E per i “Forconi”, Sansonetti scrive: boia chi molla…

La “crisi” non è un modo di dire. Significa avere meno soldi in tasca, meno lavoro e diritti centellinati. La “cura” non è un modo di dire. Significa scelte, tagli, chiusure e profonde trasformazioni. “Lacrime e sangue” non fu, nei giorni dell’insediamento del governo Monti Napolitano, un modo di dire. Alludeva a qualcosa di profondamente lacerante e concreto. E ora il Paese inizia a insorgere. Un mezzogiorno di fuoco, con il simbolo arcaico del forcone, che dal Sud sale piano piano verso i centri del potere politico ed economico. È una rivolta popolare, che la sinistra, orfana dell’alibi del berlusconismo e impastata di dogmi vecchi di quarant’anni, fatica ad accettare. In preda ai soliti consunti automatismi, grida al “fascismo”, all’infiltrazione mafiosa, allo spontaneismo violento, vestendo ancora una volta gli abiti della reazione.

Noi siamo con i forconi.
La redazione del settimanale Altri

 

QUEI FORCONI CHE SPAVENTANO
LA SINISTRA PERBENE

Piero Sansonetti

A Napoli, in piazza Garibaldi, un gruppo di aderenti al movimento che ormai si chiama “dei forconi” ha esposto uno striscione con questa scritta: “Insorgere è giusto”. Di fronte alla crudezza delle misure economiche del governo Monti, e al colpo serissimo ricevuto dai ceti medi e dai ceti più poveri della nostra società, era necessaria una reazione politica. Non c’è stata. Avevamo chiamato i partiti e i sindacati a scendere in piazza. Del tutto inascoltati: in Calabria come al centro e al Nord. Purtroppo i grandi partiti e i sindacati non esistono più, sono finzioni. C’è da stupirsi se di fronte alla resa e alla scomparsa della società politica si leva la protesta e la rabbia di molti settori del popolo?

Che vuol dire “insorgere è giusto”? Vuol dire che se la politica si dilegua, se i sindacati boccheggiano, se l’establishment sa mostrarsi solo coi volti di Monti e di Passera, al popolo vengono a mancare gli strumenti tradizionali della lotta democratica e il popolo deve trovare il modo di intervenire in forma diretta nella battaglia. Appunto: “Insorgere”. Cioè farsi sentire, chiedere che le proprie idee e le proprie esigenze pesino lì dove si prendono le decisioni che riguardano tutti.

Era prevedibile che il disagio sociale si tramutasse in protesa esuberante. Forse però nessuno immaginava che a dare il via alle proteste fosse il Mezzogiorno. Invece è stato così. Il movimento dei forconi è nato in Sicilia e rapidamente si è esteso in Calabria e poi in tutto il Sud, guidato da categorie di lavoratori che raramente, in passato, hanno avuto una centralità nella politica italiana: i trasportatori, i camionisti, gli agricoltori, i pescatori. I quali, però, hanno mostrato di avere una forza molto grande: hanno paralizzato l’Italia. E hanno gettato questa loro forza, che ha intimidito l’opinione pubblica, sul piatto del negoziato col governo. Il governo per ora non ha capito, sembra sbigottito, non sa come reagire. E’ normale che sia così: non è un governo politico, è un governo tecnico e gli manca la capacità e la forza che una volta avevano i partiti politici. Non è capace di misurarsi col problema complicatissimo del consenso e del rapporto diretto con la società e coi ceti sociali più deboli. La forza della politica stava nell’avere questa capacità, la politica – ritirandosi all’ordine del Presidente della Repubblica – ha lasciato un vuoto immenso che oggi appare molto pericoloso.

Quando si insediò il governo Monti noi parlammo – più o meno provocatoriamente – di “colpo di Stato” non violento e non autoritario. Il governo Monti si è insediato in violazione della legge elettorale e privo di mandato popolare. Per questo a noi è sembrata una cosa molto simile a un colpo di Stato. E tuttavia il governo Monti non è un governo autoritario o illiberale. Proprio questa doveva essere la sua caratteristica principale e la sua forza: governo del presidente, governo forte non democratico ma non autoritario. Il problema è che probabilmente è molto difficile fare un colpo di Stato rinunciando all’autoritarismo. Perché se si sceglie la via della forzatura istituzionale, della sfida alla società, della durezza e delle “frustate sociali”, e non si possiede un apparato illiberale e di autorità che permetta di imporre queste scelte, allora è un guaio. È tutta qui la clamorosa debolezza del governo Monti. E il fatto che i partiti lo votino in Parlamento conta pochissimo, perché i partiti non esistono più, paradossalmente “uccisi” dallo stesso governo Monti che oggi ne avrebbe un tremendo bisogno.

(Il governo ieri ha proposto addirittura l’abolizione della cassa integrazione straordinaria, e cioè sta ideando una politica economica che nemmeno la destra più di destra della destra americana oserebbe mai immaginare. Tutto ciò, secondo voi, può avvenire nel silenzio generale?).

L’Italia “perbene” è molto spaventata dalla protesta popolare. A spiegare e dichiarare apertamente questo grande spavento ci ha pensato domenica un giornale giovane e di successo come Il Fatto Quotidiano, che ha affidato l’editoriale a uno dei suoi commentatori più prestigiosi: Paolo Flores D’Arcais. Il quale ha scritto un articolo intitolato “Per non ripetere Reggio” nel quale chiede alla società politica, e in particolare alla sinistra, di ripetere il clamoroso errore di quarant’anni fa, quando si schierò anima e corpo contro la rivolta popolare di Reggio Calabria, al fianco degli “oppressori”, determinando una clamorosa rottura tra Nord e Sud e anche tra Sud e movimento operaio, che non si è mai più ricomposta.

Nei mesi scorsi abbiamo scritto molto sui “boia chi molla” e sul perché quella grande stagione di lotta non era affatto l’espressione di un rigurgito fascista, o reazionario, ma al contrario era una sommossa popolare. E abbiamo ricordato come già allora delle menti politiche moderne della sinistra – come quelle di Vittorio Foa, di Valentino Parlato, di Adriano Sofri – intuirono la grandiosità della protesta e anche la sua modernità. Dobbiamo rassegnarci all’idea che la sinistra torni a commettere quel drammatico errore, stavolta schierandosi apertamente in difesa del governo Monti, del potere delle banche e delle multinazionali?

Speriamo di no. Speriamo che la rivolta dei forconi non venga repressa e zittita. Come si diceva una volta: “boia chi molla”

Piero Sansonetti

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