Nichi Vendola… e i furani tarantini nel cervello

«I livelli di diossina e furani prodotti dall’Ilva di Taranto non sono più pericolosi per la salute». In poche parole l’ennesima scivolata di un Nichi Vendola ormai in piena campagna elettorale, il quale, a dispetto delle indiscutibili capacità retoriche e linguistiche, sembra aver perso ormai da diverso tempo quel minimo di lucidità necessaria a pesare le parole, a dar loro il giusto valore: quel minimo di lucidità necessaria ad evitare imbarazzanti scivolate, per l’appunto. Una svista, questa, che fa il paio con quella dell’anno scorso, quando, intervistato da Giulio Golia de Le Iene e messo alle strette riguardo la questione a tutt’oggi irrisolta del campionamento in continuo delle emissioni del camino E312 dello stabilimento, si è lasciato andare a dichiarazioni del tutto affrettate: «Entro il 31 dicembre 2010, o l’Ilva ci certifica in continuo lo 0,4 nanogrammi per metro cubo di diossina e di furani, oppure la legge dice che bisogna spegnere gli impianti».

Ma è davvero così? La legge dice davvero questo? Se è così, com’è possibile che gli impianti non siano stati spenti al raggiungimento della scadenza? Ma soprattutto, qual è la situazione attuale?

Per rispondere a queste domande è necessario far scorrere indietro le lancette dell’orologio di qualche anno – esattamente fino al 19 dicembre del 2008 – e andare a rispolverare il testo della legge cosiddetta “antidiossina”, per chiarire i punti equivoci e cercare di dipanare il bandolo di questa intricata matassa.

La legge n. 44 del 19 dicembre del 2008 è stata una legge “all’avanguardia in Europa” probabilmente per i suoi primi due mesi di vita. È necessario sottolineare quel “probabilmente” perché, anche se il testo fosse rimasto inalterato, allo stesso modo sarebbe stato necessario considerarlo un primo importante passo per la salvaguardia del territorio tarantino, non di certo l’ultimo o il definitivo.

Prima di tutto, il testo della legge non ha mai previsto l’obbligo per i gestori dell’impianto di certificare in continuo il raggiungimento dei valori limite di emissione nell’atmosfera di policlorodibenzodiossina e policlorodibenzofurani (in particolare del raggiungimento ultimo della soglia di 0,4 nanogrammi per metro cubo) entro la fino del 2010. L’obbligo era, e resta (sebbene il tempo utile sia comunque stato superato), quello di «adeguarsi ai valori limite ottenibili con l’applicazione delle migliori tecnologie disponibili». Un’indicazione al riguardo era certo contenuta nell’articolo 3 della legge, con un riferimento esplicito alla questione del campionamento in continuo, sebbene non fosse un’indicazione determinante: «Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore delle presenti disposizioni, i gestori di impianti di cui all’articolo 1, già esistenti e in esercizio, devono elaborare un piano per il campionamento in continuo dei gas di scarico e presentarlo all’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Puglia (ARPA Puglia) per la relativa validazione e definizione di idonea tempistica per l’adozione dello stesso. Gli oneri connessi all’esecuzione del predetto piano sono a totale carico dei soggetti gestori».

Dunque, l’obbligo per i gestori dell’impianto era unicamente quello di elaborare in due mesi un piano per il campionamento in continuo da far visionare all’ARPA Puglia, e da adottare in tempi non meglio definiti. Ma cosa è successo allo scadere dei sessanta giorni, esattamente il 19 febbraio del 2009? Ѐ presto detto: un protocollo integrativo dell’accordo di programma “Area industriale di Taranto e Statte” – sottoscritto dal Ministero dell’Ambiente, dal Ministero dell’Interno, dal Ministero del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali, dal Ministero per i Rapporti con le Regioni, dal Ministero dello Sviluppo Economico, dalla Regione Puglia, dalla Provincia di Taranto, dal Comune di Statte, dal Comune di Taranto, da ISPRA e ARPA Puglia – vanifica il succitato comma dell’articolo 3 della legge antidiossina, impegnando la Regione Puglia ad integrarlo con «una norma primaria che costituisca interpretazione autentica della legge». Norma che è stata integrata a strettissimo giro di posta, esattamente il 30 marzo 2009, con l’approvazione della legge regionale n. 8. Per la precisione: «Dopo il comma 1 dell’articolo 3 della l.r. 44/2008 è aggiunto il seguente: “1 bis. Il valore di emissione, da confrontare con i valori limite al fine della verifica di conformità, è calcolato come valore medio su base annuale e viene ricavato secondo la seguente procedura: effettuare almeno tre campagne di misura all’anno; ogni campagna è articolata su tre misure consecutive, con campionamento di 6-8 ore ciascuna; il valore di emissione derivato da ciascuna campagna è ottenuto operando la media aritmetica dei valori misurati, previa sottrazione dell’incertezza pari al 35 per cento per ciascuna unità di misura; le misure sono riferite al tenore di ossigeno misurato; il valore di emissione su base annuale è ottenuto operando la media aritmetica dei valori di emissione delle campagne di misure effettuate”». Viene definito, in sostanza, il metodo di applicazione delle tecnologie necessarie per il raggiungimento dei valori limite. Come si può chiaramente leggere, non si tratta del campionamento in continuo. Si tratta, al contrario, di un campionamento effettuato tre volte l’anno, previo avviso all’azienda, in cui il valore limite è dato dalla media aritmetica dei dati dei tre rilevamenti.

Cosa comporta tutto questo? Quale riscontro ha ottenuto? Ѐ vero che «i livelli di diossina e furani prodotti dall’Ilva di Taranto non sono più pericolosi per la salute»? Il risultato evidente è che i dati del monitoraggio hanno, attualmente, un valore prossimo allo zero. Tre campionamenti l’anno, di poche ore, previo avviso all’azienda, hanno determinato una tale distanza tra il risultato reale e quello propagandato da far rabbrividire. Prove documentali fornite da comitati come Taranto Futura o come Il Fondo Antidiossina permettono di rendersi conto della differenza che corre tra i fumi emessi dal camino E312 di giorno e quelli emessi di notte, senza parlare dei video che evidenziano la noncuranza con cui anche in pieno giorno vengono rilasciate nell’aria sostanze non meglio identificate (anche se, a dirla tutta, basterebbe l’olfatto dei cittadini). Ad aggiungere al danno la beffa: si attua il monitoraggio su un solo camino su oltre duecento; si ignora completamente la presenza di parchi minerali ancora scoperti; si stende un velo sul fatto che gli impianti, oltre che obsoleti, sono troppo a ridosso del centro abitato.

I tarantini sono consapevoli che il problema non è di facile soluzione. Che non si può pretendere un cambiamento radicale da un giorno all’altro, che il terribile ricatto fondato sulla scelta tra diritto alla vita e diritto al lavoro è ancora atrocemente presente. Chiedono solo di non essere presi in giro, di non essere costretti a sopportare questa indecente operazione di marketing volta a raccattare voti sulla pelle delle persone. Quelle stesse persone la cui sofferenza era stata già ampiamente sfruttata in campagna elettorale.

Non è vero che i livelli di diossina e furani prodotti dall’Ilva di Taranto non sono più pericolosi per la salute. E i tarantini chiedono solo onestà. Ѐ troppo?

Susanna Curci

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