Democrazia diretta e partecipata. Unica via…

In sessant’anni e passa di democrazia repubblicana, mai si era assistito ad una simile beffa, realizzata ai danni dei cittadini italiani. L’onda lunga della crisi che sta travolgendo tutte le certezze su cui, molto ingenuamente, si era cullato il mondo occidentale negli ultimi decenni, ha d’improvviso reso più pavida del solito una classe politica avvezza a giravolte, rinnegamenti e voltafaccia d’ogni tipo e sorta. Costoro, di fronte al profilarsi di una crisi la cui soluzione non era certamente a portata di mano ( o quanto meno di cui non si voleva né si vuole vedere la esatta portata, e cioè la crisi irreversibile del sistema liberal capitalista, sic!) hanno sic et simpliciter preferito passare la mano, ovverosia in barba al mandato elettorale loro conferito e che IMPONE “de iure” l’obbligo a chi è eletto di intraprendere decisioni politiche, non di demandarle a chi, non eletto, viene nominato frettolosamente senatore a vita e presidente del consiglio, in modo da accollarsi le decisioni più difficili, lavandosi in tal modo le mani e scaricando su altri la responsabilità di scelte dure.

Certo Mario Monti possiede un aplomb ed una classe fuori dal comune, che nulla hanno a che vedere con i modi caciaroneschi e guasconi del suo predecessore. Anche quando si tratta di propinar tagli e gabelle, il Presidente non perde mai il suo garbato aplomb, né tantomeno quando con un altrettanto garbato candore è là a dirci che è “colpa degli italiani che non si sono resi conto” degli sprechi e delle magnonerie dei governi succedutisi nei decenni. E che dire, invece, quando con solenne tranquillità, ci afferma la sua totale estraneità dalle “cattive frequentazioni” di poteri forti, gruppi di pressione e via discorrendo? Lui il novello “Saddam Hussein” dell’economia globale, a detta di qualche commentatore d’oltreoceano un po’ risentito ed affetto da un’imbecillità, la cui inguaribilità è testè dimostrata dal non aver capito un’acca sulla reale natura di un potere, quale quello economico, oramai non più appannaggio di una singola e limitata realtà nazionale, bensì dell’intero consesso umano, nel nome della realizzazione di una cosmopolita  “ecumene” dell’economia e della finanza, sempre più propensa ad affermare apertamente la propria supremazia a livello planetario.

Messe da parte timidezze e ritrosie, l’Impero oramai ha deciso di collocare i propri uomini direttamente nei posti giusti, scavalcando mediazioni , consensi e consociativismi d’ogni tipo e sorta. E’ iniziata una nuova fase della Storia del Globalismo: l’ascesa del Leviatano. Di fronte all’inanità dei poteri politici ed all’insensatezza delle categorie politiche si erge terrificante colui che, di Destra o Sinistra, di democrazia parlamentare o presidenziale, di laicità o religione ha fatto finalmente strame: il Leviatano. In Lui non c’è dubbio o interrogazione sulla moralità dell’azione politica, Lui è oltre la politica. Agisce nel nome del profitto. Gelido e determinato come non mai, costi quel che costi, anche a costo di provocare una catastrofe ecologica globale. Anche a costo di mandare a picco le economie di mezzo mondo o di  schiacciare senza esitazione nazioni, paesi, realtà che non si adeguino all’istante ai propri suicidi “desiderata”. Lui, il Leviatano, è il mostruoso simulacro di una civiltà arrivata alla propria fase terminale o, al contrario, all’estremo tentativo di superare l’ultima barriera di umanità rimasta, nel nome di un modello che, oltre l’uomo, vada verso la sua trasfigurazione in un indefinibile modello transumano.

Quanto John Locke andò prefigurando più di tre secoli fa, va ora realizzandosi, con modalità e principi che, forse, nemmeno lo stesso Locke avrebbe previsto. Una sfida, forse. Lanciata a tutti coloro che nel nome di una determinazione eguale e contraria a quella del Leviatano, pensano che la realtà intera vada cambiata radicalmente dalle fondamenta: i rivoluzionari, per i quali è arrivata l’ora di mostrare se sono capaci di agire o no sulla realtà del mondo. Ultimo passetto della tragicommedia occidentale, il così definito (dalla Merkel, sic!) “rivoluzionario” provvedimento di forzare le economie europee verso un’unica, alienante direzione. Quella dell’adeguamento alle logiche del mercato, per cui i singoli paesi europei non potranno, attraverso politiche di bilancio, tutelare i propri cittadini.

Ha vinto la Merkel e con lei il FMI, gli USA e la speculazione di Wall Street. Per questo, ora urlare più forte che mai il nostro NO! a questa Europa ed all’Euro è un dovere primario. Per scardinare il disegno di asservimento globale, bisogna far leva sul “particulare”, partendo necessariamente dal basso, dalle esigenze delle masse, di cui le avanguardie del pensiero-azione dovranno farsi giuocoforza interpreti.

Il primo punto di partenza è la gestione dell’economia dal basso. Mi sovviene quanto accaduto pochi mesi fa in alcune fabbriche in Nord Italia, in Emilia Romagna in particolare, dove alcuni stabilimenti in fase di chiusura, sono coraggiosamente stati rilevati dai lavoratori, mettendo mano alle proprie liquidazioni ed a finanziamenti vari. A questo punto, sarebbe necessario invece, metter mano al meccanismo dei finanziamenti comunitari, incentivando la pratica dell’autogestione delle attività produttive. Un intervento pubblico, volto al finanziamento delle micro attività, slegate da ostacoli e vincoli di natura burocratica, snellirebbe l’intero comparto economico, liberandolo dai condizionamenti dei grandi gruppi di pressione e, attraverso la pratica dell’azionariato diffuso, andrebbero in direzione di una benefica ri-localizzazione dell’economia. Colpire il perverso meccanismo del signoraggio, attraverso la nazionalizzazione delle varie banche nazionali e l’introduzione di un doppio regime di circolazione monetaria, migliorerebbe di molto la tenuta dei conti pubblici, consolidando e preservando i risparmi dei lavoratori.

La lotta al dominio oligopolistico della finanza, non può non passare attraverso la prassi della democrazia diretta, in economia non meno che in politica. Solo alcune proposte che ci ricordano come l’economia gestita, là dove possibile, dal basso, fa il pari con la prassi referendaria e plebiscitaria in politica.

Detto così tutto sembra ovvio, facile, a portata di mano, invece non è così. Perché una progettualità politica trovi sbocco nella realtà dei fatti, è necessaria una chiara presa di coscienza. La Globalizzazione, anzitutto. Non si può pensare di intraprendere una lotta simile, senza aver esatta coscienza dell’entità del problema globale. Essere contro la Globalizzazione, comporta una serie di conseguenze a cascata che non si possono eludere e che non permettono sfumate posizioni di compromesso, pena il completo invalidamento delle proprie istanze, che finirebbero solamente con il fare da parafulmine per il fisiologico scontento delle opinioni pubbliche. Illusorio è altresì credere di affrontare il problema con la soluzione del partito di stampo fascio-stalinista, gerarchizzato, militante ed uniformato ad un unico credo. Abbiamo già visto e stiamo tuttora assistendo all’ingloriosa fine delle realtà dell’antagonismo militante, in bilico tra la trasformazione in sette o nel divenire semplici valvole di sfogo per teppistiche intemperanze giovanili.

A fronte di un tendenza all’uniformazione globale, la risposta non può non essere se non quella dell’unità nella diversità, nell’immagine di un arcipelago da contrapporre al monoblocco mondialista. Tante realtà, tante provenienze diverse, dunque, ma tutte egualmente accomunate dalla basale comprensione del meccanismo della globalizzazione e di tutte le sue ricadute. Partire da iniziative concrete, passo dopo passo. Trasformare le prossime elezioni in un plebiscito contro la partitocrazia, perché coloro che, eletti dal popolo, nel momento delle scelte difficili hanno preferito delegare ad altri, non eletti, siano definitivamente estromessi dalla vita politica del paese. Identificare nella lotta al signoraggio, alla moneta globale ed all’allestimento della nuova gabbia europea, quei motivi-cardine attraverso i quali iniziare il processo di disarticolazione dell’economia liberista a livello europeo e mondiale. E farla, una volta per tutte, finita per sempre con la logica gruppettara e ducistica che ha contraddistinto la vita politica delle entità antagoniste di questo ultimo quarto di secolo. Lavoro di equipe contro sorpassati verticalismi ed una maggior democrazia diretta, rappresentano la ricetta vincente per affrontare le grandi sfide del presente e del futuro. Una sfida dal sapore immediato, attuale, che non può aspettare oltre, i tempi sono sin troppo maturi. Aspettare o tergiversare oltre, significa lasciare definitivamente la mano al Leviatano ed ai suoi cortigiani, con tutte le disastrose conseguenze che ne deriveranno.

Umberto Bianchi

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