Il fuoco della Sicilia. Tra Vandea e Reggio…

La protesta del forcone a me fa venire in mente la Vandea. Adesso non voglio entrare nel merito di ‘refrattari’ o ‘costituzionali’, di Jean Cathelineau – assonanza con il nostro Catilina, che mi rende il personaggio simpatico – e della prima e seconda guerra vandeana. All’incazzatura spontanea dei contadini per la chiamata obbligatoria alle armi – che li obbligava ad abbandonare i terreni per servire una Patria in cui non credevano già da un po’ – si unirono le esigenze della Chiesa di far fallire la politica repubblicana e rivoluzionaria della Francia post 1789. Questo fu. Diffidenza per il nuovo Stato dell’eguaglianza e della libertà e della fraternità causata dall’assistenzialismo ecclesiastico venuto a mancare. Per decenni anzi per secoli l’aiuto della Chiesa s’era sostituito ad uno Stato inesistente – quello monarchico – e adesso non poteva più essere garantito perché alla Chiesa erano stati confiscati tutti i beni. “Questi vogliono far morire di fame noi e voi” è bastato dire a qualche ecclesiastico perché scoppiasse l’inferno.

Sono sempre di più i compagni, invece, che in questi giorni di protesta forsennata, con blocco degli autotrasportatori, tassisti incazzati neri e forconi che si moltiplicano nella penisola, nella discussione nata per decidere da che parte stare nella protesta, ripetono un mantra che, come ogni mantra, diventa presto ossessivo: “compagni e compagne, non dimentichiamoci dei moti di Reggio Calabria”. Perché allora, i compagni e le compagne, decisero di non appoggiare la protesta partita dal basso? Qual era la materia del contendere allora? Lo Stato aveva deciso di collocare il capoluogo di Regione a Catanzaro, deludendo le aspettative di chi, a Reggio Calabria, ci aveva un po’ sperato ingolosito da uffici, dipartimenti e potere. CGIL, PCI e PSI rinunciarono alla lotta quasi da subito, perché non si volevano mischiare in battaglie “campanilistiche”.

La realtà è che secondo i quadri dirigenti di allora, la protesta guidata da Ciccio Franco, sindacalista Cisnal, era troppo plebea, troppo eterodiretta, troppo ‘fascista’ e con la ‘ndrangheta non si capiva bene quale rapporto ci fosse. “Abbiamo lasciato campo libero ai fasci, perché non abbiamo capito”. Come se il giudizio di oggi debba essere il frutto di un rimpianto di allora. Non abbiamo svolto il nostro ruolo di avanguardia popolare allora e non possiamo farci fregare anche questa volta. Che poi magari si capisce troppo bene che a sinistra l’avanguardia popolare è morta già da un pezzo, che non si ri-conoscono più le ragioni delle classi sociali di riferimento, figuriamoci quelle di chi non t’è mai appartenuto e non t’è mai stato vicino.

Una mia amica, Sabrina, si è domandata per giorni perché la Finocchiaro o Bianco non dicessero niente sulla rivolta dei forconi. Ecco, dopo giorni le posso dare una risposta: perché non sapevano che cazzo dire. Perché capiscono le ragioni di qualcuno ma non di tutti, perché non vogliono sporcarsi le mani con una protesta adesso che hanno assunto il ruolo di responsabili votanti del governo Monti, perché non sanno che piega avrebbe potuto prendere la protesta e mica sono scemi che vanno a giocarsi quella poca credibilità che ancora hanno. E perché, dulcis in fundo, forse conoscono la Sicilia attuale un po’ come la conosco io che in Sicilia non ci sono mai stato: poco e male.

Ma torniamo ai forconi. Ad una persona come me, nata nel 1975, e che quindi non esisteva ai tempi di Reggio Calabria, figuriamoci ai tempi di Vandea, che per formazione non è abituato a dividere i buoni dai cattivi, i fasci dai compagni, i protestatari buoni da quelli cattivi, che sa che ogni cosa è complessa e articolata, la questione dei forconi – e degli autotrasportatori e dei tassisti – è sembrata subito complicata. A pelle c’era qualcosa che non quadrava, ma cosa? E la diffidenza iniziale è stata confermata da quel che poi è successo a Latina, con l’ex generale Pappalardo chiamato – sì, chiamato – alla guida di una protesta di agricoltori incazzati ormai da tempo e che, candidandosi alle elezioni comunali, hanno preso lo zero virgola qualcosa. Proprio come noi fasciocomunisti. Anzi, forse addirittura un po’ meno di noi. Segnale che le loro ragioni, un po’ come le nostre, non sono sentite e appoggiate dalla maggioranza dei cittadini. A loro son rimasti i trattori, prima a presidiare l’Inps e poi la Pontina, a noi le penne. Siamo incazzati, incazzati neri, ma per motivi diversi. Come avrebbe potuto mai quadrarmi una protesta del genere? Nata per ragioni che, per stile e tenore di vita, per differente posizionamento sociale, non posso comprendere?

