Se non ora quando. Flop…

I calcoli non tornano. Qualcosa deve essere necessariamente andato storto. Era il 13 febbraio del 2011 quando il comitato neofemminista (si può definire così?) Se non ora quando – capeggiato da Francesca e Cristiana Comencini, Concita de Gregorio, Lunetta Savino, Giulia Bongiorno, Lorella Zanardo e tutte le altre dell’intellighenzia romana e nazionale – era riuscito a mobilitare,  per una grande manifestazione di piazza contro il governo, oltre un milione di persone tra uomini, donne e bambini.

All’epoca il movimento riuscì ad avere una forte presa sull’opinione pubblica. Un coinvolgimento dovuto più all’esuberanza dell’allora premier Silvio Berlusconi che a qualità proprie del gruppo. Una adesione incondizionata, che si spiega solo attraverso il riconoscimento dell’indiscutibile capacità delle donne del comitato di cavalcare l’onda mediatica generata dal Ruby-gate e di sfruttarla a proprio uso e consumo.

In quei giorni schierarsi contro un movimento che raccoglieva entusiasmi e favori da ogni parte politica riusciva davvero complicato. Si veniva immediatamente tacciati di essere berlusconiani, servi del potere o, alla meglio, rincitrulliti. Eppure non si poteva fare a meno di notare tutte le incongruenze che lo fondavano. Un comitato “di donne” e “per le donne” nato per combattere una intera categoria femminile – quella delle escort – e per inserirsi all’interno di quello sciame di gruppini e gruppetti di ogni colore che da tempo popolavano il panorama dell’antiberlusconismo militante. Un movimento che, in tempi ancora non sospetti, spalancava le porte alla politica della sobrietà, del buon costume, del moralismo spicciolo. Nato per abbattere Berlusconi e destinato a morire con lui: privo di un’identità specifica, perché mai ha pensato di costruirla.

Ebbene, cos’è successo questo 11 dicembre, a quasi un anno di distanza? “Prima di tutto è caduto il governo”, chiosa Francesca Comencini al telegiornale, a voler ribadire che il movimento, al di là delle previsioni, riesce ancora a sopravvivere. Ma che vita è, quella di un gruppo politico alimentato artificialmente? Qual è il suo senso? Quale la sua identità?

Il suo senso appare chiaro a chiunque voglia guardare ai numeri e alle facce riprese dalle telecamere con un minimo di onestà. Facce del mondo dello spettacolo che cercano disperatamente la via del riciclo. Facce del mondo dell’informazione schierata a tentare di farsi notare insistentemente in video, mai sia che ci scappi la possibilità di reinventarsi in politica alla prossima tornata. E la gente? La tanto decantata opinione pubblica? La massa? A casa, probabilmente, ché l’inverno non invoglia a uscire. Da un milione a quasi centomila persone in piazza. “Un successo”, a detta di tutti. Soprattutto a detta della Comencini, che, sempre al telegiornale, dichiara senza problemi: «ci aspettavamo molta meno gente».

Ma è davvero possibile che (constatata la mancanza generale di volontà nel valutare i programmi e gli obiettivi politici) neanche l’evidenza dei numeri riesca più a parlare da sola? Basta leggere le prime due righe dell’articolo di Benedetta Tobagi di lunedì per restare come minimo basiti. «Che bella sorpresa: sono circa centomila le donne che in tutta Italia sono scese in piazza per la nuova manifestazione convocata dal movimento Se non ora quando». Il mondo dell’informazione, già lo si sapeva, ha imparato da tempo che riscrivere e reinventare la realtà secondo le proprie esigenze è spesso più semplice, comodo e persino più redditizio. Però, stando così le cose, non si può fare a meno di porsi una semplice domanda: ma noi, i giornali, perché continuiamo a comprarli? Un giorno, forse, ci risponderà la storia.

Susanna Curci

.

.

.

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks