Tiziana Lucattini. Asilo

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 9 dicembre, sul settimanale Gli Altri. E’ postato qui per gentile disponibilità dell’Autrice e della Direzione.

La redazione


ASILO
LEZIONE DI REGIA DI TIZIANA LUCATTINI
Katia Ippaso

A volte, dimentichiamo perché la regia teatrale sia un’arte. Lo dimentichiamo perché la scena degli ultimi anni ci ha ipnotizzato con virtuosismi estetizzanti da una parte e con una totale incuria dello spazio scenico (quando a predominare è la narrazione) dall’altra. Niente nel mezzo. E sono rari gli incontri con un teatro che non abusi dell’io narcisistico del “demiurgo/creatore” ai danni dello spettatore.

Uno di questi preziosi incontri l’abbiamo fatto qualche sera fa, andando a vedere l’ultimo spettacolo scritto e diretto da Tiziana Lucattini. Asilo parla della guerra e del terrore. Ma non fa in una maniera luttuosa e terroristica, né usa la retorica per indurci con mezzi facili a piangere sui corpi dei 186 bambini uccisi a Beslan, nel 2004.  Perché all’orrore per la tragedia può sovrapporsi il malessere causato dallo “stile” che trasforma tutto in una melassa dolciastra o urlata (ricordiamo il giudizio severo di Serge Daney sul “carrello di Kapò di Pontecorvo: il sentimentalismo sui campi di sterminio).

Ma un’opera come quella di Tiziana Lucattini ci fa capire come un’artista che assuma responsabilmente su di sé il compito della regia – composizione e senso dell’opera – debba porsi insieme un compito estetico e morale. Lo spettacolo non è solo bello, per la geometrica esattezza nell’uso degli elementi scenici (le immagini video, un velo da sposa, una divisa da soldato russo) e la recitazione equilibrata, sensibile dei suoi interpreti (Fabio Traversa e Marcella Grande), ma è anche sottilmente impervio, perché non dà risposte sul bene e sul male. La storia di un padre e di una figlia che morirà a Beslan («A mia figlia non ho insegnato a morire. come avrà fatto?») si trasforma teatralmente nella storia della madre terrorista pronta  a farsi esplodere.

Mentre le immagini del massacro scorrono silenziosamente accanto alle immagini del bombardamento della città di Grozny. Le cronache ufficiali vampirizzano la Storia e trovano sempre i colpevoli. Non è questo il compito dell’arte. Tuttavia non c’è, nello spettacolo di Tiziana Lucattini, un ambiguo  relativismo morale. Il modo vibrante, deciso, con cui affronta il nero attraverso il bianco, porta in una direzione più densa, che non liquida la tragedia in poche parole. Là dove si svanisce,  kantorianamente, in un passo di danza, nella musica spettrale di un manichino che elettrizza e riempie la scena.

(Asilo ritorna al teatro Centrale Preneste in primavera).

Katia Ippaso

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