Art. 46 della Costituzione. Il Fondo in azione…

A me hanno insegnato a scuola che il passaggio da un sistema politico ad un altro è segnalato, in maniera inequivoca, da una nuova costituzione. Sarà che su certi insegnamenti reputo ci sia poco da ridire, ma quando sento parlare di seconda e terza repubblica in Italia, la mia mente va a quel vecchio precetto e mi chiedo: ma c’è stata qualche riforma costituzionale in questo Paese che autorizzi a discettare di repubbliche nuove e succedenti? Non mi risulta. E siccome non mi risulta, mi interrogo ancora. Che bisogno c’è di passare a una seconda o terza repubblica, quando la Costituzione della prima non è stata ancora condotta a realizzazione? Perché a me, personalmente, fra le tante cose che non risultano, pure qualcuna che risulti c’è: molti degli articoli della Costituzione della Repubblica italiana in vigore, non hanno ancora trovato applicazione.

Prendiamo, per esempio, l’articolo 46 che testualmente recita: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende». Semplice e chiaro, no? Niente è lasciato all’arbitrio interpretativo. Mica dice ad esempio che “i lavoratori possono partecipare alla gestione delle aziende” dice proprio che «partecipano»: senza se e senza ma. E se lo dice la Costituzione, allora così è. O meglio: dovrebbe essere così… E invece, udite udite: così non è… Come mai? Rileggetevi bene il disposto costituzionale. Ad un certo punto, vi è inserita la formula che vorrebbe essere esortativa e invece diventa incapacitante: «nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge». In altre parole, si demanda al Parlamento, ovvero alla politica, l’obbligo  di redigere una legge che renda applicabile il principio.

La Costituzione italiana data 22 dicembre 1947. Da allora, si sono succedute decine di legislature, vagoni di governi di ogni colore e tipo, promulgate migliaia di leggi e leggine, e mai nessuna che riguardasse quel fatidico art. 46. Insomma, l’organo che ha l’obbligo di rendere esecutiva la costituzione italiana,  il Parlamento, da 65 anni non trova il modo di redigere un disposto che altri Paesi, penso per esempio alla Germania, applicano da decenni senza obbligatorietà costituzionale.

Che qualcosa non torni, sembra palese. Che qualcosa vada fatto, a questo punto, pure. Che dobbiamo essere noi de Il Fondo a promuovere l’iniziativa per una legge popolare è una di quelle traiettorie imprevedibili che la storia a volte prende.

Il riferimento della nostra iniziativa sarà il modello tedesco della codeterminazione, che prevede la partecipazione attiva e concreta delle rappresentanze dei lavoratori ai vertici delle società produttive: consigli di amministrazione e consigli di sorveglianza (o controllo).

A tal fine, anticipiamo che Il Fondo ha dato incarico al professore di diritto costituzionale Felice Giuffrè, dell’università di Catania, di predisporre una bozza di proposta di legge popolare sulla quale avviare prima una proficua analisi di merito e, poi, la raccolta di quelle 50.000 firme necessarie per essere discussa in Parlamento.

Non ci illudiamo troppo sulle nostre capacità di portare a buon fine il progetto. Pure, ci sono delle cose nella vita che vanno fatte, a prescindere dalle speranze iniziali e dagli esiti, positivi o negativi, che si otterranno.

Questa è una di quelle. Non fosse altro per il fatto che corrisponde in pieno a due criteri precisi che da sempre sono le nostre linee di marcia politica: democrazia diretta e partecipazione. Vedremo strada facendo, chi ci crede e chi no…

miro renzaglia

.

.

.

 

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks