Gli uomini camion e le loro ragioni…

Per qualche tempo l’argomento è stato taciuto, forse per volontà o forse perché il Comandante della Costa Concordia – Schettino – ha invaso il sonno ed i pasti di noi poveri e comuni abitanti di uno stivale. Vecchio scarpone, ormai.

Eppure già da parecchi mesi vi era un fermento, un sottobosco non tanto celato: il movimentismo.

Nessuna organizzazione apparente, nessuna sigla sindacale confederale, ma tanti lavoratori. Molti organi d’informazione li hanno definiti “padroncini”, ma loro non amano definirsi ne padroni e tantomeno piccoli. Loro sono la colonna portante di un sistema che viaggia su e giù per lo stivale. Percorrono kilometri,  e si macinano dentro il midollo spinale del lavoro. Loro sono gli autotrasportatori.

I più bistrattati, non hanno un sindacato di riferimento, non hanno parlamentari di riferimento. Hanno soltanto la loro cabina che li accoglie di giorno, alla guida, e di notte li protegge per riposare come in un ventre materno di metallo. Loro, i “camionisti”.

Uomini, pochissime donne, che non possono permettersi il lusso di ammalarsi; non possono partecipare alle recite di fine anno dei loro figli; non possono iscriversi ad una palestra per mantenere il fisico in forma, mens sana in corpore sano!

La loro unica compagnia è la strada.

L’asfalto rovente d’estate, gelato d’inverno. Sempre loro, da soli con il loro destino e con le spese della famiglia da sostentare.

Uomini che, al comando del loro bisonte della strada, mettono paura alla sinistra fighetta che, avvolta nel caldo maglione di cachemire, pensa a come riciclare il loden del Mario nazionale.

Tutti uniti, compatti, verso un unico obiettivo: il mercato generale di Milano. Ogni notte la “linfa vitale del sud” viene distribuita nei freddi capannoni.

Ammantati sotto una coltre di nebbia, i peperoni di Vittoria urlano  di dolore. Sotto la fredda brina, le arance di Palagonìa gridano vendetta. Doppia vendetta, poiché buona parte viene mandata al macero per dei vecchi accordi europei.

Alle prime ore dell’alba i grossisti vanno ad acquistare la merce fresca che la mattina precedente era stata raccolta nei verdi campi. Alle 9 di ogni mattina la sciura Romualda di Biella può andarsene fischiettando al mercato a comprare i pomodorini di pachino!

Ma forse quello che sfugge alla sciura è che tutto questo ha un costo. Un prezzo che non si traduce solo nel cartellino del prezzo della merce. Il costo maggiore è la dignità dei lavoratori.

Lavoratori massacrati nel loro essere “persone”. Categoria che non gode di nulla, non ha certezze.

I camionisti sono una razza a se. Razza isolata e solitaria. I sindacati confederali, nati per difendere i lavoratori, non proferiscono verbo forse perché troppo impegnati con i futuri escamotage per la  grande distribuzione.

Si sono organizzati, si sono riuniti, hanno formato code di metallo nelle autostrade. Hanno acceso il fuoco di notte. Da soli, senza nessun rappresentante sindacale. Soli, con il loro destino. Sempre loro: i camionisti.

Hanno bloccato il Paese con i loro tir. Come Goldrake si sono lanciati alla difesa ed al mantenimento della loro specie. Unica ed irripetibile categoria.

Io, figlia di un “uomo camion”, non posso fare altrimenti. Il mio posto è accanto a mio padre ed a tutte quelle persone che in silenzio, ogni giorno, guardano paesaggi uguali ma con occhi diversi.

Adesso mi ritrovo a scrivere di un disagio che ho vissuto, ma che forse non comprendevo o non volevo comprendere. Un disagio “professionale”, quello dei camionisti. Un malessere taciuto, ma esistente.

Scrivo adesso, soprattutto, per dire grazie al settimanale Altri (LEGGI QUI) ed al suo direttore Piero Sansonetti. Grazie perché la vostra voce libera è riuscita a bagnare gli occhi, ormai stanchi, di mio padre “uomo camion”.

«Siamo nudi e soli, ma un uomo camion vive in me ed ancora mille strade ti aprirà» (Paolo Conte).

Sabrina de Gaetano

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