A margine del caos Italia…

Quando qualche mese fa cadde Silvio Berlusconi, lessi con stupore e con interesse alcuni articoli di esponenti della destra berlusconiana ed extraberlusconiana che dipingevano l’uomo di Arcore come un Peron nostrano. Non che io mi intendessi molto di Peron, ma cercai di riflettere sulla possibilità che il nostro presidente del consiglio fosse per davvero un rivoluzionario che aveva cominciato un processo di indipendenza per il nostro paese (al pari dell’attuale Argentina, del Venezuela, del Brasile, della Bolivia e dell’Ungheria) e che questo processo veniva invece ostacolato da forse avverse (l’FMI, la BCE) che per mano interna (il capo dello stato, il parlamento, la magistratura, la carta stampata). Fino appunto a destituirlo del suo potere.

Dopo tanto pensarci devo dire che la mia posizione su Silvio Berlusconi non è molto cambiata: l’Italia è una penisola commissariata, legata con un filo strettissimo alla decisione e ai voleri di ambienti sovranazionali? Questo con una dose di realismo lo sappiamo tutti. In fin dei conti non è segreto di stato che l’Europa ha inviato all’Italia una lettera scritta con le riforme da fare. A quel punto Berlusconi aveva due chance: o seguire alla lettera le indicazione europee oppure cercare un percorso virtuoso (un percorso di leadership forte) che poteva dare all’Italia maggior respiro e autorità all’interno dello scacchiere europeo.

La strada scelta da Silvio Berlusconi invece è stata quella del “non far niente”, rischiando di condannare l’Italia ad un destino forse peggiore di quello che stiamo vivendo. Ho seguito molto le polemiche di questi mesi sul ruolo di Giorgio Napolitano, sia qui su Il Fondo sia su Gli Altri e mi trovo d’accordo con le posizioni espresse. Devo però fare un inciso: cosa ci si aspettava dal presidente della Repubblica? Davanti ad un premier incapace di prendere qualunque posizione, fiaccato dal suo ruolo pubblico e privato, con una maggioranza tenuta in piedi solo dal potere (non scorderò mai quando nel bel mezzo della crisi dello spread, Tremonti era sparito del tutto. Tutti si chiedevano dove fosse, ma apparve silenzioso e in sordina ad un comizio dietro Umberto Bossi, mentre il senatur scoreggiava sul nome d’Italia) e con una opposizione totalmente incapace di prendere in mano la situazione. So di essere provocatorio e contro corrente ma bisogna essere realisti perché c’erano solo due soluzioni: o l’allineamento radicale alle decisione europee o la scelta radicale di rompere con i diktat di lor signori. La scelta di Silvio Berlusconi, lo ripeto, era una scelta suicida per l’Italia (e sfido chiunque a dire il contrario). Per entrambe le scelte però c’era bisogno di una leadership e Napolitano ha dimostrato di averla, di fronte ad un parlamento che leader non ha, e affidando il percorso di questa scelta ad un uomo con una forte leadership che è Mario Monti.

Tolta la provocazione, vorrei specificare che ovviamente tendo (per ideologia e visione del mondo)  per la seconda scelta. Ma non mi sento di condannare Giorgio Napolitano in tutto e per tutto. Perché a Silvio Berlusconi e al berlusconismo una cosa va riconosciuta: quella di aver distrutto la politica italiana. Impegnati tutti quanti per vent’anni a discutere, a disquisire sulle vicende private del capo, non abbiamo saputo costruire un’alternativa dopo la sua caduta. Qui su Il Fondo ne abbiamo discusso per moltissimo tempo, schierandoci ogni qualvolta che l’opposizione si concentrava sui processi o cercava di buttare giù la maggioranza a colpi di fiducie, affermando che non era solo Berlusconi il problema del nostro paese.

Oggi il problema attuale è quello di non avere nel parlamento, o fuori, dei leader capaci. La politica italiana è assolutamente incapace, allo stato attuale, di percepire e di fare battaglia sulle istanze che smuovono il paese al di fuori del parlamento. Basti pensare ai referendum sull’acqua: dove sono finiti i partiti che sposavano le tesi del movimento, ora che quelle tesi sembravano sotto attacco dal nuovo esecutivo? Nessuno sembra essersi visto. Qualcuno potrebbe obbiettare che è un bene che il parlamento finisca. Anche su questo non sono d’accordo: la vulgata anti casta, iniziata con il libro di Rizzo e Stella, ha contribuito ancora di più a rompere il legame che la politica ha con i cittadini. Sto dicendo che non dovremmo denunciare gli sperperi di una classe politica sempre più corrotta e collusa? Assolutamente no! Affermo che bisogna muoversi con cautela su questo percorso, perché altrimenti accade quello che abbiamo sotto gli occhi: un governo di tecnici, non votato dagli italiani, è l’unico capace di gestire (secondo la sua ideologia) il paese nel momento di maggiore crisi. E tra l’altro lo sta facendo, se si vuole seguire le cose da una certa prospettiva, anche con un buon successo: lo spread è calato, Monti in Europa sta facendo pesare la nostra presenza, il parlamento sembra funzionare e le persone sembrano rassegnate al muoversi degli eventi. C’è sicuramente un  conflitto sociale (i forconi, i tassisti, ecc..) ma è un conflitto sociale nuovo ed inedito, non capito e non appoggiato da quei settori che hanno sempre guidato il conflitto. Sono indicativi questi dati oppure no? Forse questo è l’esecutivo che più si sta muovendo verso riforme di destra-liberista, ma nessuno dei consumati attori di quella commedia italiana che conoscevamo sembra muoversi secondo il canovaccio che conoscevamo:

Il Pd ha rotto l’asse di Vasto, sposando a pieno le politiche di Monti e della Bce.

Il Pdl continua ad appoggiare la linea Napolitano (che è quella che lo ha spodestato) nonostante nessuno all’interno del partito sia favorevole (basti leggere Il Giornale e Libero).

Ferrara e Il Foglio, che erano l’avanguardia della critica al nuovo corso, guardando le azioni del governo si chiedono: ma allora non è così male questo Monti?

Di Pietro, morto il giustizialismo con Berlusconi, sposa tesi da sinistra radicale mentre la sinistra radicale non lo ha mai seguito considerandolo uno sbirro.

Vendola che perde consensi a vista d’occhio parla del naufragio della Concordia come del naufragio della modernità.

Repubblica sembra diventato l’organo ufficiale del governo Monti dopo aver strizzato l’occhio ai movimenti negli anni passati.

Eccetera, eccetera.

Cosa succederà quindi? Cosa faranno i partito dopo che Monti avrà compiuto il suo lavoro? Ci sarà ancora spazio per la politica? O forse è meglio il governo dei tecnici?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Simone Migliorato

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