G. Bocca. E l’arte della mistificazione in rete…

L’arte della venerazione, quella della mistificazione. L’Italia è un paese unico, in cui effigi e santini hanno un’influenza devastante  nel quotidiano e nell’opinione pubblica, tanto da contribuire a creare simulacri imbanditi e corredati di ceri, tanto da allestire eserciti di coraggiosi crociati volti a difendere ciò che è Sacro e intoccabile. Fenomeno curioso, dalla portata impetuosa. Il giorno di Natale ad esempio, in concomitanza con l’improvvisa scomparsa di Giorgio Bocca, è divampata un’aspra polemica che, come al solito, ha potuto trovare spazio soltanto sulla rete, soffocata invece dai tradizionali canali d’informazione.

Inutile sostenere che qualcuno voglia mettere in discussione il ricordo di un personaggio che ha accompagnato la Storia di questo paese. La questione piuttosto nasce dalle modalità della commemorazione. Quello del pianto e della messa funebre, si sa, è un processo che a mo’ di frana travolge ogni cosa e contribuisce ad appiattire il pensiero, allorché si cerca di tracciare un bilancio della vita di chi lascia questo mondo. Come spesso accade, anche in questa occasione l’onda emotiva ci ha regalato distorsioni antipatiche, che secondo un antico “topos” tendono a beatificare il defunto di turno, senza minimamente cogliere quell’esigenza critica che non dovrebbe fermarsi neanche di fronte alla morte. L’impressione è che in molti confondano il ricordo con l’epitaffio, quando il primo termine ha evidentemente accezione neutra ed esigenza legittima – soprattutto di fronte ad una vita terrena che chiude i battenti dopo novantuno anni -.

Dunque, di fronte alla scomparsa di Giorgio Bocca si sono inevitabilmente sprecate frasi eccessivamente melense e iperboli troppo facili, volte a incarnare nell’austero giornalista piemontese virtù riconducibili alla fantascienza, o quantomeno valutazioni sommarie sull’operato e sul pensiero di un uomo dal pensiero troppo eterogeneo: al punto da rendere ardua l’opera di incorniciatura tanto al bar quanto in un commosso status su facebook o in un “tweet”.  In questo processo orrendamente massificante, la tendenza infatti è quella di far affiorare il lato splendente di un volto che non manca certo di ombrosità e di passaggi discutibili. La catena del pathos e del patetismo non ha perso tempo a disegnare il profilo del classico “intoccabile”: quel personaggio duro e puro che si armonizza perfettamente con l’esigenza iconoclasta che dimora in ognuno di noi, e di cui abbiamo dannatamente bisogno. Il Bocca “baluardo antifascista”, il Bocca “gigante del giornalismo italiano”, la cui scomparsa ci “funesta il Natale”.

Emozioni, appunto. Emozioni che però partoriscono opinioni: e le opinioni, si sa, devono sempre essere preparate ad essere attaccate legittimamente, in una logica pluralista come quella del web, laddove attaccare significa “confrontarsi”, escludendo assalti a fortini e rumore di spade, e soprattutto tentando di non sfociare nella tristissima moda della calunnia, della frittata che si rigira o dell’indice ghettizzante. Accade dunque che canali informativi spacciati come liberi e pluralisti – realtà di un Web che da tempo spende energie per professarsi avulso dalle logiche incatenate delle linee editoriali e di un politically correct istituzionale che non lesina menzogne per mantenere il proprio status quo – maturino atteggiamenti tipicamente novecenteschi e reazionari. Tutto per condannare chiunque provi a fornire una visione diversa, aggiungendo elementi che, condivisibili o meno, possano fornire un quadro più completo nella descrizione di una vita come quella di Giorgio Bocca. Una vita talmente intensa – come già appurato – da essere degna di essere giudicata in tutti i suoi passaggi. Anche perché, per fornire una valutazione, occorre essere totalmente trasparenti, e certamente non giova omettere, sminuire o tagliare passaggi tanto per rendere più semplice il confezionamento di un ritratto sommario e fazioso. Questo è, appunto, un processo buono per un ricordo da lapide, o per un classico coccodrillo. Quel che impressiona è invece la tendenza all’omologazione da parte di spazi che dovrebbero garantire una piccola rivoluzione nell’ambito dell’informazione.

Invece che accade? Accade che un famoso blogger, quale è “Il Nichilista”, si prodighi a pubblicare un pezzo [leggi QUI] in cui tutto l’astio si incanala nei confronti de «i soliti illuminati che non perdono l’occasione per cercare di avvolgerci con la loro luce, grazie ai quali abbiamo scoperto che Giorgio Bocca era omofobo, razzista, fascista e che quindi non dobbiamo versare una lacrima se alla veneranda età di 91 anni ha lasciato questa valle di lacrime solcata di pochi, intelligentissimi, incazzatissimi, indignatissimi illuminati armati della torcia della ragione sui social media». Tutto ciò, soltanto perché alcuni dei lettori di questo blog hanno cercato di dissentire da commiati rilasciati poco prima dallo stesso spazio, nei quali si identificava Giorgio Bocca come una sorta di istituzione intoccabile, un’istituzione di fronte a cui tutto annega in una valle di lacrime.

