Jon Lee Anderson. Guerriglieri

Il libro Guerriglieri – Viaggio nel mondo in rivolta di Jon Lee Anderson uscito nel 2011 per le edizioni Fandango è una raccolta di reportages del giornalista americano realizzati durante i suoi viaggi compiuti dal 1988 al 1992 tra i Mujaheddin dell’Afghanistan, i Karen della Birmania, i Saharawui del Fronte Polisario nel Sahara occidentale, i militanti del fronte Farabundo Martì del FMLN in El Salvador, i Palestinesi a Gaza.

Come si può vedere realtà diversissime di lotta armata e di resistenza sotto tutti i punti di vista, culturali, politici, ideologici, ma come ci spiega Anderson sono tutte unite dal fatto che «se ci sono le condizioni giuste, la guerriglia può nascere all’interno di qualunque società. Se le persone si vedono irrimediabilmente private dei loro diritti dal proprio governo, o oppresse nel proprio paese, allora è inevitabile che compaia la violenza».

L’autore non giudica le scelte dei suoi protagonisti, ma le racconta in maniera chiara e obiettiva scegliendo di puntare la sua attenzione sulle persone più che sulle ideologie, sulle loro vite vissute pericolosamente, e sulle loro comuni preoccupazioni in materia di famiglia, religione, società, economia, sui miti e soprattutto sulle storie personali di questa umanità molto varia, ma che «appartiene a tutti noi a prescindere dalle circostanze e dalle forme della guerra» perché questi uomini e queste donne alle latitudini più disparate del mondo si sono votati al sacrificio pur di portare avanti le proprie idee.

Dai campi profughi di Gaza al deserto del Sahara, dalle colline del Chalatenango alle foreste del Kawthoolei, i guerriglieri vivono in realtà separate, parallele a quelle contro cui si ribellano. Se devono dipendere da aiuti esterni prima o poi possono finire per accettare compromessi, ma se riescono a trovare un mezzo di sussistenza che sia l’oppio per i mujaheddin, il tek per i karen, il “lavoro per il nemico” dei palestinesi.

Possono sopravvivere all’infinito, indipendentemente dalle mutevoli condizioni politiche, perché accomunati dallo stesso semplice e sovversivo pensiero, che vi siano cose per cui valga la pena morire, e qualunque sia la loro fede (l’islam o il cristianesimo, la democrazia o il marxismo-leninismo o semplicemente un mondo in cui le cose sono o buone o cattive), «costoro combattono per realizzare ideali più grandi di loro, e nel corso di questa loro guerra si sono trasformati essi stessi in figure ultraterrene: santi, dei e martiri di un mondo da loro creato».

Raffaele Morani

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