Arrigo Petacco. Quelli che dissero no

La storia dei prigionieri di guerra italiani dopo l’8 settembre 1943, giorno in cui Badoglio annunciò la firma dell’armistizio, è abbastanza nota e un libro di divulgazione storica, come l’ultimo scritto da Arrigo Petacco  Quelli che dissero no (Mondadori), potrebbe apparire stucchevole o ridondante. Ma, a parte gli addetti ai lavori e i lettori appassionati, pochi altri ne hanno serbato memoria.

In realtà esistono volumi che raccontano quelle storie, così come esiste una ricca memorialistica dei reduci che permette, a chi lo desidera, di documentarsi, ma il libro di Petacco ha il pregio di raccontare sinteticamente quella storia, con un percorso che non s’ingolfa mai di dati, date e analisi noiose, ma punta più sullo scenario, sul clima, sulla psicologia di quegli uomini che sono protagonisti del suo racconto.

La storia nelle sue linee note può essere rapidamente riassunta a partire da quella data infausta, in cui tutto sembra liquefarsi in Italia. L’8 settembre sono reclusi in vari campi di prigionia, seicentomila soldati italiani che si trovano, ben più dei loro commilitoni in armi, alle prese con un dilemma terribile: rispondere affermativamente o meno alla richiesta dei carcerieri alleati che li invitavano alla collaborazione. Quella data segna, in Italia, l’inizio dell’appoggio agli alleati, con l’ambigua formula della non belligeranza. Quella stessa data segna, per i prigionieri, l’inizio di un buco nero che dovranno fronteggiare con le loro sole forze.

Nulla si sa, nei campi, dello scenario che si sta disegnando in Italia e nessun tipo di ordine o sollecitazione riesce a insinuarsi oltre la cortina di silenzio del campo. Così la scelta si riduce a una valutazione individuale, nel seno della propria stessa coscienza, e diverrà sempre più difficile con il passare del tempo.

Inizialmente sono pochi quelli che scelgono la via della collaborazione e i non collaboranti si trovano in netta maggioranza, spalleggiandosi a vicenda e resistendo alle continue lusinghe degli alleati, interessati a utilizzarli come “forza lavoro a basso costo”, una formula ipocrita, tipicamente anglosassone, che può realisticamente tradursi in forza lavoro para schiavizzata.

Con il passare del tempo però le defezioni crescono a dismisura e i non collaboranti sono sempre di meno e in condizioni di vita sempre più difficili e precarie, non potendo usufruire dei piccoli privilegi riservati ai collaboranti e sempre psicologicamente pressati dalla richiesta di sottoscrivere il modulo degli alleati.

Il pregio del libro di Petacco è essere riuscito a restituire questo clima infuocato dei campi, in cui cooperatori e non si fronteggiano dialetticamente, si dividono in opposte fazioni e in correnti all’interno dello stesso schieramento. Una situazione che diventa esplosiva quando subdolamente i carcerieri decidono di mettere i cooperatori a guardia dei non cooperatori.

Ci sono scontri fratricidi, con anche dei morti. È allora che si decide di separarli, relegando i non cooperatori in quelli che sono noti come Fascist Criminals Camps. E qui Petacco riesce a cancellare un altro di quei fraintendimenti, voluti e interessati, ma non veri. I non cooperatori, rinchiusi in quei campi, non sono affatto tutti fascisti, anche se il loro numero con il passare della guerra si accresce sempre più di giovani ideologizzati, provenienti dalla RSI.

Ci sono ovviamente i fascisti che per ragioni ideologiche non vollero mai accettare l’idea di lavorare per i nemici, ma c’è anche chi, militare di carriera, si rifiuta, per un antico senso dell’onore, di piegarsi all’avversario, come ci sono i monarchici e quelli che, per scelta individuale, mutuata solo dal desiderio di conservare il senso della dignità umana che anche un prigioniero ha, non vogliono ricorrere alla scorciatoia proposta dagli alleati.

Rapidamente passano in rassegna i profili psicologici dei prigionieri e sono analizzate le loro scelte, senza accondiscendenza ma senza pregiudizio. Così come sono stilizzati i profili dei vari carcerieri: Francesi, Inglesi, Americani, Sudafricani, Australiani.