Il processo che ne è conseguito è, se possibile, ancor più atroce. L’inquisizione non ha perso tempo ad innescarsi con la solita furberia. Le vittime? Tutti quelli che hanno cercato di attenersi ad una realtà in cui nessuno è candido e puro, specialmente se ricopre posizioni di rilievo spesso derivate da investitura, o ancor più spesso legittimate soltanto dalla stessa posizione di rilevanza. E così, chi riconosceva a Bocca una certa incoerenza, chi riportava sue discutibili e recentissime esternazioni sul meridione, chi puntava la torcia sul suo passato da iscritto al partito fascista e sulla sua sottoscrizione del famigerato Manifesto della Razza – in stridente contrasto con l’etichetta di “antifascista militante” che gli si vuole attribuire -, chi ricordava parecchie sue cantonate come quelle prese durante gli anni di piombo, è stato trasformato in un complottista e calunniatore dell’ultima ora, reo di un attacco ingiustificato e ingiustificabile nei confronti di un intoccabile.

Il risultato è quello di smascherare una triste realtà che ci fa tremare, ossia quella che dipinge spazi teoricamente avulsi da bavagli come realtà estremamente allineate ad una logica stantìa e istituzionalizzata: «E insomma abbiamo scoperto, ancora una volta, che il nostro è un Paese senza speranza – scrive ilNichilista – perché scambia la democrazia per il relativismo delle opinioni, si interessa al particulare non solo delle proprie biografie ma anche di quelle altrui».

Intesi? L’interesse al particolare è diventato reato. Non importa se la deontologia di questo mestiere comporti il doveroso interesse ad ogni possibile sfaccettatura, per articolare un’analisi quanto più possibile attinente ai fatti. Non si può. O meglio, si può fare, ma solo con qualcuno.

Perché nell’immaginario di molti, la deontologia e il rigore professionale, lo stesso rigore appioppato post-mortem come se fosse il vestito del Santo, valgono ad intermittenza. L’importante è una buona canalizzazione. Ci sono i mostri da esecrare che difficilmente cambiano, in virtù di una logica di etichette e sponde opposte. Poi ci sono i mostri da riverire, seguendo il medesimo criterio.

A fronte di tutto ciò, quel che emerge è un reale segno di sconforto per coloro che hanno ormai metabolizzato il concetto di muro del pianto dorato, contrapposto all’inferno dantesco in cui targhe scolorite subiscono impietosamente l’usura del tempo: Ilaria Alpi, Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Giancarlo Siani, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano, per citarne alcuni. Tutti giornalisti, tutti indegni di celebrazioni alle 11 in diretta tivvù. Uomini troppo piccoli, all’ombra dei “giganti”. Un’offensiva mirata, tesa – questa sì – a screditare coloro non vogliono arrendersi all’imperante senso del rispetto ossequioso verso il contenitore, indipendentemente dal contenuto. Un senso di sconforto che monta come panna, soprattutto se il pensiero che matura in spazi pseudo-alternativi come quello di un social media appare incatenato illogicamente a retoriche giurassiche.

Le stesse retoriche riscontrate nella valanga di coccodrilli che inevitabilmente inondano le pagine dei quotidiani e dell’informazione istituzionale: una valanga che però ci mostra tutta la sua forza anche in ambiti apparentemente rivoluzionari e non schierati. Passi per Andrea Scanzi e per il suo Fatto Quotidiano che “racconta cose che gli altri non dicono”: la meraviglia è tutta per il libertario Nichilista – che spopola tanto da meritarsi qualche comparsata su L’Espresso. «Lo sapevamo, non che ci sia niente di nuovo: né nell’idiozia che si legge o ascolta fuori e dentro la Rete, né nella smania ipocrita di distinguersi per apparire, né nella gara italianissima al commento più brillante, ai 140-caratteri-che-resteranno». Insomma, secondo il Nichilista il confronto dialettico su internet diventa “smania di apparire”. La stessa smania nascosta nel suo intervento, o la stessa che si cela tra le righe del suo articolo. Leggasi: smontare e rimontare a piacimento. Una ricetta sublime, per frittate da rivoltare in padella al momento giusto, un attimo prima che si brucino. Strano e contorto pensiero, soprattutto per chi da tempo fa della libera rete una battaglia personale. Una battaglia che si ferma improvvisamente, per puntare l’indice su chi osa dissacrare qualche assioma imprescindibile.

Chi osa, merita un misero ridimensionamento. Chi non è d’accordo, necessita al più presto di un’etichetta: «Dovremmo ringraziare Facebook e Twitter per avercelo ricordato, documentato e messo sotto gli occhi con così tanta drammatica, esasperante chiarezza. Non ancora, almeno. E fino a quando la democrazia non si sarà ridotta davvero al motto “Lo status update è uguale per tutti” saremo ancora in grado di cogliere la differenza tra una critica ragionata e una palata di merda. Il problema, insomma, non è la memoria di Bocca – ma di quelli che verranno». Parole che tuonano e che piovono dal piedistallo, espressioni da indignazione con la “evve” moscia, appelli alla democrazia, oscurata sotto Berlusconi e d’improvviso ritornata splendente, nonostante si abbia un governo non eletto, nonostante i problemi continuino ad affiorare anche senza i La Russa, le Gelmini, le Noemi Letizia e le Carfagna. Moniti ai posteri, scarnificazione di un mezzo come internet, incensato o distrutto a comando: una volta strumento di Dio, un’altra arma del Demonio. Come dire: «Viva la rete libera, sempre che sia d’accordo con il mio pensiero». Chapeau.

Nicola Mente

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