Jesùs Marchamalo. Toccare i libri…

L’ennesimo libro sui libri. E l’ultimo mea culpa, da parte mia, per averlo acquistato. D’altra parte l’editoria seriale di questi tempi campa proprio sulla figura del lettore un po’ gonzo, un po’ supponente, quale io, alle prese con la mia sindrome da acquisto compulsivo in via di guarigione, sono.

Che cosa dovevo aspettarmi dall’ultimo libro sul tema, dopo che ne avevo comprati e letti diversi e che in fin dei conti rimuginano tutti sulle stesse cose, non mi era, e non mi è, tuttora chiaro.

E poi questo continuo riferimento ai libri sembra quasi una messa da requiem. Nel momento in cui il digitale sembra avere il sopravvento, parlare di libri di carta ha un che di macabro.

Sta di fatto che mi sono comprato anche questo Toccare i libri di Jesùs Marchamalo edito da Ponte alle Grazie.

In realtà per il semplice fatto che l’editore è Ponte alle Grazie mi avrebbe dovuto far suonare un campanello d’allarme. La casa editrice, anche sui temi più triti, riesce a pubblicare sempre qualcosa di curioso.

È così anche in questo caso in cui l’argomento è veramente stato frullato a dismisura.

L’aspetto è già di per sé invitante. Un piccolo libro di appena una cinquantina di pagine che impegnerà il lettore per un paio d’ore, si compra. Togliersi una curiosità libresca spendendo pochi soldi e poco tempo è cosa buona e giusta.

La cosa che salta agli occhi subito è il tono dell’autore, leggero, come il piccolo libro che avete tra le mani. Con ironia racconta tic, fissazioni, esagerazioni, emozioni, impressioni, alterigie del possessore di libri.

Talvolta anche con una vena umoristica, indulgente e complice, ma che racconta il già raccontato più volte in un modo che libera certe stucchevolezze dalla loro insopportabile spocchia e le consegna al lettore per quello che sono: delle manie, piccole quasi sempre, non pericolose solitamente ma che possono sfociare in vere e proprie malattie.

Non viene trascurata mai però, la personalità del libro e la sua autonoma vita.

Se è vero che è il lettore che il libro se lo compra, è altrettanto vero che i libri richiedono il loro spazio. È questa capacità colonizzatrice dei volumi che ne fa dei veri e propri pericoli per la vita casalinga. Sembra quasi che il libro tema gli spazi vuoti, andandoseli a prendere con tutta la violenza possibile.

Poche pagine per raccontare come, in case dalle dimensioni modeste, questi impertinenti coinquilini si appropriano di intere pareti, per debordare nei sottoscala, sui comodini, nel bagno, in cucina, nella stanza da letto, impilati ovunque. I più facoltosi acquistano appartamenti separati per trovare spazio, ma sarebbe più opportuno dire che i libri impongono l’acquisto al proprietario per avere un luogo tutto per loro.

Da qui il capitolo dedicato alle dimensioni di una biblioteca e alla teoria che ho ribattezzato dei cinquecento libri. Raggiunto il numero magico di cinquecento, ogni nuovo ingresso deve obbligatoriamente passare per una dismissione.

Pratica che apre due fondamentali filoni di riflessione.

Il primo ha un carattere filosofico: come deve essere considerato un libro? L’enciclopedia Treccani è un solo libro (nel senso che l’intera opera deve essere conteggiata per uno oppure per il numero di tutti i tomi che la compongono)? Il Signore degli Anelli è uno o trino?

Annota l’autore “Perec si è scontrato con un problema serio: ci sono volte in cui un libro non equivale a un solo volume”.

«Secondo Perec, qualora vi sia unità di soggetto, intenzione e filosofia, un’opera dovrebbe contare come un libro unico, indipendentemente dal numero di volumi. Ma alla fin fine, ragiona ancora Perec, l’opera completa di uno scrittore non costituisce forse anch’essa un unico libro?».

«La biblioteca di Perec, limitata a trecentoquarantatrè libri, poteva contenere in realtà tutti i libri del mondo, e magari anche di più».

Il secondo ha dei risvolti etici. È giusto rottamare un libro? E qui l’argomentazione s’impenna in una serie di divagazioni che non risolvono il problema ma lo complicano. Ci sono diversi modi per pensare la cosa ma il tutto poi è demandato alla sensibilità individuale. Alcuni pensano che sia immorale come abbandonare un cane al suo destino, dopo che ha condiviso parte della nostra vita. Altri, e tra questi il mio amico di corse e passeggio, che appena finito di leggerne uno l’abbandona in treno, sull’autobus, su una panchina, per strada per farlo raccogliere da chissà chi e condividere così non solo la lettura ma il libro stesso.

Un altro carattere dei libri analizzato è il loro «ancestrale istinto di foresta, una tendenza alla dispersione che ostacola l’ordine», che introduce al problema sommo di chi possiede libri e li vuole catalogare.

Ora esistono infiniti libri che insegnano sistemi diversi di classificazione e la biblioteconomia è una scienza dedicata proprio a questo problema.

Ma il fatto resta e si pone come una contesa tra il lettore e i suoi libri. Un braccio di ferro tra colui che vorrebbe classificare, costituendo un ordine cosmico alla propria libreria e i libri stessi che tendono volutamente al caos.

Al di là dello scontato, si può classificare in ordine alfabetico o cronologico (e qui il problema si moltiplica perché la cronologia può far riferimento a quando quel libro è stato scritto o a quando si è acquistato o letto), per argomento, che pone severe scelte che non portano però da nessuna parte. Se metto Pound tra i poeti, mi devo anche trascinare dietro, in quel reparto, i suoi scritti da economista eccentrico? E i discorsi tenuti per radio?

Per ovviare a questo, alcuni propongono metodi, anch’essi non privi di pecche, alternativi, come una catalogazione per casa editrice o ancora più radicali per dimensione del libro o per colore della copertina.

È questo il capitolo di maggior interesse perché amplia il suo significato a tutti i metodi classificatori dell’universo e ne illumina il senso.

Ogni classificazione tenta (inutilmente) di metter ordine al caos del mondo ma è utile solo a creare un appiglio per non affondare.

La classificazione di per sé non muta la realtà, e la realtà non è definita dalla classificazione, ha vita propria, caotica e incomprensibile.

Un uomo e un pollo possono per comodità essere inseriti, il primo tra i mammiferi e il secondo tra gli uccelli. Ma se voglio inserirli insieme nella categoria dei bipedi non altero in nulla e non incido nel sopradetto caos che cerchiamo di definire, semplificandolo per sopravvivere.

Scorrono così le poche pagine, percorrendo strade già note, talvolta in modo polveroso, talaltra divertente.

Alla fine del libro mi viene in mente l’immagine di Ymelda Marcos, la moglie del dittatore delle Filippine, ritratta di fronte al suo immenso armadio di scarpe che occupano tutta la fotografia e mi viene in mente Paris Hilton e il suo guardaroba infinito e scintillante.

Ecco. Una lettura buona per tutti quelli che sanno bene che non c’è differenza tra loro e Paris Hilton.

Cambia solo l’oggetto del desiderio.

Mario Grossi

 

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 29 gennaio 2012

 

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