Der Spiegel e l’antico vizietto tedesco di parlar male di noi…

Che abbiano esagerato non c’è dubbio, che abbiano scritto delle assurdità è assodato, come è ancora più certo che non rappresentino il pensiero dei tedeschi. In Germania ci ho vissuto, paese freddino all’inizio, riservato, protettivo della privacy e delle vite dei suoi cittadini, ma caldo nell’accettare chi si integra, chi rispetta la loro freddezza e distanza. La Germania è il paese in cui ho fatto amicizia più velocemente, il paese in cui quando stavo male una ragazza tedesca mi ha dato le prime cure ed è ora una mia grande amica, non mi conosceva, non sapeva chi fossi, ma non ha esitato ad aprire alla porta quando di notte moribonda ho bussato con 40 di febbre chiedendo aiuto. Un’esperienza unica vivere in Germania, li ricordo per la fissazione delle regole, per la puntualità, uso delle cinture, richiesta dei documenti all’ingresso di ogni locale e per l’acquisto di sigarette. Ricordo la Germania come il primo posto in cui ho cominciato ad indossare un orologio, io che uscivo di casa e aspettavo a Roma  interminabili ore l’autobus per andare agli allenamenti di pallavolo, scoprivo gli orari precisi e puntuali di treni e bus. Io che non avevo idea di cosa fosse veramente la raccolta differenziata, ho imparato subito in Germania a districarmi tra le miriadi di cassonetti, dividere il vetro verde da quello blu, da quello bianco o marrone. Dividere i tipi di plastica, la carta dal cartone, e riportare le bottiglie vuote per cui era previsto il pfand al supermercato (pfand significava che riportando la bottiglia vuota indietro venivi rimborsato di un determinato ammontare).

Leggere l’articolo di Der Spiegel mi ha infastidito, non mi è piaciuto come non mi sono piaciuti gli altri articoli che lo stesso giornale ha pubblicato sull’Italia. Articoli scritti con il senso dell’odio e della superiorità, dell’ignoranza e della superficialità. Tutte caratteristiche che non sono dei tedeschi, dei miei amici tedeschi, e sono convinta che sono in pochi a condividere quelle parole, quelle frasi. Sapere che il direttore di Der Spiegel è un italo-tedesco è ancora più assurdo ma riflette quell’essere esterofili che solo noi italiani abbiamo, quel dover parlare male dell’Italia e degli italiani che ci contraddistingue e ci mette al centro delle notizie di tutto il mondo.

Noi Italiani siamo talmente innamorati del nostro paese che non riusciamo ad apprezzarlo, a proteggerlo, a salvaguardarlo. Come un uomo innamorato che non sa amare e alla fine finisce per perdere tutto. Così siamo noi italiani, ed ancora peggio se ci troviamo all’estero. Arrabbiati per non poter essere nel belpaese (arrabbiati per non poter essere con la nostra amata) ce la prendiamo con chi invece vi è rimasto.

Der Spiegel ha detto che non siamo una razza. Hitler definiva i tedeschi (gli ariani) una razza superiore, e Sallusti (direttore de Il Giornale) ha fatto bene a sottolinearlo, ma attenzione a non cadere nella provocazione, a considerare i tedeschi d’accordo con quanto scritto su di noi. Non mettiamoci allo stesso livello di uno stupidotto che ha bevuto qualche litro di birra di troppo  e non riesce a dare un senso alle parole.

Noi non siamo tutti Schettino, e loro non sono tutti Hitler.

Lucia Palmerini

.

.

.

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks