Il Fondo ha la SOLUZIONE

Il ritratto del governo Monti

M’è venuto in mente Dorian Gray, pensando al governo Monti. Il ritratto del dandy che si deteriorava per gli stravizi del soggetto ritratto, mentre la persona reale rimaneva sempre giovane, maledetta e affascinante. Per il governo Monti sembra sia avvenuto il contrario: l’immagine ritratta dai mass media era sempre tecnica, rassicurante e sobria, con quei ministri che piangono dal dispiacere e lui che non racconta barzellette sconce, mentre quella reale s’è mostrata per quella che è: banchiera, ultraliberista e di destra. Lacrime e sangue. Le lacrime ce le mettono loro, il sangue sempre gli stessi. Pure gli evasori, che avevano sempre tremato dall’uscita di scena di Berlusconi, hanno tirato un sospiro di sollievo. “Chissà che ci credevamo” si saranno detti pure in Confindustria e nelle altre associazioni di categoria. La stessa Mercegaglia è andata ad accendere un cero nella Chiesa più vicina, una volta venuta a sapere dell’entità della manovra. “Giuro, Signore mio, che non me ne esco più con quella stronzata della patrimoniale. E perdonami ancora una volta per aver detto quella parola”. Patrimoniale, intendeva lei. Se avesse detto Ici, non ci sarebbe stato Santo a cui votarsi.

Forse lo stesso parallelo letterario sarà venuto in mente anche a Bersani, visto che da giorni tace, pensando a quel che deve dire. O ancor di più pensando a come uscire da questo cul de sac, dentro il quale si è ficcato lui stesso, ma soprattutto dentro cui l’hanno ficcato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e tutti i poteri forti di questo mondo, insieme con Casini e i suoi sodali. “Pierluigi, non ti preoccupare, vedrai che le cose andranno bene”. Quello s’è fidato, convinto pure dalla caduta di Berlusconi, dalle feste in piazza e dai colloqui con lo stesso Monti.

Mi raccomando professor Monti, dica quella parola, è importante per i nostri elettori

Non si preoccupi, me la son segnata: equità

Forse il primo sentore che qualcosa non andava, per Bersani e per tutti quelli che hanno a cuore l’aspetto sociale della politica, è arrivato quando la Merkel e Sarkozy, all’incontro trilaterale, hanno iniziato a sorridere composti, con sguardi di complicità verso il loro gioiello. L’allarme vero e proprio è scattato quando la Merkel ha detto: “zappiamo kosa ha in mente di ffare, ziamo daffero zoddisfatti”. E quello, Bersani intendo, seduto nella sua casa di Bologna o a Roma insieme a suoi nella sede del PD, deve aver digrignato a denti stretti, stritolando il sigaro tra le dita, una sola parola: “Casso”.

Quando poi quelli del think thank sono andati a leggere la manovra-ter che i contribuenti italiani – quelli onesti in particolar modo – devono sobbarcarsi sulle spalle, gli sono girati proprio i coglioni. Così come sono girati a tutti noi contribuenti italiani. “Però stai zitto” avranno detto i MoDem, tutti allineati sulla linea neo-democristiana e filo-banchiera, pensando ad un futuro con più balene bianche. “Zitto” gli avranno pure ripetuto D’Alema, Casini, Fini, Rutelli e compagnia cantante. E i sondaggi, nonostante l’immobilismo del Pd che è di fatto sparito dalla circolazione – dopo l’annuncio della manovra, un po’ tutti i suoi rappresentanti, dal segretario nazionale a quello del circolo più sperduto, si fanno negare al telefono – tutti i sondaggi, dicevo, vedono il partito crescere. Ventisei, ventisette, ventotto percento. Ventinove. Trenta. Con Di Pietro che freme da una parte e Vendola dall’altra che vuol fare una cosa ma poi si ritrova a fare tutt’altro.

