Art. 46 della Costituzione. Lavori in corso…

«La Costituzione italiana è la migliore del mondo». L’avrete sentito ripetere chissà quante volte nei dibattiti politici di ogni ordine e grado. «La Costituzione non si tocca» è quasi sempre la chiosa finale di chi, in questi anni di crisi del sistema elettorale – perché il Porcellum non è una legge elettorale da Paese democratico – ha cercato di individuare nella Carta Costituzionale un punto di riferimento saldo. Sono state distribuite migliaia di copie della Costituzione da giornali, movimenti politici, riviste. Un’attenzione mai vista prima, nemmeno quando la Costituzione era stata appena promulgata. Eppure, a 64 anni di distanza, la tanto decantata Costituzione che in parecchi dicono di voler prendere a punto di riferimento, è disattesa in molte sue parti.

Pensate al lavoro. Articolo 1: «L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro». Partenza al fulmicotone. Peccato che nello stesso Paese che pone il lavoro come primo punto, all’ottava parola, ci sia un tasso di disoccupazione elevatissimo e in costante crescita e che, ormai è di dominio pubblico, è assodato che non tutti possano lavorare. Giovani e meno giovani, a chi tocca tocca, devono stare a riposo perché è questo che chiede il ‘mercato’. Peccato che l’Italia non sia una Repubblica fondata sul ‘mercato’, ma sul lavoro. Alla faccia dello spread. Ma tant’è.

Articolo 4: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto». E se la prima parte, fino alla congiunzione, è un po’ generica, la seconda è quella che conta, che dà sostanza al tutto. Anche se non viene attuata da un bel po’. Lo Stato italiano si rende protagonista, troppo spesso ultimamente, di come rendere più soft la non fruizione del diritto che riconosce come valido – tramite cassa integrazione guadagni e mobilità – ma del diritto in sé sembra se ne sia dimenticato. La mente va al dibattito sull’articolo 18. Ma ci arriveremo tra un po’.
Questi erano i principi fondamentali, quelli intorno ai quali la nostra comunità si riconosce e si unisce. Andiamo poi al Titolo III, quello che definisce i rapporti economici. In Italia, ogni legge o provvedimento, dovrebbe essere ispirato a tali principi, altrimenti è incostituzionale o nulla. Ma sappiamo bene che non è così. Costituzione formale e materiale, dirà qualche Professore. Costituzione tradita, perché troppo scomoda, dico io.

Articolo 36, leggete con calma: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro  e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Questo in un Paese in cui, dagli anni ’70 ma credo anche da prima, «alla fine dello stipendio avanza troppo mese».

Articolo 37: «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». Uomo s’intende. Peccato che il nostro Paese ci veda sempre fanalino di coda, da questo punto di vista. Diversi sono stati i Ministri – o le Ministre – alle Pari Opportunità che non sono riuscite ad intaccare le differenze. Mi sembra che oggi l’argomento sia passato di moda. Qualcuno pensa che già ad averlo, un lavoro, sia una fortuna. Alla parità, ci pensiamo passata la crisi. Ma sappiamo bene che non passerà mai del tutto. Perché la crisi fa comodo, la crisi sovverte, la crisi rende possibile tutto.

Bello anche l’articolo 38: «Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria». In questo caso, non servono commenti. Perché pare che i governi, centro destra o sinistra, siano convinti che l’Italia sia esente da disoccupazione involontaria. Adesso riuscite a capire a cosa serviva la storia dei fannulloni, dietro la quale tutti ci siamo affannati?

Poi c’è l’articolo 39, quello dei sindacati che «hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce». Peccato che, per aggirare questa norma costituzionale – nel nostro sistema legislativo è la forma normativa più alta e vincolante – basta uscire da Confindustria, associazione di categoria degli imprenditori, e raccogliere il favore di uno o due sindacati gialli, per poter dar vita ad altri rapporti di lavoro che con il contratto collettivo nazionale non hanno nulla a che fare.

 

E poi c’è l’articolo 46, il più inattuato di tutti, che arriva alla fine del Titolo III. Dopo tutti questi principi assolutamente condivisibili, è la ciliegina sulla torta. «Ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei tempi stabiliti dalla legge, alla gestione delle aziende».

