Jethro Tull. Aqualung, 40 anni dopo…

Sono la nostra piccola macchina del tempo, le ristampe dei grandi album del passato. Il trucco ricorrente per tornare indietro, con un unico balzo istantaneo di inarrivabile lievità, e sprofondarci di nuovo nella magia di certe fasi irrimediabilmente perdute. Come dice lo stesso Ian Anderson, leader di quei Jethro Tull di cui è stato recentemente ripubblicato il magnifico Aqualung, «Verso la fine degli anni Sessanta c’era il senso di una rivoluzione musicale in atto. Chi suonava sapeva di essere parte di un grande cambiamento musicale, sapeva di fare qualcosa di nuovo o aveva la speranza di farlo. Oggi non c’è nulla di nuovo da fare, per i ragazzi è difficile creare la stessa innovazione radicale».

Aqualung uscì nel 1971. I Jethro Tull erano uno dei vari gruppi in ascesa, ma non ancora pervenuti a una definitiva consacrazione. Partiti in chiave blues, come tanti altri artisti britannici che erano stati folgorati dalla sua profondità benedetta e misteriosa, immediata per l’ascoltatore ed enigmatica per i musicisti, scarna per un verso e ricchissima di potenzialità per l’altro, si erano rapidamente sottratti al rischio che il legame istintivo si irrigidisse in una scelta programmatica, e quindi in un vincolo troppo stretto. Passione, purtroppo, fa rima con prigione. Curiosità, invece, fa rima con libertà. Come anche vitalità.

Ian Anderson era un giovanotto di poco più di vent’anni. Nato in Scozia e trapiantato da ragazzino in Inghilterra, a Blackpool. Il rapporto con la musica, nella tipica tradizione della musica popolare, era puramente istintivo: gli strumenti si suonano a orecchio, e se non sei in grado di farlo è probabile che non sia la tua strada. I brani si imparano a memoria, e se dopo averli sentiti ti viene in mente che si potrebbero sviluppare in modo diverso (in molti modi diversi) è probabile che tu sia qualcosa di più di un semplice esecutore, per quanto dotato.

La celeberrima Bourée, contenuta nell’album Stand Up del 1969, nacque così. Una composizione di Bach ascoltata per caso, e nell’esecuzione parziale e quanto mai imperfetta di un vicino di casa alle prime armi, che si piantò nella testa di Ian e lo spinse a rielaborarla. Il folk non ha mai dovuto chiedere il permesso, per prendere e togliere o aggiungere. Il rock nemmeno. Lo splendido motivo di Bach non era uno spartito da riprodurre fedelmente: era una melodia affascinante incontrata all’improvviso, mentre vibrava nell’aria e si faceva strada attraverso i muri di un edificio qualsiasi. Una rivelazione afferrata al volo, come lo sguardo di una bella sconosciuta che ti passa accanto e chissà dove sta andando. Ma di sicuro non da te.

Il colpo di fortuna, più che di genio, fu riproporla col flauto traverso, nello stile turbinoso e spumeggiante che all’epoca era una sorpresa totalmente inaspettata (niente flauti, nel Delta del Mississippi – e neppure alle spalle di Elvis) e che poi è diventato il marchio di fabbrica, anzi lo stemma gentilizio, dello stesso Ian e dei Jethro Tull. I quali hanno attraversato un mucchio di cambiamenti di organico, essendo in fin dei conti l’estensione di un solo leader dalla personalità fortissima, e tuttavia, per la stessa ragione, non si sono mai sciolti.

A Stand Up era seguito Benefit, nel 1970. Buono, ma non quanto ci si attendeva. O si sperava. Il problema non era quello che c’era nel disco. Era quello che mancava. Che continuava a mancare, come peraltro era logico in un momento di crescita e di progressiva messa a fuoco. Il limite, decisivo, era la sensazione che i diversi pezzi (del mosaico, non del puzzle) fossero ancora in attesa di trovare la loro collocazione ottimale, capace di trasformare un abbozzo suggestivo in un disegno compiuto. Suscettibile di chissà quali ampliamenti, in futuro, ma ormai definito nel suo nucleo creativo. Nella sua verità sostanziale.

Quel completamento fu appunto Aqualung. A cominciare dal brano omonimo, proprio in apertura dell’album, l’impatto era quello di un’opera finalmente matura, che sa alla perfezione cosa vuole esprimere e che è certa di aver trovato il modo giusto per farlo. Il fascino, del resto, iniziava a sprigionarsi già a partire dalla copertina: il barbone che vi appariva dipinto era allo stesso tempo repellente, col suo sguardo grifagno da predatore di vittime inermi, e intrigante, con quell’atteggiamento indaffarato e quasi febbrile. Un individuo ancora vivo, nonostante tutto. Quale che fosse la sua storia, segreta, di delusioni e di sconfitte, i disastri accumulati non avevano spento del tutto i bagliori del desiderio. E dell’aspirazione, forse, a un qualche genere di riscatto.

Aqualung non era un vero e proprio “concept album”, con un filo conduttore che si dipana deliberatamente dall’inizio alla fine, ma ci andava vicino. La figura del mendicante riassumeva, ed estremizzava, le innumerevoli persone che non resistono ai colpi del destino – o di quella sottospecie di destino che è la routine quotidiana – e finiscono sgretolate ed esauste. Disgustate di se stesse e degli altri. Impazienti di chiudere la partita e di cancellare tutti quei ricordi sgradevoli, o peggio. In bilico tra la speranza di una nuova vita, dopo un lungo riposo ristoratore e ricominciando da zero («Possibilmente in un universo meno aspro e insidioso, Signore»), e la sconfinata stanchezza di chi ha solo voglia di svanire nel nulla.

Locomotive Breath, l’altro pezzo che da allora in avanti è rimasto un appuntamento pressoché irrinunciabile nelle esibizioni dal vivo, lo diceva esplicitamente, e chiamava in causa Dio:

Nella follia disorientante / Del respiro della locomotiva / Corre il perdente di ogni tempo / Punta dritto alla sua morte / Sente i pistoni che raschiano / Vapore che lo colpisce in fronte / Il vecchio Charlie ha rubato la manopola / e il treno non si fermerà / Non c’è modo di rallentare / Vede i propri figli che scendono / alle stazioni, uno dopo l’altro / (…)  Credo che Dio, lui ha rubato la manopola / E il treno non si fermerà / Non c’è modo di rallentare.

Una vera macchina del tempo. Ecco che cosa ci vorrebbe.

Federico Zamboni

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