Soluzione al problema Montian-Berlusconiano

L’illuminazione sembra sia venuta proprio l’altro ieri, all’improvviso, quando il segretario sedeva annoiato in una delle tante assemblee che il ruolo e il bon ton politico gli impongono di presiedere. Disegnava parallelepipedi sul foglio, mentre dal palco si alternavano gli oratori a spiegare, neanche troppo convinti, che alla fin fine Monti è uno studiato, che senza di lui l’Europa ci avrebbe schifato, che non ci son più nani e ballerine ma professoroni chiamati a salvare la Patria, che alla fine i lavoratori ce la faranno così come ce la faranno i piccoli imprenditori. Le solite cose insomma, che va sentendo in giro da quando è uscita fuori la soluzione Monti. Qualcuno delle platea giura di aver visto il segretario parlottare con il suo vicino, uno del suo entourage, e dirgli: “ma qui si ricordan mica che siam stati comunisti?”. E poi di nuovo a testa china sul foglio, a disegnare altri parallelepipedi. Finché non è salito uno di quei giovani che ancora non si schifano ad esser chiamati compagni, uno di quelli che non interviene spesso ma ogni volta che lo fa è tutto uno scuotere la testa, un dare di gomito al vicino, un aggiustarsi sulla sedia per placare l’ira, come a dire: “ma questo da dove viene”. Proprio per le difficoltà che ogni volta incontra quando si trova a parlare a quelli che lui stesso definisce “gli altri compagni”, il ragazzo s’è preparato bene, s’è scritto il discorso e l’ha mandato giù a memoria.

“Care compagne e cari compagni, lasciamo da una parte, almeno al momento, le analisi trite e ritrite. Dimentichiamo anche gli obblighi che impongono a questa Italia un sacrificio enorme per stare dentro una carreggiata che ogni volta sembra sempre più stretta. Cerchiamo di guardare la realtà senza specchi deformanti: la politica si è sottomessa all’economia. Abbiamo abdicato al nostro ruolo e il consenso che raccogliamo oggi, potrebbe sparire d’incanto nel giro di qualche mese. Perché la manovra del governo è pura carneficina sociale, roba che nemmeno Tremonti ha mai avuto il coraggio di fare”. E qui Bersani ha alzato gli occhi dal foglio, smesso di fare parallelepipedi e s’è messo ad ascoltare, appoggiando il mento sul palmo della mano. “I sindacati sono già sul piede di guerra, la Lega gongola e Di Pietro è sempre più tentato di fare il birichino, anche per dimostrare ai suoi che non è solo un cane che abbia. Berlusconi sta dietro le quinte, sornione. Adesso ha messo davanti i suoi, Alfano e gli altri, a prendersi tutto il fango” e qui i compagni hanno iniziato a scuotere la testa, darsi di gomito e aggiustarsi sulla sedia per placare l’ira “ma molto presto, quando gli italiani penseranno che, tutto sommato, si stava meglio quando si stava peggio, non considerando minimamente la congiuntura internazionale, si riaffaccerà a raccogliere consensi.”

Qui il compagno s’è preso una pausa, ha guardato la platea e, dopo aver tirato un sospiro, ha ripreso. “Compagne e compagni, prima che Berlusconi si dimettesse, parecchi di noi avrebbero dato tutto purché si verificassero tre condizioni: far cadere il governo, placare i mercati, evitando il fallimento del Paese, e vincere le elezioni e governare per poter far ripartire questo Paese. Su come far ripartire il Paese ci torniamo tra un po’, ma adesso pensiamo a quel che volevamo e che invece abbiamo oggi. Il governo è caduto e sembra che i mercati si stiano placando. Dobbiamo approvare la manovra finanziaria certo, ma non è detto che si debba farlo tutti insieme e tutti convinti. Facciamo un po’ di storie, presentiamo emendamenti e presentiamoci collaborativi ma critici. Quasi incazzati. Incontriamoci coi sindacati, non facciamo mistero di stare dalla parte dei lavoratori e di tutti gli italiani onesti. Facciamo pesare il nostro senso di responsabilità. Siamo costretti a bere una medicina, dal professorone chiamato ad aggiustare le cose, ma non dobbiamo per forza sorridere.

