Cultura nazionalrivoluzionaria. Vista da sinistra

In qualità di soggetti interessati alla cultura della Rivoluzione Conservatrice tedesca che, come si sa, fu il bacino d’infusione di idee nazionaliste, imperialiste e pangermaniche che sfociarono nel Nazionalsocialismo, in Italia abbiamo nutrite legioni di rappresentanti della “sinistra” che pensa. Il fenomeno, conosciuto, andrebbe forse spiegato in termini psicanalitici, come una manifestazione di inconfessata attrazione per il nemico ideologico, di fascinazione per il mondo del pensiero mitico cui il materialismo aveva sostituito le infeconde e tutte sbagliate prognosi marxiane. I progressisti europei – ma specialmente quelli italiani – alla lunga si stancarono di parlare a vuoto del “socialismo scientifico” e delle contraddizioni del capitalismo secondo l’ottica marxista: la cosa non dava loro soddisfazioni, il “socialismo reale” non andava da nessuna parte ed era chiaramente un fallimento troppo grosso per essere nascosto. Ci si rivolse allora, come àncora di salvataggio ideologico, al pensiero di “destra”: quell’enorme patrimonio di cultura politica era lì davanti a loro, vinto e vilipeso, a disposizione di chiunque volesse manometterlo a piacimento.

Si prese dunque a riesumare i grandi nomi dei passati regimi con l’aria di farli diventare quasi quasi di “sinistra”. Il gioco era fatto. In parecchi capirono che, col marxismo ormai ridotto a inservibile brandello, si poteva provare tranquillamente a sottrarre idee e formule al Fascismo europeo: tanto quello era sconfitto e diffamato, non poteva difendersi, non aveva più una sua classe intellettuale in grado di ribattere. Fu così che si poterono vedere filosofi, pubblicisti, divulgatori della prima e dell’ultima ora, e intere case editrici di tendenza e ad alta tiratura, gettarsi su Heidegger, su Jünger, su Céline, su Pound, su Schmitt e su infiniti altri. Pensatori e uomini di cultura “maledetti”, compromessi, bollati in un primo tempo come infami fascisti, conobbero una straordinaria stagione di rilancio, una volta messi sotto la lente deformante del progressismo chic e impegnato. Un po’ quello che già era successo a Nietzsche che, sotto le mani di vernice spalmate da Montinari, da filosofo della guerra e del Superuomo, dell’idea di impero dominatore e gerarchico, nemico del modernismo liberale ed ebraico, diventò una specie di libertario internazionalista filo-semita ed anti-tedesco, il castrato “Oltreuomo”. Questi giochi di prestigio hanno impegnato la nostra cultura per alcuni decenni, nel pressoché generale silenzio di quanti hanno assistito a tali prolungate scene di stupro ideologico di massa.

Prendiamo un caso recente, che è tipico di quanto andiamo dicendo. È stato da poco pubblicato un libro di Antonio Gnoli e Franco Volpi intitolato I filosofi e la vita (Bompiani), che riutilizza in larga parte i materiali di un precedente libro degli stessi autori, intitolato L’ultimo sciamano. Conversazioni su Heidegger, uscito pure questo da Bompiani nel 2006. Nel frattempo Volpi è tragicamente morto in un incidente stradale e l’amico Gnoli ne ricorda la figura nell’introduzione a I filosofi e la vita.

Uomo di profonda cultura, conoscitore di varie lingue e fortemente interessato al pensiero di Heidegger e Schmitt, Volpi, che fu studioso del nichilismo e collaboratore per anni de La Repubblica, è stato un pensatore di vaglia, e certo tra i più raffinati di quella schiera di progressisti che hanno finito, per così dire, con l’innamorarsi del pensiero nazionalrivoluzionario: diciamo meglio, fascista; oppure, più precisamente, nazionalsocialista. Ne dà testimonianza lo stesso Gnoli, che nelle partecipate pagine dedicate a Volpi, ne rammenta la seduzione che subì dinanzi a certe manifestazioni forti del pensiero decisionista e bellicista espresso da Schmitt e da Jünger. E scrive che Volpi «era sensibile, direi perfino affascinato dall’idea che l’interpretazione del mondo potesse passare anche attraverso delle ossessioni», del tipo di quelle di Schmitt per il dualismo antagonista fra le forze contrapposte che fanno la storia. Noi registriamo questo attestato. Che viene rinforzato poco sotto. Riferendosi a Ernst Jünger, Gnoli precisa che lui e Volpi ne avevano «ammirato la forza evocativa di certe tesi: sia quella sulla guerra, che l’altra, egualmente potente, emersa dalla lettura de Il lavoratore». Ciò è molto istruttivo. Lo possiamo ben confrontare con quanto lo stesso Volpi scrisse nell’introduzione al famoso scritto Oltre la linea di Jünger uscito in abbinata con La questione dell’essere di Heidegger. Questo libro, pubblicato in Germania nel 1976, venne tradotto nel 1989 in italiano dalla casa editrice di punta in questo genere di operazioni, la Adelphi. Nell’introduzione, dunque, Volpi scrisse che, secondo lui, il nichilismo di Jünger e di Heidegger non era affatto nichilista: era solo l’idea di potenziare e favorire il più possibile la marcia verso l’autodistruzione del sistema di potere atlantico-occidentale liberale. Una lettura corretta.

