La rivoluzione fascista secondo Bottai

Noi non abbiamo il potere perché abbiamo fatto la rivoluzione, ma abbiamo il potere perché dobbiamo fare la rivoluzione.

G. Bottai

Classe 1895, romano, formazione classica e mazziniana, si laurea in legge ma è appassionato di poesia e di letteratura. Giuseppe Bottai è una figura luminosa del Ventennio. E come tutte le personalità troppo brillanti, relativamente emarginata[1]. Combatte prima in fanteria e poi tra le file degli arditi, approdando poi al fascismo attraverso il futurismo. Organizza squadre fasciste a Roma, ma combatte e reprime quelle più feroci e pericolose[2].

Il 28 ottobre 1922 a Roma sfila alla passerella della Marcia, ma si accorge ben presto che quella è solo una trama di palazzo in puro stile gattopardesco. Tanto che l’anno dopo fonda “Critica fascista”, la rivista che si propone di “creare quella CLASSE NUOVA DI DIRIGENTI di cui il fascismo ha urgente bisogno per sostituire l’antica. Nella quale sostituzione noi ravvisiamo il problema centrale del fascismo in questa sua fase di trasformazione” e che punta sui giovani, perché “C’è nella inesperienza di questi giovani qualche cosa che bisogna cogliere, così come c’è qualcosa da recidere nell’esperienza di coloro che hanno portato nel Fascismo il peso di torbide nostalgie[3]. In altre parole, la rivista che vuole edificare quella rivoluzione che la Marcia su Roma, sebbene sia “il principio d’una nuova vita”[4], non ha prodotto.

Giuseppe Bottai è un rivoluzionario non intransigente. Diverso quindi dal rozzo e spesso interessato contestatore Farinacci, ma anche dai duri “selvaggi” di Maccari, dalla retorica (e solo quella) squadrista di Curzio Malaparte, dai folcloristici futuristi dell’”Impero”. E’ un rivoluzionarismo tiepido, così si dice negli anni del Regime, quello dell’ex ras. Tiepido ma graffiante.

“Critico” è il termine giusto per definirlo. Critico perché ammette e anzi sollecita la critica interna al fascismo, tanto da sembrare pluralista. Ma pluralista Bottai non è. Anzi, è solo nelle acque del totalitarismo, e non in altre, che Giuseppe il rivoluzionario intende nuotare. Nuotare evitando, o meglio rimuovendo, le secche liberali che ancora dominano lo Stato. Nel ’24 la sua verve antiliberale viene addirittura punita con l’espulsione dal partito. Segue una riammissione che però non cancella la sua prima, vera delusione nei confronti della politica fascista. Ma che di fascista – inizia a osservare il Nostro – ha ben poco. O comunque meno del previsto[5].

L’ex fante-ardito capisce che a fare il bello e il cattivo tempo sono i liberali travestiti da fascisti e i fascisti – ormai ex nei fatti – liberalizzati. Cioè mimetizzati come camaleonti nel corpus dell’Ancien Régime liberale.

I tafferugli squadristi che ancora si riversano qua e là sono solo conati di una rivoluzione fallita. Le nuove vittime delle rappresaglie nere, un nero scolorito per la verità, sono quelle designate dal sistema (com’è ripetitiva la storia…). Insomma, si colpisce dove il potere vuole si colpisca.

Contro le forze delle conservazione e qualche manipolo di illusi facinorosi (spesso in mala fede) il giovane gerarca gioca la carta più astuta (e rivoluzionaria): puntare tutto sulla normalizzazione e la pacificazione. L’apparente contraddizione è presto spiegata. Uno Stato nuovo, nuove Istituzioni, nuovi organismi che soppiantino le forze tradizionali  possono fiorire solo sul terreno fertile della tranquillità sociale. Quella pace civile che è il comburente adatto ad alimentare ed espandere la fiamma rivoluzionaria.

Gli “uomini d’arme”, secondo Bottai, devono cedere il passo agli “uomini di pensiero”. La funzione dei pensatori, “un tempo ausiliaria e subordinata, sarà in sé essenziale e condizionante l’efficienza del fascismo”. Ecco quindi la ricetta: gli intransigenti devono deporre le armi, smetterla con le proverbiali violenze e lasciare il passo agli intellettuali, laboriose formiche tutte tese all’edificazione del “nuovo”.

Coerentemente con la vera natura del fascismo che per Bottai è intellettuale. Il fascismo, spiega, «è di origini squisitamente intellettuali», «è una rivoluzione intellettuale»[6]. Saranno quindi gli intellettuali a farla.

Le forze della conservazione – com’è naturale – lo temono e lo dipingono come un apostata. Quelle intransigenti lo accusano di essere un moderato e di scendere a compromessi con la borghesia e con i liberali. Ma per i suoi detrattori Bottai non ha che una, solenne risposta: il vero fascista è proprio lui. La vera rivoluzione non è contro il bolscevismo ma quella intellettuale e politica perseguita dai “revisionisti”[7].

“Revisionisti” che sono ostili tanto alla restaurazione liberale quanto al sovversivismo violento, identificato come uno strumento della prima. Dalle colonne di “Critica fascista” (1923-1943) denunciano senza mezzi termini la “cauta e pesante controrivoluzione liberale”[8]. Che gli intellettuali devono combattere compatti portando a termine la rivoluzione. O meglio facendo una rivoluzione nella rivoluzione (nata già) sbiadita.

La bottaiana “Rivoluzione intellettuale del Fascismo” può esser letta perciò come una “terza via” tra liberalismo e socialismo[9].

La filosofia idealistica, il sindacalismo rivoluzionario e il radicalismo nazionale italiano sono per il direttore di “Critica fascista” i fondamenti culturali e ideologici del fascismo[10]. Fascismo che ambisce a costruire non lo Stato liberalconservatore e autoritario, bensì uno Stato gentiliano o, per citare Jacob Talmon, una “democrazia totalitaria”.

Il “Fascismo rivoluzione del popolo” non può che porsi all’antitesi della borghesia[11]. Borghesia intesa come espressione sociale figlia del materialismo e della logica d’interesse, per definizione biecamente oligarchica, nonché responsabile dell’esclusione del “proletariato”[12] dallo Stato. Ed è proprio il proletariato, codificato in classi lavoratrici sane, laboriose, combattive, che deve rappresentare il fondamento della rivoluzione fascista e avviarsi verso il varco penetrato dai velites intellettuali[13].

Il compito dei pensatori, nell’ambito dello Stato totalitario, è quindi quello di sfondare dove liberali e socialisti hanno fallito. A partire dalla nazionalizzazione delle masse, dal superamento della frattura tra popolo e Stato provocata dalla classe dirigente postunitaria. La stessa classe colpevole di aver interrotto, se non addirittura vanificato, il processo risorgimentale (è la tesi del “tradimento del Risorgimento” sostenuta dalla Sinistra fascista, tema sul quale torneremo prossimamente).

E’ a questo proposito che Giuseppe Bottai si occupa di cultura e diventa promotore e fondatore di scuole e riviste di studi corporativi e artistici. Per esempio “Le Arti”, alla quale partecipano anche intellettuali avversi al fascismo, come Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan, entrambi giovanissimi[14].

In qualità di ministro dell’Educazione nazionale, fonda l’Istituto nazionale di restauro. L’avanzatissima legge per la tutela dei “beni paesistici e ambientali”, del 1939, porta la sua firma.

Bottai è anche artefice dello Stato corporativo. Dal ’26 al ’29 è sottosegretario al Dicastero delle Corporazioni e dal ’29 al ’32 ne sarà ministro. In questo periodo emana la Carta del Lavoro ed ottiene la cattedra di diritto corporativo all’Università La Sapienza di Roma.

L’idea centrale di Bottai è proprio quella di realizzare, attraverso le corporazioni, uno Stato per un terzo di destra (il piano istituzionale) e due terzi di sinistra (politica economia e strutture sociali). Com’egli ripeterà più volte, “uno Stato di destra con una struttura economica e sociale di sinistra”[15].

