Rolling Stones. Some Girls

Gli Stones erano finiti sotto attacco, nel 1977. Mica solo loro, perché l’esplosione del punk ne aveva per tutti, ma il loro caso era uno dei più evidenti. Uno dei più stridenti. I ragazzacci trasformati in rockstar. L’approccio istintivo degli inizi cristallizzato in uno stile preciso e fin troppo uguale a se stesso. Un piedistallo di celebrità e di soldi. Un piedistallo che innalza. Un piedistallo che allontana.

Come se non bastasse, Keith Richards era finito sotto processo per droga, in Canada, e rischiava una condanna pesante. Diversi anni di carcere. Diversi anni di lontananza dalle scene. Lui avrebbe anche potuto sopravvivere alla galera e forse, considerato il tipo, senza troppi problemi. Il gruppo non sarebbe di certo sopravvissuto alla sua assenza. Mick Jagger era un solista già pronto per spiccare il volo e filarsela altrove, riclassificando il resto della band a singoli musicisti da coinvolgere di volta in volta. Se e quando ne avesse avuto voglia. Se e quando gli fosse servito. Gli altri, a cominciare dal batterista Charlie Watts, erano comprimari perfetti all’interno di quel film, o di quella serie tv, ma fuori di lì avevano tutto da perdere.

Come in un copione ben studiato, però, la catastrofe incombente si stemperò in un pericolo da affrontare in seguito. Keith venne liberato, con la consueta raccomandazione di disintossicarsi e di dimostrare così di non essere del tutto irrecuperabile, e la sentenza fu rinviata a un periodo successivo. Libertà condizionata, ma libertà. La band (la banda…) si poteva riunire e approntare un nuovo piano. Una cosa che si presentava molto complicata, in teoria. Una cosa che poteva rivelarsi molto più facile, all’atto pratico. La quadratura del cerchio non era un enigma filosofico, o persino esoterico. Era una questione prettamente concreta, che si risolveva in una domanda elementare: le canzoni sono abbastanza buone da meritarsi un pubblico?

Dipendeva da Keith, per la musica. Dipendeva da Mick, per le parole. E ancora da Mick, soprattutto da Mick, per l’atmosfera complessiva. Per quello che in gergo si chiama il “groove”. «Io penso che stati d’animo e atteggiamenti siano molto importanti nella musica pop – dichiarerà lui stesso una decina di anni dopo – e credo che se sono io a comporre il materiale, interpretarlo e produrlo, spetti a me comunicare il carattere di ogni canzone. Non ci si può aspettare che gli altri lo capiscano al volo. Ma una volta che ci sei riuscito, puoi lasciare che i musicisti suonino quello che secondo loro va meglio.»

Non proprio un direttore d’orchestra, che vigila su ogni singola esecuzione, quanto piuttosto una guida che illustra un percorso a degli esploratori provetti, benché appena arrivati in quello specifico territorio. Oppure un regista che spiega agli attori che cosa desidera da loro. Non devono attenersi a un prontuario di soluzioni prestabilite. Devono comprendere la situazione – lo spirito della storia, il valore dell’episodio, l’intensità del proprio ruolo – e filtrarla attraverso le loro capacità personali. Rispettandola. Arricchendola. Afferrandone le potenzialità e portandole a compimento.

Il punk poteva ancora credere che la rabbia fosse tutto. Aveva i vent’anni come scusante per la grossolanità della forma e per l’approssimazione dei contenuti. Aveva l’ingiustizia circostante – quella profonda ma sfuggente della società intera, e quella superficiale ma macroscopica del rock – come ragione per bruciare le tappe e per reclamare spazio e giustizia, anche al di là dei propri meriti. Gli Stones, e come loro tutti quelli che gli stessi privilegi li avevano già goduti, e consumati, negli anni Sessanta, dovevano destreggiarsi all’interno di una prospettiva che era comunque ben più complessa. Mantenersi coerenti senza però ripetersi. Mettere d’accordo la massa dei fan e i circoli ristretti della critica. Vendere molto, sì, ma stando attenti a non svendersi. All’inizio basta essere se stessi, e avere un po’ di talento. Dopo aver acchiappato il successo devi continuare a essere te stesso ma aggiungerci anche qualcos’altro, che dovrai andare a pescare chissà dove. Chiamala evoluzione, se ne vieni a capo. Chiamala maledizione, se ci sbatti il grugno.

Some Girls, l’album che uscì nel giugno del 1978 e che oggi viene riproposto in una versione non solo rimasterizzata ma arricchita da ben dodici brani che a suo tempo erano rimasti esclusi, fu la risposta a tutte queste insidie. Preceduto da un energico doppio dal vivo, Love You Live, il nuovo disco venne forgiato sull’arco di circa sei mesi, a cavallo tra l’ottobre del ’77 e il marzo dell’anno successivo. Una vera e propria esplosione creativa, che andava molto oltre le necessità del momento e che infatti avrebbe fornito gran parte del materiale poi riversato in Emotional Rescue e in Tattoo You. L’architettura generale restava quella tipica degli Stones, ma c’era anche la succitata “evoluzione”. Per dirla alla Mick Jagger, «Trovatene un altro che sia riuscito a mettere insieme il punk, la disco e persino l’inizio dell’hip hop. Riascoltatevi due pezzi come Miss You e Shattered». Artisticamente era solido. Commercialmente era attraente. E sul piano del marketing, chissà fino a che punto per una strategia deliberata e quanto invece per caso, si avvantaggiò di due polemiche inviperite. Quella delle attrici famose effigiate nella grafica di copertina, ovviamente senza il loro consenso, e ancora di più quella dei tanti (troppi) sagrestani del politically correct. La canzone che dà il titolo all’album passava in rassegna i vari tipi di ragazze e tra le altre categorie si occupava di quelle di colore: le quali «vogliono solo essere scopate tutta la notte».

Apriti cielo. Tra gli altri a sbraitare ci fu Jesse Jackson, in piena ascesa come leader degli afroamericani. E tanto sbraitò da beccarsi la replica dello stesso Mick, con una tipica risposta alla Keith Richards (sempre ammesso che si degnasse di rispondere): «Se lui non sa stare agli scherzi, allora vaffanculo».

I ragazzacci erano ancora loro, nonostante i soldi e tutto il resto.

Federico Zamboni

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