Vorrei ricordare infatti, cari compagni, che il Parlamento prevede una maggioranza di centrodestra che ha condizionato pesantemente la manovra, che non ha voluto sentir parlare di patrimoniale e che aspetta solo l’inversione di tendenza dei sondaggi per rompere tutto e andare ad elezioni. Dopo venti anni di berlusconismo ancora facciamo affidamento sul loro senso di responsabilità?” e qui Bersani s’è messo ad ascoltare attento. “La soluzione per me è chiara, non ci sono tante scappatoie. Votiamo la manovra, facendo pesare che lo stiamo facendo per il Paese, per il momento, e chiarendo che se saliamo noi le cose cambiano decisamente. Lasciamo libero Di Pietro di fare come gli pare. Qualcuno di noi si lasci andare e si metta di traverso. Scarichiamo il peso e poi facciamo crollare tutto. Napolitano ci ha fatto ingoiare un rospo, noi gli restituiamo il favore: lo costringiamo allo scioglimento delle Camere. Senza aspettare che Berlusconi raccolga i cocci o che Casini e i suoi diano vita ad un grande Centro. Siamo noi a dover dettare il tempo, la politica è il momento che ritorni a programmare il futuro di questo Paese e di chi ci abita”.

Proprio in quel momento Bersani, interessato a quel che diceva il giovane compagno, lo interrompe e gli chiede. “E che futuro vuoi che programmiamo?”. Lui riprende tranquillo, perché per una volta sentiva che la platea, in primis il segretario, lo stavano a sentire. “Pensiamo a vincere le elezioni con un programma chiaro e semplice, senza paroloni con termini tecnici tipo ‘cuneo fiscale’, che l’ultima volta con Prodi quasi ci facevamo fare una rimonta storica. Lotta serrata all’evasione fiscale, lasciando da parte la tracciabilità e dando la possibilità all’utente finale di scaricare l’iva che gli rimane sul groppone. Leviamo l’Ici sulla prima casa e alziamola sulla seconda e ancor di più sulla terza. Incrociamo le varie banche dati. Se uno ha tre case nella stessa città, facciamo partire i controlli, vediamo se tutti gli affitti sono registrati. Diamo incentivi all’assunzione a tempo indeterminato, sconti sulle tasse e quanto altro.

Li finanziamo con l’Ici che deve la Chiesa. Carità per carità, visto che sono uno Stato laico, la faccio alla gente che lavora. Va bene comunque, no? Rendiamo i lavoratori protagonisti della loro vita professionale, facciamoli entrare nella gestione delle stesse aziende. La fanno in tutto il mondo e funziona. Rilanciamo la produzione in Italia, però ripristinando le feste laiche, quelle che dovremmo giudicare le nostre feste. Investiamo nella ricerca, nelle telecomunicazioni, in ogni settore che possa portarci all’avanguardia. Rendiamo questo Paese moderno. Tagliamo i costi odiosi della politica ma non ci abbandoniamo alla demagogia. Niente più liquidazioni milionarie ai manager di Stato che falliscono.

Anzi, tuteliamoci e chiediamo i danni. Concediamo la cittadinanza a tutti gli italiani, anche a quelli nati da genitori stranieri. Variamo delle misure per una vera parità dei diritti, ma che valgano per tutti. Estendiamo il concetto di famiglia. Salvaguardiamo il nostro patrimonio culturale e cerchiamo di rendere più efficiente il lavoro dei beni culturali” e poi, dopo l’elenco, s’è preso una pausa e ha aspettato. “Non c’è più una sinistra in questo Paese, così come non c’è più una destra. Ma sappiamo bene cos’è uno Stato sociale e uno Stato di diritto. Se un partito è davvero democratico come dice di essere, dovrebbe perseguire questi obiettivi con ogni sua forza, non pensare a come nascondersi perché appoggia il governo dell’Economia”. Gli applausi si sono fatti strada nella platea. Prima timorosi e poi sempre più convinti. Anche Bersani ha battuto le mani. Poi si è girato verso il collaboratore e ha detto: “Casso, sembravo io a 20 anni. Peccato che quei tempi son passati e non tornan più. Vado a casa che domani devo andar da Monti. Sarà dura, fino al 2013”.

Graziano Lanzidei

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