccia della sobrietà nuovo corso. è il fronte estremo dell’offesa in libertà, divulgata va da sé in quel calderone ribollente di pensieri e parole – spesso più parole che pensieri – che si chiama Facebook. Luogo strategico per comunicare, anche per i nostri politici, a prescindere – direbbe Totò – dal contenuto. E nella gara di insulti, omofobia e razzismo la fanno da padrone, come certificato dagli ultimi casi, fotografia tanto imbarazzante quanto d’attrito cliché di un’Italia né educata, né sobria, né tantomeno europea.

Questo non è tratto da un comizio politico, né da un salotto in stile “Porta a Porta”, o “L’Infedele”. Questa è la semplice apertura di un altrettanto semplice servizio informativo. Tradotto in gergo casalingo, questo non è altro che un incipit, un attacco, un cappello per presentare ciò che dovrebbe – con il condizionale d’obbligo – essere una notizia. Il tema è l’ormai annosa diatriba sull’odio e sull’intolleranza da social network, argomento già trito e ritrito ma portato nuovamente alla freschezza dell’appena sfornato grazie alla furbizia di due polituncoli locali, due tra le migliaia che si annidano nel tessuto amministrativo italiano. Uno iscritto alla Lega, l’altro al Pdl. Il primo, consigliere comunale di Albenga. Il secondo, assessore al Comune di Lecce.

I due, in fantozziana concomitanza, vengono bacchettati sonoramente per alcune uscite poco felici e comunque gravi, soprattutto se si considera il consueto sermone sulle “responsabilità istituzionali” che un politico dovrebbe tenere. Per il ligure Mauro Icardi sarebbe stato fatale un cavernicolo auspicio al ritorno dei forni crematori, da dedicare agli immigrati clandestini. Per l’assessore Ripa invece, galeotto fu il commento da bar di quartiere sul suo presidente regionale Nichi Vendola – «signorina affetta da turbe psichiche», avrebbe scritto – all’interno di una discussione sui fondi per le politiche sanitarie in Puglia, e sulle relative liste d’attesa. Il clima plumbeo e intriso di sobrietà non transige, ed impone l’intolleranza all’intolleranza. Blitz e punizioni. L’intolleranza al calore, l’intolleranza al colore.

I due commenti incriminati sembrano segnati da qualche differenza sottilissima in merito a diplomazia, ma sono entrambi evitabili e fuori luogo. Allo stesso tempo, sembra evidente che il clima austero della tecnocrazia imponga fermezza e bacchettate, come se fossimo tutti alunni delle elementari negli anni Cinquanta. Ѐ altrettanto evidente che La7, nello specifico, non perde l’occasione per esibire il cartellino rosso ai due, in una logica focalizzata esclusivamente nello scontro campale tra fazioni politiche.

Dunque, il canale che ormai in Italia spadroneggia in ascolti e consensi, rimane comunque fedele alla fin qui perdente logica dell’abbattimento del nemico. L’impressione è che il focolaio degli sputi e degli insulti tanto esorcizzato nel servizio faccia parte di una guerra, frutto di un sistema e di un contesto di grandezze indefinibili. Una guerra fantasma, in cui la cavalleria avversaria è ormai rimaneggiata e disarcionata. Una guerra che però continua, incessante e un po’ ovattata; in cui televisione e giornali impacchettano opinioni consumabili, evitando il gusto un po’ anacronistico della notizia cruda. Eccolo là, il nemico. Ѐ accanto a te. Tu credevi che il problema fosse lassù, invece no. Il problema è lui, dunque il problema sei tu. Come dice Monti: «Chiediamoci anche noi cittadini, non che cosa possa fare l’Italia per noi, ma che cosa possiamo fare noi per l’Italia».

Nell’informazione la degenerazione rispetto al passato è netta, così come l’assoluta sconfitta del “fatto” a scapito dell’immagine, dello spettacolo, del contenitore emotivo pronto ad esploderti in cucina, in metro, in ufficio, al bar. L’emozione copre ed offusca, l’informazione invece bazzica altri lidi, o comunque è funzione secondaria. Esattamente quel che accade all’odio disseminato, raccolto, sintetizzato, e riproposto, a mo’ di collante, dagli stessi organi di informazione che condannano, si distaccano e pontificano. L’odio scandisce le stagioni, nelle guerre fra poveri.

Roba da Debord, o da psicologia militare. Roba da sentire ancora necessaria una battaglia contro l’assessore leghista, il sottosegretario comunista, il funzionario pubblico ex fascista. Anche e soprattutto in tempi come quelli attuali, ove la portata degli avvenimenti e la moltiplicazione esponenziale dei punti di domanda dovrebbero indurre ad analisi e riflessioni ad un raggio ben più ampio. Gli anni inzuppati di “educazione, sobrietà ed europeismo”, parole adattate al nuovo corso e modello a cui aspirare, più che vocaboli da comprendere.

Una catena di montaggio eccelsa, a cui internet parzialmente sfugge, offrendo perlomeno una via di scampo occlusa dai media tradizionali, dove il culto dell’emblema, della formula e dell’immagine maramaldeggia. Ecco perché il leghista che impazzisce su Facebook diventa una notizia. Ecco perché il messaggio che passa dal servizio assomiglia ad un discorso pronunciato dal balcone, teso a minimizzare la portata del social network – e del Web, in generale -.

Facebook è accozzaglia caotica, casa di pazzi, covo di serpenti e palestra di livore. Un luogo «strategico»  appunto, uno spazio in cui si adesca e dove si millanta: questo è un ragionamento sommario e pericoloso. Sommario perché omette esplicitamente l’eccezionalità che la Rete rappresenta nell’immaginario e nel flusso collettivo di informazioni.  Pericoloso perché è un ragionamento che cade nel piatto del telespettatore stanco e affamato, che mangia ad occhi chiusi e digerisce tutto. L’equazione è sempre piuttosto semplice: “internet” è parola vicina a “pericolo”, “odio”, “intolleranza”, “malintenzionati”, “sotterfugio”. A nessuno sembra giusto approfondire l’aspetto della pluralità e della condivisione, o quello dell’informazione slegata da lacci editoriali. Ѐ dunque compito del  telegiornale bastonare l’insidia e confezionare polpette incendiarie già pronte, appiccando fuochi che fingerà poi di spegnere con benzina appositamente confezionata in bottiglie d’acqua.

Nicola Mente

.

.

.

 

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks