Concordia. Un week-end inatteso. Forse…

L’effetto sorpresa può apparentemente invertire l’ordine di idee, ormai settato sul trend imperante del Btp, del Bund, dello Spread, delle triple A, delle B, dei “meno” e dei “più”, manco fossimo alle scuole medie. Pochi giorni fa si stava scivolando verso un fine settimana in cui, oltre all’atteso derby di Milano, fiammeggiavano gli effetti dei declassamenti da parte delle agenzie di rating. Sentenze, quelle di Standard&Poor’s , piovute su mezza Europa come punizioni da collegio d’altri tempi: effetti di un gennaio da sempre teatro di pagelle, pagellini e rese dei conti intermedie. Dunque, nonostante l’austerità del giudizio dei professori rientrati male dalle feste, sembrava confermarsi il trend profetizzato per il 2012, nel segno dell’ormai ossessiva moda del disfacimento.

Tutto questo ha dominato le prime scene fino alla notte tra venerdì e sabato, quando notizie dapprima molto frammentarie hanno puntato i riflettori su un’anziana megera travestita da nuovissima tragedia. Una nave, la Concordia del gruppo Costa Crociere, stava naufragando a largo dell’Isola del Giglio. Situazione paradossale, nonostante il forte filo conduttore che lega l’evento ad altri episodi rilegati nell’antologia delle sciagure. Situazione paradossale data soprattutto dal luogo dell’incidente, un braccio di mare da sempre ignorato dalle rotte turistiche, soprattutto per via della poca profondità di acque floride di secche.

La cronaca delle vicende, il pathos del minuto per minuto, è cibo ormai freddo. La perizia microscopica è sempre l’analisi che muove più interesse, mentre quella macroscopica è spesso lasciata a marinare. Numerosi dispersi e alcune vittime, con numeri destinati a variare sotto l’incalzare incessante di aggiornamenti costanti. Una manovra scellerata, morti, dispersi e feriti, un intervento di soccorso pericolosamente tardivo, un equipaggio incompetente, un comandante già arrestato. I palinsesti informativi sono saltati in aria, impennando l’audience in curiosa antitesi col destino della gigantesca nave. Quattromila persone in preda al panico, un’organizzazione fatiscente, la consueta orda di parole, opinioni, testimonianze, domande, telecamere, aggiornamenti d’agenzia, futilità, lacrime, e sciacallaggi mediatici vari. Parole a ritmo cadenzato: “Concordia”,”Isola del Giglio”, “Costa Crociere”, “tragedia”, “naufragio”, “perché”, “Titanic”.

Già, perché la similitudine con l’esempio perfetto della sciagura da kolossal è ossessivamente ricercato, prima ancora che evidente al pubblico. Le testimonianze dei sopravvissuti si rincorrono attraverso emozioni cinematografiche, come cinematografiche sono le reazioni del telespettatore da ultim’ora: «Sembrava il Titanic», o addirittura «mi sono rivista tutto il film». Insomma, richiami atti a creare un parallelismo. Quel parallelismo proprio, di solito, dei teorici del complotto. Quei teorici a cui capita spesso di fare parallelismi, e ancor più spesso di cadere nella rete dell’incredulità altrui, o ancor peggio nella propria ed eccessiva fertilità creativa. Un filo, due fili, altri fili.

Come il parallelismo con la vicenda del Moby Prince, consumatasi nell’aprile del 1991: questo, per la verità, per niente battuto. Oggi una nave, ieri un traghetto turistico; oggi al Giglio, ieri a Livorno.

Oggi il mistero dello scoglio fantasma, ieri quello delle navi fantasma. Allora – come nel caso del Titanic – gli effetti del dramma furono devastanti, sebbene si trattasse di un incendio e non di un vero e proprio naufragio.