I Francesi, incattiviti forse dalla pugnalata alle spalle patita, si rivelano i più crudeli. Gli Inglesi, i più ipocriti, con la loro finta ossessione per il rispetto formale della Convenzione di Ginevra e con la loro sostanziale brutalità. Gli americani, i più ingenuamente turbati dal rifiuto a collaborare, che non si capacitano di come si possa rifiutare l’offerta di lavorare per la migliore delle democrazie e di non cedere a tutta la sua opulenta ricchezza. I Sudafricani e gli Australiani i più accomodanti tra tutti.

Resta il fatto che quella fu una prigionia dura, severa, a tratti crudele e sfociata in vari fatti di sangue, messi a tacere dalle varie commissioni che indagavano sugli abusi perpetrati.

Con stili diversi ma brutale e che si protrasse, in molti casi, ben oltre la fine della guerra.

È questo un altro interessante capitolo che Petacco indaga e che offre retroscena raccapriccianti. Se da un lato gli alleati non vogliono mollare i prigionieri, sfruttati con lavoro non retribuito o modestamente pagato, dall’altro la nuova repubblica nicchia, in prossimità del referendum e delle elezioni, a reclamarli, paventando, i democristiani dei voti favorevoli alla monarchia e i comunisti un cospicuo gruppo di voti di persone ancora potenzialmente fasciste. È nell’analisi di queste pieghe che l’interesse per il saggio trova la sua maggiore legittimazione. Ma il capitolo assolutamente imperdibile è quello sulle fughe, in cui si alternano tentativi d’evasione rocamboleschi, fantasiosi, pittoreschi, spavaldi, folli nella loro sostanziale inutilità.

Solo pochi hanno esito positivo, quasi tutti si concludono con la cattura. Alcuni sono esilaranti, come quello di Montalbetti che invece di scavare il solito tunnel sotto i fili spinati, li scavalcò con un perfetto salto con l’asta. Fu riacciuffato quasi subito.

Altri sono pazzeschi nell’ideazione e ancor più incredibili nella loro messa in atto. Tra questi, quello tentato da Milesi, Toschi e Faggioni che, travestiti da Indiani, fuggirono dal campo di Yol, nell’alto Punjab. Il loro folle intento era quello di scavalcare l’Himalaia, raggiungere l’Afghanistan e di lì la Turchia. Dopo aver oltrepassato un valico ed essersi inoltrati sulla catena, desistettero per rientrare al campo.

Altri ancora sono spavaldi ma la dicono lunga sullo stato d’animo dei reclusi. In Kenya, tre prigionieri italiani scapparono, scalarono il monte Kenya (5100 metri), vi issarono una tricolore e poi si riconsegnarono ai loro carcerieri. Un misto di beau jeste, spavalderia, goliardia che fu apprezzato dal comandante inglese del campo e che testimonia la volontà indefessa di non arrendersi mai.

Chi non volle arrendersi aveva evidentemente digerito la lezione appresa dalla lettura dell’Alfiere di Carlo Alianello e ben sapeva che non si può, a comando, servire ora una bandiera e ora un’altra e visto che la loro guerra era persa sarebbe stato ignominioso cambiare casacca.

Vita dura dentro e peggiore al rientro. Gli invisibili restarono tali per molto tempo e masticarono amaro. Come m’insegnò il prof. Rosi al liceo, nelle sue splendide lezioni di Storia, quando ci raccontava a modo suo della sua prigionia in un campo inglese nel deserto. Rispettosi della Convenzione di Ginevra, gli Inglesi conteggiavano con cura il numero di calorie da attribuire ai prigionieri. Solo che spesso quelle calorie erano dispensate sotto forma di olio di palma, che ingerito provocava dolori e diarree talvolta fatali.

Fu così che appresi che la correttezza e il rispetto formali spesso nascondo una brutalità e crudeltà soggiacente. Appresi insomma, con un esempio didascalico, cosa significasse l’ipocrisia, segno caratteristico delle culture d’oltremanica e d’oltreoceano.

Un oltre appunto. Altro da noi.

Mario Grossi

.Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 21 gennaio 2012

 

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