Adriano Scianca. Riprendersi tutto…

Anche a chi come me si occupa ben poco di cronaca politica, ed ancor meno di cronaca nera, difficilmente potrebbero essere sfuggiti i fatti di Firenze e la campagna di criminalizzazione di Casapound Italia che ne è seguita. Tale campagna ha, paradossalmente o meno, creato più visibilità e curiosità per tale associazione di quanto ne avessero ottenuti nel corso degli anni la sua attività e gli spunti di dibattito aperti dalla medesima con settori molto disparati della scena italiana, non da ultimo con spezzoni tanto diversi della sinistra o ex-sinistra del nostro paese come Valerio Morucci, Paola Concia o Stefania Craxi.

Ora, la coincidenza vuole che proprio nello stesso momento io mi ritrovi un po’ più informato al riguardo, rispetto alle notizie più aneddottiche che potevo averne prima, attraverso la lettura, sia pure con colpevole ritardo, del libro di Adriano Scianca Riprendersi tutto (Società Editrice Barbarossa, Milano 2011), che non solo è il primo libro vero e proprio del suo giovane autore, ma un manifesto della filosofia, dell’estetica, della mentalità di CPI assistito da tutti i crismi dell’ufficialità e della definitività, per quanto ciò possa essere applicabile ad una realtà ovviamente in divenire.

Scianca infatti, che ha una rubrica settimanale sul Secolo d’Italia e collabora o ha collaborato, sempre per la verità con notevole indipendenza rispetto alle rispettive “linee”, con testate che spaziano da Charta Minuta o Ffwebmagazine a Orion, Eurasia, Letteraturatradizione, Italicum, per arrivare a Divenire. Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano e al Fondo stesso, è infatti divenuto non da oggi “responsabile culturale” di CasaPound. Di essa rappresenta perciò il portavoce più strettamente “ideologico”, non da ultimo in quanto autore del Manifesto dellEstremocentroalto, strenuo tentativo di smarcare nei fatti e nelle etichette l’ambiente di appartenenza dall’estrema destra in cui il fugace “passaggio” dal supporto nel 2008 per le liste La Destra-Fiamma Tricolore e per la candidatura a presidente del consiglio di Daniela Santanché – nel frattempo “rientrata” nelle amorevoli e governative braccia aennino-berlusconiane del PDL – minaccia tuttora di rinchiuderlo nella percezione comune.

D’altronde, la produzione intellettuale di Scianca è molto più risalente di tale suo impegno dichiaratamente “militante”, e dopo che già da tempo ne avevo notato gli scritti in rete, anche per l’onore che lo stesso mi fa di citarmi spesso nei medesimi, avevo avuto l’occasione di conoscerlo meglio nell’ambito dell’Associazione Italiana Transumanisti, e poi di incontrarlo personalmente come co-speaker in qualche conferenza, così da ricevere alla fine l’invito di una comune conoscenza, Carlo Gambescia – che pure come intellettuale dichiaratamente cattolico e liberale è alquanto lontano dalle posizioni di entrambi – a realizzare e pubblicare in volume una sua intervista a me in materia di biopolitica, di cui è stata recentemente pubblicata sul Web la traduzione inglese.

Anzi, Adriano finisce per diventare bizzarramente… uno dei principali “capi d’accusa” nei miei confronti di un paio di accaniti stalker virtuali che il mio impegno nel mondo del “transumanismo organizzato” italiano e internazionale mi ha guadagnato; e che si sono scelti come hobby preferito (in un caso direi come mestiere) quello di raccogliere dossiers su di me per denunciare in ogni dove in cui mi venga data la parola le orrende trame dell’ircocervo padanista e filo-islamico, ma anche e  soprattutto “neofascista no-global”, e comunque portatore (insano) della peste rosso-bruno-verde – dove tale ultimo colore si adatta meravigiosamente sia a Bossi che ad Ahmadinejad – che il sottoscritto rappresenterebbe; non senza pubblicamente e fantasiosamente accreditare (per estensione?) anche a me i rapporti del nostro autore con l’associazione che il libro presenta!

Come presentare invece il libro stesso? Tradizione vorrebbe che il recensore ne riprendesse a questo punto alcuni temi nel merito, riassumendo le posizioni espresse e magari aggiungendo i propri personali commenti. Ma tale esercizio mi parrebbe in questo caso un po’ futile, perché la discussione delle “parole di Casapound” (definizione che fa da sottotitolo al testo) si fa pretesto per una sorta di “dizionario filosofico” che si dipana nelle seguenti voci: Anarchia – Antifascismo – Arte – Azione – Casa – Comunità – Corpo – Cultura – Decisione –  Destra – Diverso – Donna – Dono – Ebreo – Eroe – Fascismo – Giovinezza – Guerra – Identità – Immaginario – Impero – Italia – Libertà – Marmo – Modernità – Morte – Natura – Occupazione – Onore – Ragione – Simbolo – Sorriso – Spirito – Stile – Tradizione – Usura – Valori – Violenza – Vita – Vittoria (!).

Si tratta infatti, per ciascuna di esse, di saggi (inediti) sostanzialmente indipendenti, che richiederebbero una recensione (o un altro libro…) ognuno, e che sono uniti dallo sforzo di coniugare un apporto molto personale ed originale sulle varie questioni sollevate dai temi affrontati; la declinazione di tali temi con le esperienze e le “fonti” di vita vissuta dell’ambiente di CasaPound, a partire dagli slogan, dalle iniziative e dalla produzione artistico-musicale dell’ambiente stesso; e infine la ricognizione e la divulgazione del background culturale (sia in senso intellettuale che antropologico) di tutto ciò. Divulgazione assistita non solo da una erudizione e da una capacità di seguire i dibattiti contemporanei semplicemente spettacolari in un trentenne che si occupa anche d’altro, ma da una naturalezza e facilità di scrittura che la rende accessibile anche ad uno studente liceale – beh, magari non proprio del primo anno e della mediamente disastrata scuola italiana contemporanea…

Resta naturalmente la questione, sollevata dall’autore stesso, di quanto Riprendersi tutto rappresenti davvero fedelmente la realtà di cui tratta, non fosse che per il fatto di costituire non un esercizio esterno ed accademico, bensì la meditazione di un ambiente su se stesso. Ma la risposta dal mio punto di vista non è in realtà granché rilevante; perché il modo in cui un’associazione, un movimento, un’azienda, un paese o una chiesa si vedono, e come vorrebbero essere resta altrettanto (e più) significativo ed interessante, per chi appunto voglia approfondirne l’“identità profonda”, dei dettagli empirici, contingenti e “sociologici” che li possano riguardare.

Non dubito così che il libro, oltre a soddisfare l’eventuale curiosità del pubblico indifferente, offra materiali non scontati in cui il militante o il simpatizzante di CasaPound potrà rispecchiarsi, confrontandosi con l’immagine  che gli viene proposta; e materiali che anche possono essere utili a chi da questa o quella posizione di Casapound (o da tutte…) è lontano mille miglia, e che certamente troverà negli svolgimenti talora deliberatamente iconoclasti e provocatori di Scianca un’occasione per confermare il suo disaccordo e soprattutto le ragioni del medesimo.

Ecco, le ragioni. Non è meglio, per chi non è d’accordo con qualcosa, non esserlo per le ragioni giuste anziché per ragioni immaginarie? Questo, a mio avviso e al di là della stessa retorica sull’“onestà intellettuale”, resta un favore da fare prima di tutto a se stessi.

Stefano Vaj

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