Il viaggio a Strapaese. Tra sinistra e tradizione…

“Strapaese” è quel movimento politico-culturale che nasce formalmente il 15 luglio ’26 dalle colonne della rivista “Il Selvaggioma sostanzialmente in corrispondenza alla fondazione di questo giornale nel luglio del ‘24. A metà strada quindi tra il sequestro Matteotti – e l’assassinio, ma non lo si sapeva ancora – e il ritrovamento del suo cadavere alla Quartarella, località deserta della campagna romana.

È il periodo di maggior crisi del Governo Mussolini e l’unica crisi seria che il fascismo conosce prima dei disastrosi eventi del Secondo conflitto mondiale. Spariscono dalle giacche i distintivi fascisti e dalle pareti degli uffici pubblici i vessilli della rivoluzione.

C’è però, ed è una minoranza, che va controcorrente e ostenta fedeltà a Mussolini, alla sua formula politica e alle buone maniere del santo manganello. E’ “Il Selvaggio” di Mino Maccari, che seguita a battere questa strada anche a crisi terminata, continuando paradossalmente a muoversi controcorrente.

La rivista maccariana si inserisce perciò nella vicenda delle riviste “critiche” del Regime. Ma in che modo? La stampa pungolante del Ventennio si trova a destra, come L’Impero, di marca neo-assolutista; al “centro”, per esempio con Nuovo Paese, Epoca e Corriere Italiano; e a “sinistra” con Rivoluzione Fascista, La Montagna e la sconfessata – da quanto è combattiva – Polemica Fascista.

Il particolare toscano è però il più grande laboratorio politico culturale d’Italia, ed è in questo ambito che va considerata la nascita della Rivista maccariana. Nella Toscana dei primi anni Venti germogliano infatti correnti “politico-religiose” canalizzate in due principali filoni, per molti aspetti opposti. Uno spiritualistico, raccolto attorno alla rivista Atanòr dei vari Reghini, Guenon e Evola, di chiara fatta aristocratica, sacrale e imperiale. E l’altro definito pragmatico e installato nell’orbita della già citata Rivoluzione Fascista. Il segno politico della rivista di Gherardo Casini è principalmente laico e rivoluzionario.

Tra questi due indirizzi si insinua un tertium genus che con un po’ di fantasia potremmo collocare in una posizione mediana tra il filone spiritualistico e quello pragmatico. È appunto il cenacolo intellettuale che afferisce a “Il Selvaggio”, di ispirazione fortemente antimaterialista (ecco il tratto spirituale) ma anche rurale e squadrista (e per questo razionale).

“Strapaese” è considerata dagli studiosi che se ne sono occupati sul piano politologico (Giuseppe Parlato, Paolo Buchignani e il sottoscritto) corrente di sinistra, al pari dei revisionisti di Bottai, degli acerrimi avversari stracittadini di Massimo Bontempelli e gruppi minori.

La tassonomia, affatto azzardata, è presto spiegata. Anzitutto, “Strapaese” si ispira a una cosmologia (intesa come riferimenti mitici, ritualistici e simbolici) di sinistra. Che non è la Sinistra storica e ancor meno quella marxista, ma è la sinistra primigenia, nazionale, repubblicana e libertaria dei Mazzini e dei Garibaldi.

È proprio l’Eroe dei due mondi a rappresentare quel riferimento ideale e strategico sul quale insiste il movimento strapaesano. Seguito dalla settimana rossa, occasione di incontro (e non più di scontro, finalmente) tra le sinistre italiane (repubblicana, socialista e anarchica) che aborriscono la guerra di Libia, insorgendo in maniera decisa, strutturata e organica (caso più unico che raro, in periodo prefascista). Ancora, i Fasci Rivoluzionari d’Azione Interventista sono per gli Strapaesani un fulgido esempio di coesione tra forze interventiste di sinistra. Esempio che andrebbe emulato anche in tempo di pace.

La redazione de Il Selvaggio si schiera senza fronzoli contro lo sfruttamento degli operai e dei braccianti e monta feroci battaglie contro gli agrari, gli industriali e il Regime che permette tali aberrazioni.

Scoccata l’ora della Guerra civile spagnola, i collaboratori del giornale maccariano, assieme a quelli de L’Italiano (la rivista strapaesana bolognese che Leo Longanesi fonda nel ‘26), sconfessano il conflitto e riecheggiano condanne contro Franco. Addirittura, lo strapaesano di ferro Elio Vittorini intende combattere al fianco dei repubblicani spagnoli e tenta di organizzare un manipolo di miliziani antifranchisti.

Il segno di sinistra è naturale e ovvio se si pensa che lo squadrismo fascista di quelle (e di molte altre) zone è appannaggio della piccola borghesia, erede del “garibaldinismo” ottocentesco e che si esprime non con l’antibolscevismo, bensì con l’antimodernismo di matrice risorgimentale, che diventa un mix esplosivo di sansepolcrismo, tradizionalismo cattolico, antimodernismo, ruralismo.

A che serve, quindi, Strapaese? Lo spiega Maccari in un articolo del ’27: “Strapaese è fatto apposta per difendere a spada tratta il carattere rurale e paesano della gente italiana; vale a dire, oltreché l’espressione più genuina e schietta della razza, l’ambiente, il clima e la mentalità ove son custodite, per istinto e per amore, le più pure tradizioni nostre. Strapaese si e eletto a baluardo contro l’invasione della mode, del pensiero straniero e delle civiltà moderniste, in quanto tali mode, pensiero e civiltà minacciano di reprimere, avvelenare o distruggere le qualità caratteristiche degli italiani, che del travaglio contemporaneo, tendente a creare lo Stato unitario italiano, devono essere l’indispensabile base e l’elemento essenziale […]”[1].

La caratura filosofica del Movimento è annunciata da Orco Bisorco (così spesso si firma Maccari) nel Gazzettino ufficiale di Strapaese del 27 novembre 1927. E’ un programma che richiama il ritorno alle origini, pure e naturali, della vita. Esalta la sostanza “selvaggia” dell’essere umano, che va rivalutata e che ci scherma dai pericoli provenienti da oltreconfine. Come ha osservato Ottone Rosai, assiduo e imperituro collaboratore di “Strapaese agitava un programma di purezza, di rinascita artistica e del costume italiano in un periodo nel quale le idee forestiere non erano gradite in Italia, ritenute nutrimento indigesto […]”[2].

Che le culture straniere, durante il Ventennio, siano considerate “nutrimento indigesto” è certo un’esagerazione. Rosai è un intransigente e le sue uscite iperboliche. Si preferisce la tradizione italiana, è vero, e a preferirla di più sono gli strapaesani.

Riscoprire la ricchezza culturale italiana, che per due volte ha affascinato (dominato non mi piace) l’intero Globo, è per Maccari e i suoi amici un modo per vivere meglio. Serve ad amarsi e apprezzarsi, a percepire chiaramente il proprio ruolo nel Mondo, a lavorare uniti e con passione al miglioramento del proprio Paese. E, forse, a non diventare colonia.

Ivan Buttignon.



Note

[1] Orco Bisorco, Gazzettino ufficiale di Strapaese, in “Il Selvaggio”, 15 marzo 1927.

[2] G. Pandolfi, Il Selvaggio di Maccari ovvero storia di una delusione in AA.VV., “Il Selvaggio di Maccari”, Roccalbegna, 2003, p. 15.

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