Da ministro dell’Educazione nazionale (dal ‘36 al ‘43) nel ’39 riforma la scuola attraverso la celeberrima Carta della Scuola, provvedimento con forti connotati sociali. Egli crede, come il suo predecessore Giovanni Gentile, nel modello del fascista perfetto, dedito al culto dello Stato, della gerarchia, dell’ideale guerriero, della grandezza della patria. A differenza di Gentile, però, cerca di distinguere la cultura dalla cultura fascista. E’ infatti convinto della necessità di formare fascisticamente le nuove generazioni ma senza rinunciare all’intelligenza e alla conoscenza. Ritiene che l’insegnamento scolastico debba instillare uno “spirito fascista”, un nuovo senso etico dello Stato, del cittadino, del lavoro, senza distinzioni eccessive fra studi “borghesi” e quelli “popolari”[16].

Sua è, soprattutto, la rivista “Primato”, nata durante la guerra (1940-43).

Sotto la prestigiosa epidermide culturale del giornale fermenta la discussione politica. La nuova rivista bottaiana è insomma più politico che culturale. Il Direttore chiama a scrivervi, in libertà, i maggiori intellettuali dell’epoca, siano essi fascisti, afascisti o addirittura antifascisti. L’obiettivo, politico appunto, del cenacolo intellettuale bottaiano è quello di raccogliere i contributi delle migliori menti del Paese. Coerentemente, ma con uno slancio di rinnovata vigoria, al progetto di “Critica fascista”. È con lo scopo di migliorare il Regime che trasfonda nel fascismo una nuova generazione avvezza al dibattito e smaniosa di novità. Non si rassegna a un sistema politico ingessato nel mussolinismo (il Mussolini imperiale, non la versione precedente che Bottai venera con toni oracolari e accenti mistici), o peggio nello staracismo e nel farinaccismo.

Lavorando per un fascismo diverso sotto l’egida del loro Direttore, le giovani e brillanti menti sono sottratte sia all’antifascismo ma anche al fascismo più conformista, tanto che alcuni articoli sembrano rasentare l’opposizione[17].

D’altronde è un rischio endemico in una rivista come “Primato”, che tratta specialmente del Nuovo ordine europeo[18]. Attraverso una lente decisamente razzista, “Primato” approfondisce le questioni giuridiche, istituzionali, di politica internazionale e i problemi della scuola (dove la rivista è distribuita gratuitamente) e delle università[19]. Vero è che la veemenza razzista di Bottai, nota stridente in uno spartito tutto sommato nobile, rappresenta una reazione di difesa a sicuri attacchi antisemiti che colpirebbero – anche biologicamente – la sua persona. Difatti, il cognome che corrisponde a un titolo professionale, proprio come Bottai, è di norma di origine ebraica e i tratti del volto di certo non aiutano il gerarca[20].

Gli intellettuali che collaborano con la rivista di Bottai sono, in larga parte, i protagonisti del volume di Mirella Serri I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948, edito per i tipi della Corbaccio. Sono, cioè, gli scrittori, i poeti, i pittori, gli storici, i filosofi, i giornalisti che nella loro vita passano attraverso l’esperienza fascista, aderiscono entusiasticamente al Regime per poi passare, in una seconda fase della loro vita (dopo il 1945), all’esperienza politica di segno antifascista, spesso nelle file del Partito comunista. E’ un argomento che va di moda, quello dei “redenti”, nella misura in cui è stato tolto dalla naftalina solo molto recentemente.

“Primato”, esattamente come “Roma fascista”, è spesso definita una rivista del “vivaio antifascista”. Sibilla Aleramo, Corrado Alvaro, Arrigo Benedetti, Vitaliano Brancati, Dino Buzzati, Mario Luzi, Dino Del Bo, Leo Longanesi, Guido Piovene, Vasco Pratolini, Giaime Pintor, Salvatore Quasimodo, Renato Guttuso, Marcello Piacentini, Giulio Carlo Argan, Indro Montanelli, Giorgio Spini e Luigi Salvatorelli sono tutti collaboratori di “Primato”. Molti di questi intellettuali approdano all’ambiente comunista e guadagnano la targa di “fascisti redenti”, oltre all’assolvimento lavacrale da ogni peccato fascista.

