Sarzana 1921. Sanguinoso anteprima del ’45

La cittadina di Sarzana, popoloso centro della Lunigiana a metà strada fra le Apuane e il mare, verso il 1920 era un caposaldo “sovversivo”. Alle elezioni di quell’anno i socialisti ebbero larga maggioranza, ma lo schieramento “di sinistra” prevedeva inoltre robuste presenze anarchiche, tradizionali della zona, e di lì a poco anche comuniste, ed ivi compresa quella minoritaria ma combattiva formazione armata che furono gli Arditi del Popolo. Quanto accadde nell’estate del 1921 in questa località può essere preso a giusto titolo come esemplare di tutta la vicenda della guerra civile che insanguinò l’Italia del primo dopoguerra, passando dal “biennio rosso” (1919-20) al “biennio nero” (1921-22). E la stessa successione dei due “bienni” ci indica come andarono le cose: il Fascismo costituì la reazione politica, e lo squadrismo la rappresaglia armata, nei confronti di un dominio ideologico e politico che fondava le sue ragioni sulla violenza e sul sopruso, e che in molte località assumeva i toni di una vera dittatura di classe. Leggendo il recente libro di Giuseppe Meneghini sugli importanti fatti di Sarzana, che ebbero risonanza nazionale e che influirono sulla storia del Fascismo e dell’antifascismo, noi vediamo confermata la lettura che i maggiori storici degli ultimi decenni hanno effettuato circa gli aspetti militari dello squadrismo e la sua determinazione di accettare la lotta sul terreno dello scontro fisico.

In La Caporetto del fascismo. Sarzana, 21 luglio 1921 (pubblicato da Mursia)  Meneghini – che è informatissimo storico locale di aperta fede antifascista, e dunque non sospettabile di tendenze “revisioniste” – si legge che ad esempio nella primavera del 1920 a Sarzana (come del resto in molte altre località italiane dell’epoca) tirava il vento di una “follia giacobina”, con episodi di vera e propria insurrezione popolare, non contrastata che blandamente dallo Stato liberale e sostanzialmente abbandonata a se stessa. La violenza bruta, e certo non un “democratico” confronto dialettico, era l’argomento politico utilizzato dai sovversivi: «nel maggio del 1920, pochi mesi prima delle elezioni amministrative, la città vivrà due giorni di autentica follia giacobina. Per quarantott’ore si susseguirono in città devastazioni e saccheggi di negozi di generi alimentari e di ogni altra merce, assalti alle case private della borghesia cittadina…Non si salvò neppure la canonica della chiesa…».

Fu davanti a questa situazione, e dunque non per una congenita vocazione alla violenza, che il giovane squadrismo locale – spezzino, ma soprattutto carrarese, guidato dall’ardito e legionario fiumano Renato Ricci – si risolse ad apparire a Sarzana “la rossa”, per vedere di aggiustare le cose. La prova di forza era inevitabile. Ma i primi a sparare e ad uccidere, come attesta anche Meneghini, furono i “rossi”. Il giorno 12 giugno 1921 giunsero nella piazza di Sarzana una trentina di fascisti, che tranquillamente si avviarono a piedi verso il centro, ma mentre Ricci era a colloquio con il commissario di polizia che lo stava avvertendo del pericolo incombente, ecco che puntuali arrivarono gli spari dalla vicina sede del partito socialista. Confusione, parapiglia. Un fascista isolato ridotto a maschera di sangue dalle bastonate di “passanti” sovversivi, grida eccitate, minacce, clima che in un attimo diventa tragico, poi l’arresto di Ricci e di altri squadristi che la violenza, per la verità, anziché scatenarla, l’avevano subita: questo l’avvìo di una serie di avvenimenti che dette la stura alla furia omicida della plebe “rossa” causando, dall’altro lato, la terrorizzata volontà di difesa dei fascisti. Con morti e feriti da una parte e dall’altra. Ma con episodi di ripugnante vocazione alla brutalità che – bisogna pur dirlo – furono tutti dalla parte dei “rossi”. Quando il giorno 21 luglio cinquecento fascisti provenienti da tutta la Toscana, organizzati da Perrone Compagni e forti di elementi di spicco della militanza fascista come Dumini e Banchelli,  si concentrarono a Sarzana per liberare il “ras” Ricci e vendicare i camerati colpiti, e dove furono accolti dalla fucileria dei Carabinieri e poi dai forconi e dalle pistolettate dei sovversivi, che causarono tra le Camicie Nere una quindicina di morti, già altre bestiali violenze erano accadute.

Era ad esempio accaduto che il 15 luglio a Fosdinovo era stato ammazzato il fascista Pietro Procuranti; era accaduto che a Santo Stefano Magra ancora una volta a sparare dalle finestre (come loro solito) furono i “rossi”, in particolare i famigerati Arditi del Popolo. Era accaduto che il 17, vicino al greto del fiume Magra, ammazzarono il fascista Venanzio Dell’Amico, ventidue anni di Carrara, cogliendolo – more solito – isolato e facile preda: colpi d’arma da fuoco, sevizie da taglio, bastonature furono la firma dei “democratici”: «La perizia necroscopica – precisa Meneghini – accertò anche l’esistenza di fratture, ecchimosi, escoriazioni e ferite, probabilmente inferte al Dell’Amico quando egli si trovava a terra morente». Ecco qua piazzale Loreto già bello che fatto, come marchio di fabbrica della folla delinquente a vocazione antifascista. Un caso isolato? Niente affatto. Il 19 luglio i due fascisti Augusto Bisagno – diciott’anni – e Amedeo Maiani – neanche diciassette – che si stavano recando isolati al concentramento previsto per due giorni più tardi su Sarzana, furono sorpresi in aperta campagna dai soliti eroi antifascisti che, con perfetto stile già pienamente “partigiano”, gli saltarono addosso in gran numero, li catturarono, se li  disputarono, trascinandoli da una cascina all’altra tra botte e minacce, e con la solita megera (una presenza femminile costante, che ritroveremo nella primavera 1945) che gridava isterica di ammazzarli: sembra di rivedere il Duce e la Claretta che passano dalle mani di un gruppo di “partigiani” all’altro, sospinti dalla sete di sangue che si alza di minuto in minuto. Fatto sta che i due ragazzi – preda ambitissima dei coraggiosi Arditi del Popolo – giudicati da un improvvisato processo-farsa, subirono in anteprima il medesimo supplizio che subiranno ventiquattro anni dopo tanti giovani della Repubblica Sociale: «Furono subito dopo trascinati dietro il mulino e qui barbaramente torturati prima di essere assassinati. Il primo a essere ucciso, ha raccontato D’Orgia nel suo interrogatorio, fu il più alto dei due, Bisagno, mentre l’altro assisteva terrorizzato. Per cominciare, uno della comitiva tagliò la corda che teneva stretti i polsi del Bisagno, poi cominciò con la stessa arma a punzecchiarlo alla tempia, quindi gli arditi Barbero, Linguerri e Olivieri gli saltarono addosso e lo finirono a pugnalate. Qualche momento dopo cadeva trafitto anche il Maiani». Questa bella prodezza degli Arditi del Popolo (che usurparono indegnamente il nome dell’arditismo) segnò la vigilia della concentrazione dei cinquecento fascisti, che si radunarono a Sarzana il 21 luglio per liberare Ricci e per vendicare questa sequela di crimini.

Qui gli squadristi si trovarono di fronte la forza pubblica – comandata dal capitano dei Carabinieri Guido Jurgens, il “sicario di Bonomi”, come con disprezzo venne chiamato dai fascisti –  che non esitò a ordinare il fuoco lasciando per terra sei fascisti morti e parecchi feriti. Le Camicie Nere, per lo più giovanissime, sotto quella breve ma intensa gragnola di colpi si sbandarono per le campagne, dove anziché la salvezza trovarono in molti casi, e ancora una volta, una morte atroce per mano del contadiname aizzato dai comunisti: alla fine si contarono quattordici caduti fascisti, ma secondo alcuni furono diciotto, regolarmente scempiati, torturati, persino mutilati da vivi o da morti. Con scene da autentico sabba criminale. Si ebbe insomma ulteriore conferma della pratica “rossa” di sorprendere i fascisti isolati, di malmenarli, seviziarli e infine ammazzarli nelle più truci delle maniere. Su quelli che erano ormai solo dei  ragazzi braccati e impauriti si gettò avida la marmaglia: come accadde ad esempio ad Ermolao Lauri, «trascinato fuori e brutalmente percosso, quindi legato e immerso nell’acqua di un pozzo, dopo di che fu assicurato prima a un palo e poi a un albero, alla cui base venne ammucchiata della paglia per il rogo», che venne scongiurato per l’arrivo delle guardie regie. Ma al Lauri «vennero riscontrate gravi lesioni al capo, con l’avvallamento delle ossa superiori del cranio». Di tale natura era insomma la pacifica popolazione antifascista, di tale sostanza era la lotta politica concepita dall’etica “rossa”. Era gente, quella, che ce l’aveva di vizio, come si dice: mesi prima, nell’aprile, a Renzino, nei pressi di Arezzo, c’era stato il famigerato eccidio di tre fascisti ammazzati a tradimento e mutilati con roncole e arnesi agricoli.

Sarzana – che non fu un singolo episodio, ma un concatenamento di eventi – dimostrò alcune cose. Ad esempio, che i Carabinieri non stavano per principio dalla parte dei fascisti ma, all’occorrenza, sui fascisti sparavano, ciò che destituisce di ogni fondamento il clichè antifascista sulla “complicità” dello Stato liberale col movimento mussoliniano. Poi dimostrò che l’uso della violenza non era una scelta fascista, ma una necessità di sopravvivenza, di autodifesa. Ciò che non mancarono di far presente a Mussolini i capi squadristi, allorquando denunciarono il “patto di pacificazione” che proprio in quella estate venne sottoscritto fra socialisti e direzione politica dei Fasci di Combattimento. Infine, Sarzana ha dimostrato che la criminale brutalità dimostrata nel 1945 dai “partigiani” nei confronti degli inermi fascisti catturati o arresisi (il famoso “sangue dei vinti”), non fu la giusta vendetta per le asserite nefandezze durante la guerra civile, bensì un dato caratteristico della militanza socialcomunista, già ben delineato e ben leggibile fin dal primo dopoguerra.

[Per la cronaca, il “feroce” Fascismo, giunto al potere nell’ottobre 1922, fu più che magnanimo verso gli indiziati per i fatti di sangue di Sarzana, per i quali funzionò l’amnistia voluta dal Duce. Come noto, invece, nel 1945 i “democratici” liberatori non faranno sconti e passeranno direttamente alla mattanza dei vinti].

Luca Leonello Rimbotti

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