DANZICA, UN CROCEVIA DI IPOCRISIE DEMOCRATICHE

Il caso della Polonia è tra quelli più tipici di nazione storicamente sventurata: incastrata fra Russia e Germania, disponendo di un territorio tutto pianeggiante che è una porta spalancata a Est come a Ovest, più volte sparita e riapparsa nelle cartine geografiche, nel 1939 era tuttavia solida e indipendente da un ventennio. Stato autoritario e militarista, antico fulcro europeo di antisemitismo, sciacallo volentieri disposto a ingurgitare qualche brandello di Cecoslovacchia nel 1938, la Polonia l’anno seguente subì il suo destino soprattutto per due motivi: gli inganni delle democrazie occidentali e la propria presunzione. Venne garantita da Francia e Inghilterra in chiave anti-tedesca all’indomani della creazione del Protettorato tedesco di Boemia e Moravia. Gli anglofrancesi sapevano che non l’avrebbero mai potuta aiutare, ma ugualmente spinsero la Polonia a irrigidirsi nelle trattative con i tedeschi per risolvere il caso di Danzica.

Il gesto di forza di Hitler nel marzo 1939 spaventò e indignò gli incalliti imperialisti occidentali: eppure era semplicemente il ritorno di Praga, città tedesca da più di mille anni, la prima università tedesca, all’interno del Reich: ma questo bastò, a chi possedeva Algeria e Martinica, India e Sudafrica, per chiamare la Germania sopraffattrice e se stessi i difensori della libertà dei popoli! Fatto sta che a rimetterci le penne, nella sceneggiata dell’ipocrisia occidentale, fu proprio e per prima la Polonia. Che si fidò di Parigi e Londra e davanti alle moderate richieste tedesche di riavere Danzica e il “corridoio”, scelse la via dura. Credendo di avere le spalle ben coperte, per lunghi mesi provocò la Germania ed ebbe un atteggiamento che è ben lontano da quello poi fatto valere dalla storiografia post-bellica. Non divenne vittima che a cose fatte. Prima che i tedeschi entrassero a Varsavia i suoi toni erano intransigenti. Alla data del 1° settembre, la Polonia, lungi dall’essere la pecorella tremante davanti al lupo famelico, era guidata da una dirigenza arrogante e risoluta, che anziché conciliare su un caso di macroscopica ingiustizia come quello di Danzica – città anseatica da secoli esclusivamente tedesca, che Versailles aveva strappato al Reich – gettava guanti di sfida, amando scherzare col fuoco.

Il recente studio di Marco Patricelli Morire per Danzica. La Polonia tra Hitler e Stalin (Hobby&Work) è uno dei pochissimi studi italiani sulle origini della Seconda guerra mondiale, e contribuisce a ripercorrere eventi troppo spesso abbandonati al noto cliché che recita la fiaba del potente cattivo (la Germania) che brutalmente assale e distrugge l’innocente vittima (la Polonia). In effetti, le cose erano più complicate e andarono diversamente. Sul pomo della discordia, la città di Danzica, la Germania aveva ragioni da vendere. Chiedeva che le fosse riconosciuta la possibilità di riunire con un corridoio autostradale le due parti di Germania che Versailles aveva malamente separato. La Polonia, che da perfetto stato autoritario e imperialista qual’era occupava – sempre grazie a Versailles – intere aree dell’Ucraina e della Pomerania, appariva ed era uno Stato gonfiato a bella posta per fare da massa inerte sia verso la Germania che verso la Russia. Dopo la Seconda guerra mondiale, poi, la stessa Polonia, spostata da Est a Ovest, venne composta con enormi porzioni di Germania, alla faccia del diritto di autodeterminazione dei popoli. E gli Alleati occidentali, per negare Danzica alla Germania, regalarono l’intero Est europeo alla Russia sovietica: assoluto capolavoro della politica estera “democratica”.

Come ricordato da Patricelli, i dirigenti polacchi, che alla fine del settembre si trovarono in un campo di rovine e con una nazione distrutta, si sa che a posteriori piansero a dirotto sulle sorti della loro sfortunata nazione. Ma nel momento della sventura avrebbero ben potuto ricordarsi che la Polonia era stata in fondo la massima artefice della propria rovina, e per diversi motivi: per una condotta di irresponsabile provocazione nei confronti dei tedeschi, per una ridicola sopravvalutazione dei propri mezzi e infine per una mal riposta fiducia negli anglo-francesi, che in realtà non ebbero mai alcuna intenzione di arrischiare un qualche aiuto al loro alleato. Neppure con tutto il peso della Wehrmacht a Est i comandi anglofrancesi concepirono mai la minima azione offensiva per alleggerire l’alleato. Quando l’ambasciatore polacco a Roma, all’inizio del mese, chiese a Ciano di moderare i toni filo-tedeschi dell’Italia al fine di tirare un po’ le redini al Reich, il nostro ministro degli Esteri molto a proposito gli ricordò quello a cui tutta l’Europa aveva assistito fino al 1° settembre: l’esibizione dell’arroganza polacca, gli slogan imperialisti “a Berlino!”, la sicurezza affettata circa il prossimo crollo del governo Hitler, infine le smargiassate della casta militare polacca. Ad esempio, quelle del nefasto maresciallo Rydz-Śmigly, che negli ultimi giorni di agosto millantava di voler «firmare la pace vittoriosa a Berlino». Si capisce che simili prese di posizione non ebbero che il potere di irrigidire l’atteggiamento tedesco e di chiudere la serie dei tentativi di composizione che lo stesso Hitler aveva promosso invano fino al giorno 31 agosto, col suo noto appello al governo inglese.