Davvero i due eminenti intellettuali pensarono di favorire il suicidio dell’Occidente borghese attraverso una accelerazione del suo nichilismo distruttivo. Volpi scriveva infatti che «questa accelerazione non è, come ad alcuni è potuto sembrare, un’apologia del nichilismo. Né in Jünger né in Heidegger…si tratta piuttosto, per entrambi, “di lasciar sgorgare le fonti di energia ancora intatte e di fare ricorso a ogni ausilio per reggersi nel vortice del nichilismo”». Le “fonti di energia” cui i due teorici tedeschi pensavano era un’ideologia della lotta: come ricordava ancora Volpi, secondo Jünger «qui ognuno, di qualunque condizione e rango, conduce da solo e in prima persona la sua lotta».

Come si vede, era la stessa impostazione che aveva Evola: l’uomo tra le rovine, portarsi là dove c’è la lotta per i valori, agevolare in ogni modo il moto autodistruttivo del materialismo modernista. Un’analisi sulla quale si trovarono concordi tutti i movimenti nazionalpopolari del secondo dopoguerra, da Ordine Nuovo in giù. Ma era anche la medesima convinzione che aveva avuto Hitler: distruggere il nichilismo con le stesse armi del nichilismo. Basta aprire il Mein Kampf, per verificare. Un’idea che in realtà rimonta fino a Nietzsche, di cui Losurdo sottolineò anni fa proprio questa impostazione nel suo Il ribelle aristocratico: sovvertire i sovvertitori. Dunque a “sinistra”, mentre alcuni (i Vattimo o i Cacciari, per intenderci) manipolavano certi grandi nomi di pensatori fascisti, cercando di mutare i leoni in conigli, altri rimanevano incantati proprio dai messaggi dell’etica eroica. Due attitudini della “sinistra”, due spie del suo storico disagio.

Il fatto è che farsi suggestionare dall’ideologia della guerra di Jünger o dal radicalismo ontologico di Heidegger non è uno scherzo da poco: il primo negli anni Venti fu un radicale interprete del nazionalismo razzialista delle leghe pangermaniche, negli anni Venti fu un collaboratore stretto del partito di Hitler (cui inviò una copia con dedica del suo Le tempeste d’acciaio), fu un teorico della durezza guerriera secondo modi che Mosse giudicò in nulla diversi dal pensiero hitleriano e che Nolte definì a volte ancora più estremi di quelli nazionalsocialisti. Il secondo, Heidegger, fu e rimase, come oggi ampiamente assodato da Nolte, Farìas, Ott e molti altri, un nazionalista oltranzista e un fautore völkisch dell’imperialismo tedesco non esente neppure lui da venature francamente antisemite.

Che la “sinistra”, perennemente insoddisfatta del suo frigido teorema materialista, si stufi di volar basso e spesso si lasci ipnotizzare dal pensiero fascista e nazionalsocialista, dai miti potenti e dalle parole di fuoco di una Weltanschauung dell’eroismo e della forza guerriera, cercando di rabberciare alla meglio il pensiero mitico adattandolo alle proprie disfunzioni, è del resto cosa antica.

Già nella Francia dell’anteguerra, ad esempio, si ebbe il caso di quell’ambiente di progressisti infelici che è ben rappresentato da un Bataille, dalla Scuola di Studi Superiori oppure dal Collegio di Sociologia, che letteralmente pullulavano di pensatori spesso di origine ebraica e di formazione marxista, tutti fortemente attirati dalla natura escatologica e messianica del Nazionalsocialismo e dal suo mito vivente del popolo redento. Figure come Alexandre Kojève, Emmanuel Levinas, Alexandre Koyré, ma poi anche come un Pierre Klossowski, un Anatole Lewitzki e lo stesso Bataille, furono tutti molto interessati al recupero dell’irrazionalismo, al valore della mistica in rapporto alla politica e alla scienza, allo studio di Heidegger come portatore dei valori di radicamento, e insomma tutti subirono il magnete fascista e nazionalsocialista, di cui ammiravano il dispiegarsi del mito politico nelle liturgie di massa e il richiamo ai sostrati immaginali del popolo. Mostrando non di rado, come nel caso famoso di Bataille ed altri suoi sodali, come è stato scritto dal critico Stefanos Geroulanos, «una malcelata simpatia per il nazismo».

Casi clinici di “criptofascismo”? Può darsi. In ogni caso, questi aspetti di dissociazione che agiscono nella cultura progressista occidentale sono tipici portati dello sfacelo identitario dell’uomo europeo, ristretto fra l’obbligo di essere per legge “democratico”, “antifascista”, “pacifista”, e la suggestione – conscia o inconscia – verso dimensioni ulteriori. Cioè verso quei richiami alla potenza, al mito, alla gerarchia sacra, alla tradizione di gloria e di lotta che sono stati gli apici della civiltà europea del passato, dall’antichità fino al Novecento.

Luca Leonello Rimbotti

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