Dopo questo breve excursus, ritorniamo all’attualità. Dicevamo di una Costituzione tanto bella quanto disattesa ed è bastato semplicemente ricordare gli articoli per dimostrarlo. Al di là del colore politico del Governo italiano – bianco, rosso, nero, verde, giallo, blu o azzurro – negli ultimi venti anni abbiamo sempre assistito a dibattiti sul lavoro in cui i padroni – o imprenditori che dir si voglia – giocavano al ribasso, costringendo i sindacati a salvare il salvabile. In genere il risultato è sempre lo stesso: contratti al ribasso, che nemmeno riescono a far fronte all’inflazione, e posti di lavoro persi. Se prima pensavamo tutti alla piena occupazione – siamo una Repubblica fondata sul lavoro, no? – oggi nessuno, nemmeno il più scalmanato dei sindacalisti, ha più il coraggio di tirare fuori queste due parole magiche, per paura di essere accolto da pernacchie o verdure. Chi perde il proprio posto, e non credo che lo perda quasi mai per sua volontà, può ricevere una tutela a tempo determinato (ah, la flessibilità) che non è mai sufficiente a garantirgli un’esistenza dignitosa. Molto spesso, finita la tutela, rimane spesso inoccupato, visto che i centri di collocamento, ora Agenzie del Lavoro, sono stati resi innocui per far posto a più efficienti società di lavoro interinale.

Eppure basterebbe che una qualsiasi forza, di destra di centro o di sinistra, che abbia a cuore davvero il sociale, che oltre a tessere le lodi della nostra Costituzione, pensasse sul serio alla sua applicazione. Sono troppi anni che i lavoratori sono costretti a rincorrere i numeri dei padroni. Anche se adesso la loro attenzione sembra si sia concentrata su un numero solo, il 18 dello Statuto dei Lavoratori. Cosa prevede? Il blocco dei licenziamenti? No, assolutamente. Dice solo che se un lavoratore viene cacciato ingiustamente dal proprio posto di lavoro, nel fare causa di risarcimento può chiedere il reintegro. Per evidenti ragioni ambientali, la norma non vale per le imprese sotto i 15 dipendenti. Cioè la stragrande maggioranza delle imprese italiane. Il problema, forse, non è quello. E’ l’effetto che si vuole creare. D’instabilità, di paura, di servile vassallaggio. Come se la Costituzione, che definisce il lavoro un diritto, che garantisce il diritto di difesa, che parla di vita dignitosa e di sostentamento, non fosse mai stata scritta. Come se appartenesse ad un altro Paese. «Troppo bella per essere nostra» deve aver pensato qualcuno in Confindustria. «Troppo impegnativa per essere attuata» è quello che è venuto in mente a me.

Ma non è finita qui. Siamo in una situazione di stallo, la finanza ha cercato di impadronirsi delle industrie ed è in crisi nera. Se non è lautamente sovvenzionata dallo Stato, anche in forma indiretta – basti pensare al caso Alitalia, la good e la bad company -, spesso ricorre al gioco sporco, ai trucchi delle tre carte. Producendo poco e niente, facendo lavorare sempre meno persone.

L’articolo 46, nel caso quei modi e limiti stabiliti dalla legge non fossero stati creati per imbrigliare di fatto il dettato costituzionale, potrebbe essere utile allo scopo di far tornare alla normalità la nostra economica. Innanzitutto farebbe partecipare direttamente i lavoratori alla gestione dell’impresa, garantirebbe una particolare attenzione alla produzione, eviterebbe questa spasmodica tendenza ai giochetti finanziari, alle scatole cinesi. Parliamo tanto di Pil – addirittura c’è chi pensava a vietare le feste laiche – senza renderci conto che è l’intero nostro Paese a non girare per il verso giusto. Non dovevamo ridurre le festività, bisognava cambiare il Paese radicalmente, dando spazio a chi se lo merita da sempre, a chi è abituato a fare e fare con le proprie forze: i lavoratori. Non voglio arrivare a parlare, come si faceva dagli inizi del Novecento fino a tutti gli anni ’40 del secolo scorso, di superamento del salario e di dividendi distribuiti anche ai lavoratori. Mi piacerebbe che finalmente si riuscisse ad uscire dal pantano di quest’epoca, in cui il lavoro non è più in mano a chi lavora, ma a chi deve speculare – senza produrre – sul lavoro stesso. E’ arrivato il momento in cui operai e impiegati possano finalmente prendersi della responsabilità, sono convinto che non ne vedono l’ora.

Parecchi sono quelli convinti che l’articolo 18 non penalizzi così tanto il tasso d’occupazione. Sono altrettanti quelli che credono che questo accanimento antitutele sia solo un modo per mettere all’angolo il mondo del lavoro. E allora rilanciamo, chiedendo il pieno rispetto della Costituzione. A partire dall’articolo 46 e da tutto il Titolo III. Sono convinto che l’Italia inizierebbe ad essere davvero un Paese migliore.

 

 

Graziano Lanzidei

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