A questo proposito vogliamo ricordare che esiste tutta una grande storiografia che da molti anni con coraggio (poiché in “democrazia” ci vuole coraggio a dire la verità) batte e ribatte sul dato oggettivo che per Hitler «la distruzione della Polonia non faceva parte del suo progetto originario; al contrario, egli aveva desiderato risolvere la questione di Danzica in modo tale che i rapporti fra Germania e Polonia restassero buoni», come ha scritto Romolo Gobbi nel suo Chi ha provocato la Seconda Guerra Mondiale?, pubblicato da Muzzio nel 1995. Alla fine di agosto Hitler era in linea con i principi liberali di rispettare la volontà dei popoli: e il Senato di Danzica chiedeva da anni la reintegrazione nel Reich. Non esiste documento alcuno sulla volontà di distruggere lo Stato polacco da parte tedesca: Hitler se lo ritrovò distrutto dopo soli quindici giorni di guerra, e a quel punto le cose erano già cambiate. Andreas Hillgruber (uno dei maggiori storici tedeschi del Novecento) a riprova di queste evidenze ha aggiunto che, per quanto riguarda la Germania, «mancava anche un piano complessivo strategico per una guerra europea»…figuriamoci poi per una guerra mondiale. Ora, da chi intendeva diventare “padrone del mondo” attraverso la guerra, come minimo ci si dovrebbe aspettare che la preparasse, visto che non mancava di mezzi. Invece, a ordire la guerra guarda caso furono i “buoni”: «La Gran Bretagna, al contrario, si era preparata sin dall’inizio del 1939 all’eventualità di una guerra contro la Germania», continuava Hillgruber nella sua Storia della Seconda guerra mondiale pubblicata nel 1989 da Laterza.

Se andiamo dunque in cerca di chi innescò il meccanismo e si servì della Polonia come agnello sacrificale per intraprendere una guerra d’annientamento, lo abbiamo trovato, ma non si tratta della Germania. A ciò lo storico inglese Alan Taylor, già molti anni fa, in un libro che fece scandalo ma che non ha mai avuto la minima smentita documentale (Le origini della Seconda guerra mondiale, Laterza 1961-2006), aggiunse che secondo lui Hitler non intendeva neppure fare piccole guerre locali di “liberazione nazionale”, dicendosi convinto che «Hitler pensasse di cavarsela senza fare alcuna guerra». Non male, per quello che la storiografia grossolana di pura propaganda definisce il guerrafondaio numero uno della storia mondiale. A tutto ciò bisogna pur sommare l’argomento principale che agitò la Germania negli ultimi giorni di agosto 1939: le provocazioni polacche a suo danno. E i crimini, accertati e noti da sempre, ma da sempre opportunamente occultati, i crimini polacchi contro le minoranze tedesche di confine. E qui facciamo parlare uno degli storici più notoriamente avversi alle ragioni di Hitler e della Germania, cioè Walther Hofer. Dopo aver ricordato gli sforzi dispiegati dal governo tedesco, su sollecitazione dell’ambasciata del Reich a Varsavia, per sospendere ogni polemica anti-polacca da parte degli attivisti tedeschi in quei giorni d’odio slavo contro i Volkdeutsche d’oltreconfine, Hofer scrisse (era il 1964 quando uscì il suo Lo scatenamento della Seconda guerra mondiale, Feltrinelli 1969) che «certo, degli eccessi furono commessi. Nessuno sosterrà che la Polonia nella sua politica verso le minoranze etniche avesse una mano molto felice…nessuno certo vuol contestare che i polacchi, dal canto loro, si resero responsabili di violenze contro la minoranza tedesca». A denti stretti, ma dunque vediamo che la storiografia antifascista da decenni ha ammesso le ragioni della Germania, anche se la cosa, a livello di grande divulgazione, è semplicemente censurata. Attenzione, quindi, a fare della Polonia la povera e indifesa vittima. Essa si rese artefice dei primi crimini della lunga lista di quella guerra. Questo, unitamente alla necessità vitale di porre fine alle misure iugulatorie dei polacchi che andavano strozzando l’economia di Danzica, e certo non la pretesa di dominare quel mondo che era già ampiamente dominato dalle liberaldemocrazie, fu esattamente il motivo in base al quale Hitler, nel suo discorso del 1° settembre 1939, rese noto di aver dato ordine alla Wehrmacht di passare la frontiera.

Luca Leonello Rimbotti

 

 

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