Mentre continuavo a raccogliere materiale sulla protesta, perché le ragioni da condividere a volte si trovano per caso dopo tante vane ricerche e arrendermi non m’è mai piaciuto, ho invece trovato illuminanti – folgoranti oserei dire – i post di un blogger, Aciribiceci (LEGGI QUI). Illuminanti anche perché scritti molto molto bene:

La gente è là, è quella là, ed è quello che è, e se non ti piace è un problema tuo, non della gente. La gente è clientela, la gente cerca raccomandazioni da questo o da quello, la gente spera in Micciché, in Dell’Utri, in Lombardo, la gente prende tutti per gran cornuti e poi prende il voto e corre a portarglielo a quei gran cornuti.

Solo dopo aver letto queste righe, ho ritrovato la serenità di giudizio, ho preso le distanze dalla questione e ho riflettuto con calma. E ho capito che la Vandea c’entrava molto di più di quanto pensassi all’inizio. Non per la Chiesa, per carità, che quella ha salvato la sua ‘roba’ – non solo in Sicilia ma in tutta Italia – e quindi anche l’assistenzialismo e il potere che vi è collegato. In questo caso si tratta di potere periferico da mantenere, proprio come allora.

Contro un potere centrale che è cambiato e che potrebbe non garantire le guarentigie di prima. Anzi, diciamo pure che, causa crisi, non è più in grado di garantirle. E’ cosa locale, particolare, che non può essere esportata. Il tentativo di incendiare l’Italia intera, al di là del pomposo proposito, è solo un modo per ‘imputtanire’ – prendo a prestito da mio nonno il temine, lui lo usa per definire il vino mischiato con l’acqua: il ‘vino imputtanito’ – la protesta siciliana. Oserei dire che è un modo studiato a tavolino per imputtanire il tutto e buttarlo in caciara. E’ scontro politico puro e semplice. Il popolo, i contadini e i tanti altri non c’entrano più niente. Reggio Calabria, se proprio vogliamo dircelo, è solo un derivato della Vandea. I compagni possono rasserenarsi, a Reggio Calabria e pure in Vandea non c’è niente che avrebbero potuto fare. Né il PCI o la CGIL né il Direttorio. Reggio Calabria è andata così perché non poteva andare in altro modo.

Pure in Sicilia, come a Latina o nel resto d’Italia, la gente s’incazza, bestemmia, impreca, dice che non glielo darà mai più il voto a quei gran figli di mignotta dei politici, che loro faticano e quelli mangiano al di là del colore politico perché tanto sono tutti uguali. Ma poi, alle elezioni, sono tutti pronti a ritornare all’ovile. O a magari ad accodarsi, tutti in fila, composti, per andare in un altro ovile. Dopo aver compreso le ragioni – e le promesse – dell’amico politico di turno. Aciribiceci dice che in Sicilia chiedono solo di sapere chi comanda, chiedono solo che qualcuno gli indichi a chi possono chiedere, chi può dargli protezione. “Con quello là – il predecessore di Monti – gli accordi erano chiari, ma adesso? E’ cambiato qualcosa?”. Pure a Latina è così. E in tutta Italia.

E’ un problema mio, compagni e camerati. Non capisco. Non posso capire. Perché le mie ragioni – di lavoratore dipendente – non sono le loro. Perché a me non basta la rassicurazione economica per farmi passare l’incazzatura. Perché so che un secondo dopo la fine della protesta, io e loro saremo su due barricate diverse. Perché il Paese che vogliamo, o che sogniamo, non credo sia lo stesso. Perché questa protesta non m’appartiene. E non è detto che debba per forza appartenermi solo perché è una protesta. Pure i ricchi protestano o potrebbero protestare. Ma non me li inculo. Perché non m’appartengono nemmeno loro.

Graziano Lanzidei


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