La teoria del “vivaio antifascista” non convince però del tutto. La maggioranza dei collaboratori di Bottai disprezzano l’arroganza, la corruzione e le anomalie interne al Regime. Ma restano convinti sostenitori del fascismo, che come abbiamo visto tentano di migliorare. E sono, al pari, strenui difensori delle “ragioni della guerra”[21].

Secondo Zangrandi, casomai “i giovani non furono ma credettero di essere fascisti, in quanto credettero che il fascismo fosse un’altra cosa, un superamento del socialismo, una nuova e più moderna forma di socialismo”[22].

Siano fascisti o illusi di esserlo, siano sistema o fronda, siano rivoluzionari de iure o anche de facto, Bottai e i suoi uomini plasmano un contesto “critico”, unico strumento per rimuovere dalle maglie del potere le incrostazioni liberalconservatrici e per garantire al contempo un fascismo virtuoso, sempre teso al miglioramento di se stesso, rivoluzionario nella sostanza.

Dalla sua prima grande delusione, collimata nel ’24 con l’espulsione dal Pnf, Bottai ne fa di strada. Propone la normalizzazione come scenario ottimale per edificare la rivoluzione. Non riesce a imporre il suo modello al Regime, ma a creare un’isola felice, questo sì. Il cenacolo intellettuale di “Primato”, fiore all’occhiello di un sistema che ormai crolla sulle sue fondamenta, resta un fulgido esempio di habitat culturale e politico dove ognuno è libero di esprimersi e di sostenere, a proprio modo, un ideale etico in continua evoluzione.

Ivan Buttignon

 


Note

[1] G.B. Guerri, Fascisti. Gli italiani di Mussolini. Il regime degli italiani, Mondadori, Milano, 1995, p. 160.

[2] Ibidem, pp. 160-161.

[3] G. Bottai, Proponimenti, in “Critica fascista”, 15 settembre 1923. Corsivo mio.

[4] G. Bottai, La Marcia su Roma, in “Critica Fascista”, 1° novembre 1923.

[5] G.B. Guerri, Fascisti. Gli italiani di Mussolini. Il regime degli italiani, cit., p. 161.

[6] G. Bottai, Il fascismo nel suo fondamento dottrinario, Conferenza tenuta nell’”Augusteum”, Roma, 27 marzo 1924.

[7] G. Bottai, Esame di coscienza, in “Critica fascista”, 1° ottobre 1923.

[8] G. Bottai, Per arginare una controrivoluzione, in “Critica fascista”, 15 maggio 1925.

[9] P. Buchignani, La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943, Mondadori, Milano, 2006, p. 154.

[10] Ibidem, p. 155.

[11] Ibidem, p. 156.

[12] G. Bottai, Doveri e responsabilità, in “Il Popolo d’Italia”, 13 agosto 1922.

[13] P. Buchignani, La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943, cit., p. 157.

[14] G.B. Guerri, Fascisti. Gli italiani di Mussolini. Il regime degli italiani, cit., pp. 161-162.

[15] Ibidem, p. 142.

[16] Ibidem, pp. 158-159.

[17] Ibidem, p. 162.

[18] M. Serri, I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte 1938 – 1948, Corbaccio, Milano, 2005, p. 16.

[19] Cft. V. Pisanty, Educare all’odio. La difesa della razza, Edizioni Unità, Roma, 2004.

[20] R. De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario, 1936-1940, Einaudi, Torino, 1996, p. 730.

[21] M. Serri, I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte 1938 – 1948, cit., p. 17.

[22] R. Zangrandi, in AA.VV. Fascismo e antifascismo. Lezioni e testimonianze, Feltrinelli, Milano, pp. 209 e segg.

 

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