Vasco Brondi. C’eravamo abbastanza amati

Butti dentro, butti dentro, butti dentro, e a un certo punto succede: tutta quella baraonda di impulsi caotici e contraddittori, e spesso deludenti fino alla frustrazione, e solo qualche volta eccitanti fino alla gioia, si ricompone in qualcosa di nuovo. Di creativo. Di tuo.

I pensieri spezzati rimangono spezzati, presi uno per uno, ma messi insieme in quella determinata maniera – in quella determinata canzone – rivelano una strana coerenza e una sorprendente compiutezza. Sembravano grovigli inestricabili. Erano legami nascosti. Segreti in attesa di essere scoperti. Non proprio la soluzione di questo o quel problema, ma almeno degli squarci di significato. Lampi improvvisi, e insperati, che si protraggono abbastanza a lungo, o che si ripetono abbastanza in fretta, da permettere di afferrare non solo i singoli dettagli ma l’intera sequenza. Da far pensare che non tutto sia casuale fino al caos, e transitorio fino alla vacuità, ma che in qualche modo un senso ci sia. Complessivo. Soddisfacente. Tuo.

Vasco Brondi è stato la grande sorpresa del 2008. Preceduto da un demo che era stato realizzato in due giorni e che aveva affascinato l’instabile comunità della musica indipendente, il suo album di esordio si è guadagnato rapidamente l’emozione del pubblico e l’attenzione della critica, fino a ricevere la Targa Tenco per la migliore opera prima nel settore dei cantautori. La meritava. Già a cominciare dal titolo, Canzoni da spiaggia deturpata, segnava un’enorme distanza da tutto ciò che è prevedibile, risaputo, inutile. Si prendeva ogni sorta di rischi, come si conviene all’arte che vale realmente la pena di incontrare, e già per questo si assicurava un rispetto preventivo. Perché dava l’impressione di essere davvero scaturito, in ogni suono e in ogni parola, da nient’altro che un autentico bisogno di esprimersi. Una rarità, di questi tempi. Quasi un prodigio, in quest’epoca.

Il contenuto, poco più di mezz’ora, non strizzava l’occhio a nessuno. Non aveva nulla che desse l’idea di essere stato confezionato per soddisfare le aspettative di questo o di quello, e infatti gli undici brani erano lontanissimi, fino all’antitesi, dalla ruffianeria degli innumerevoli prodotti – e sottoprodotti – del pop da classifica. Vasco Brondi, pur essendo da solo, si presentava col nome di un gruppo, Le luci della centrale elettrica. Non era una bizzarria fine a se stessa. E men che meno una trovata da marketing. Era una scelta strategica, che discendeva da un desiderio preciso. «Le luci – spiegava in un’intervista pubblicata sul mensile Il Mucchio nel maggio 2009 – sono un progetto. Il mio nome non è importante e mi piacerebbe anche che la mia vita non coincidesse con questo progetto. Mi dà anche l’opportunità di poter cambiare in qualsiasi momento».

Tanti altri non vedono l’ora di avere successo per innalzarsi su un piedistallo permanente. Lui si preoccupa di evitare che la distanza inevitabile tra chi va in scena e chi assiste non si trasformi in un abisso incolmabile. Meglio tenerli insieme, i due piani. Giusto salire là sopra come artista e poi, però, ridiscenderne e continuare a comunicare come persona. «Mi rendo conto delle astrazioni che ci sono su di me. Me ne accorgo dopo i concerti per certe cose che mi vengono dette o per come vengo approcciato. Quasi con timore. È consolatorio dare un ruolo a qualcuno, un’identità ben precisa. Oggi dai importanza alle mie parole, ci costruisci sopra un mondo, perché mi esibisco su un palco. Quando le dicevo da barista avevano meno importanza?»

I più hanno bisogno di una cornice, per rendersi conto che quello che hanno davanti è un quadro. E che il quadro è un’opera d’arte. I più hanno bisogno di una segnaletica inequivocabile, per andare da qui a lì e convincersi di aver completato un tragitto.

A Canzoni da spiaggia deturpata è seguito nel 2010 Per ora noi la chiameremo felicità, che al netto della (ovvia) minor sorpresa ha confermato che l’exploit precedente non era affatto un caso. Ancora quella mistura di chitarre scarne e di sovrastrutture noise,

come adolescenti sperduti in una megalopoli. Ancora quelle canzoni/non canzoni, che le ascolti (le attraversi) e appena sei arrivato alla fine ti viene voglia di rifarlo, di riprovarci, di provare di nuovo ad acchiappare quello che già lo sai che acchiapparlo è impossibile.

E ora, infine, ecco questo disco che viene messo in vendita a soli 7,90 euro unitamente al numero di dicembre di XL e che contiene un solo inedito, quel C’eravamo abbastanza amati che dà il titolo alla raccolta, mentre per il resto è costituito per lo più da incisioni dal vivo e da cover, straniate com’è nel suo stile e per nulla compiacenti con gli originali. È un’operazione coraggiosa, in chiave editoriale, ed è facile immaginarsi lo sconcerto di chi dovesse acquistare il cd a scatola chiusa e ritrovarsi, perciò, sprofondato in queste atmosfere così anomale. Ma c’è da sperare che la sorpresa non si risolva in un rifiuto. Che il disorientamento non cancelli la capacità di avvicinarsi. E di sviluppare una qualche forma di empatia, se non di comprensione. Credete: abbiamo bisogno di catalizzatori, anziché di certezze. O presunte tali. Abbiamo bisogno di smantellare il superfluo e di ritrovare l’essenziale.

Come nel video di Cara catastrofe. La ragazza graziosa, ma non troppo, che se ne sta da sola nel bel mezzo dell’ampio spartitraffico rialzato al centro di un viale . Si direbbe che stia aspettando chissà chi – o forse solo l’ora di rientrare a casa senza che sia troppo presto – e ha in testa una cuffia audio. Per un po’ la musica la lascia inerte. Poi lei chiude gli occhi e comincia a ballare, nel modo improvvisato e frammentario di chi non pensa a quello che vedranno gli altri ma bada solo ad assecondare il flusso sonoro.

Si sta abbandonando. Si sta cercando. Ha chiuso gli occhi per vedersi davvero. Per vedersi come è al fondo di se stessa, e come potrebbe esserlo anche all’esterno se le circostanze gliene concedessero il tempo, la libertà, e un granello o due di fortuna. O, già che ci sono, una manciata.

 

 

 

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