Questo per dire quanto uno sguardo macroscopico  possa avvalersi di strumenti più efficaci rispetto alla cieca fede, a patto che esso stesso non diventi cieca fede. Certo, fa specie pensare come una nave possa naufragare in quel modo esattamente come fa specie sapere – o scoprire – che la Concordia è unta dalla Storia come prezioso simbolo di unità. Unità europea, con quel “In Varietate Concordia” (letteralmente “Unità nella diversità”), motto proprio della sempre più acciaccata UE.

Unità italiana, con il gruppo della Concordia (da non confondere con il “Gruppo Concordia” naufragato in Borsa), una delle sei sculture che rappresentano  i sei valori della Repubblica, scolpita dal maestro Ludovico Pogliaghi durante la maestosa costruzione del Vittoriano a Roma. Concordia come Forza, Concordia come Azione, Concordia come Diritto, Concordia come Pensiero, Concordia come Sacrificio. Il sacrificio a cui noi tutti siamo forzatamente indirizzati, lo stesso sacrificio che ci rincorre nei discorsi del nostro Presidente della Repubblica, nei titoli dei giornali, nei lanci dei Tg. Il sacrificio giunto al suo picco massimo transnazionale, quasi a mo’ di estrema unzione, con la bacchettata mediatica di S&P. Uno sfacelo tradotto dal sanscrito con i toni tragici delle istituzioni: «Una sberla che ci ributta indietro» ha sentenziato Elsa Fornero, che giorno dopo giorno sembra incarnare da sola tutto il governo Monti. Un Ministro che ha la parola su ogni questione, in ogni campo, ogni giorno.

Un disastro annunciato, mediaticamente sepolto dal disastro improvviso, con la sovrabbondanza – nella quantità di pagine e notizie – di ogni possibile sfaccettatura della tragedia del Giglio; con l’eccesso di noiosi e superficiali sermoni sulla rivincita della Natura (leggasi Michele Serra) o, ancor peggio, con la creazione di personaggi fortemente connotati, nuovi nomi e cognomi pronti a trasformarsi in ossessivi tormentoni: il comandante Francesco Schettino – avvolto nel misterioso limbo tra Bene e Male – o l’avvocato difensore Bruno Leporatti – legale e scrittore a tempo perso con il suo “Itinere Alieno”, edito da Effequ.

Cercando di evitare le sabbie mobili, ci appendiamo al classico ramoscello per continuare a osservare la superficie della melma, senza esserne invischiati. Riuscendo a respirare, ci accorgiamo che la Concordia si incaglia e naufraga, insieme all’Europa: «Anch’essa, come la Costa Concordia, appare infatti avviata verso il disastro della collisione con la speculazione finanziaria ed affidata a menti e mani che (formate nelle logiche politico-economiche alla base del disastro) non appaiono in grado di agire nell’interesse del bene comune» scrive la Redazione del sito Linkontro. Sito in cui si paragona il comandante Angela Merkel alla figura del nuovo vip Schettino:

«L’austerity imposta dalla Germania alla Grecia non ha consentito di salvarla, ma solo di privarla di tutti i suoi valori prima di mandarla definitivamente a fondo. Le ricette dettate dalla BCE all’Italia non hanno placato gli spread né i tracolli di Borsa. Il fondo salva-Stati non ha impedito il downgrading generalizzato dei paesi europei, mentre la perdita della tripla A da parte della Germania appare, oggettivamente, solo rinviata. Oggi, in questa situazione è in particolare la comandante Merkel (insieme ai vertici politico-economici continentali) a trovarsi di fronte ad un bivio: modificare la rotta a centottanta gradi in modo da dotare l’Europa di più solide basi politiche ed economiche e salvarla tutta intera, oppure pensare solo alla salvezza propria e del proprio equipaggio Germania, mandando invece a picco i più deboli» (Metafora non proprio forzata, come non è forzato il parallelismo nei confronti del Titanic, ripreso finanche dal prestigioso Washington Post).

Insomma, forse ci eravamo sbagliati. Forse è proprio il weekend che ti aspetti, in cui il Sacrificio si innalza e la Concordia affonda, mentre il Pensiero si contorce, e il Diritto e la Forza sonnecchiano dietro le quinte.

Nicola Mente

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