Ciao, Socrates…

Aveva un nome da telenovela: Socrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Oppure da romanzo di Jorge Amado, e infatti la sua figura allampanata non avrebbe sfigurato al lato di Gabriella zucchero e cannella, dei perdigiorno di Salvador de Bahia o dei feroci cangaçeiros del Nordest brasiliano.

Socrates, medico e calciatore, capitano della Seleção verde-oro ai Mondiali di Spagna ’82, colonna del Corinthians e poi meteora nel calcio italiano con la maglia viola della Fiorentina, se n’è andato domenica mattina, a soli 57 anni, per una grave infezione intestinale. Dallo scorso agosto era già stato ricoverato tre volte in terapia intensiva per un’emorragia intestinale aggravata dall’abuso di alcol nel corso di una vita intensa e poco disciplinata.

La sua scomparsa ha commosso il Brasile, che ha sempre considerato Socrates qualcosa di più, e di diverso, di un semplice calciatore di ottimo livello. E anche in Italia, a giudicare dagli articoli sui giornali, dai commenti di chi l’ha conosciuto e dalle reazioni su Facebook e sugli altri media, ha lasciato un vuoto. Il “dottore”, come era conosciuto, non era certo ai livelli di Maradona o Pelè, e neanche di Zico o Platini, per rimanere ai grandi campioni che hanno calcato i campi di calcio della sua epoca. Ma era a suo modo un giocatore geniale e fondamentale, sul terreno di gioco come nello spogliatoio, e soprattutto è stato sempre un uomo libero e controcorrente.

Per uno di quegli scherzi del destino di cui è ricco il mondo del “fùtebol”, Socrates se n’è andato proprio il giorno in cui la squadra più importante della sua carriera, il Corinthians di San Paolo, ha vinto in suo quinto titolo nazionale, pareggiando a reti inviolate il derby con il Palmeiras. E faceva un certo effetto vedere il “suo” stadio, gremito all’inverosimile, salutarlo per l’ultima volta con striscioni, ritratti, gigantografie; mentre gli undici giocatori alzavano al cielo il pugno destro imitando il gesto che il “dottore” era solito fare quando segnava un gol. A quei tempi l’esultanza dei calciatori era ancora una cosa seria e non prevedeva trenini, magliette sulla faccia, passi di danza e linguacce esibite in mondovisione.

«Da capitano a capitano, a Socrates dico che rimarrà nella Storia», è stato il lapidario commento di Dino Zoff, che nella mitica e indimenticabile partita mondiale al Sarrià di Barcellona proprio dal “dottore” incassò un gol che sembrava impossibile. Quel Brasile, comandato in panchina da Telè Santana e in campo da Socrates, rimane ancor oggi una delle squadre più belle viste in un Mondiale di calcio. Era la Seleção di Zico, di Falção, di Junior, dell’elegante Luisinho, dell’ala Eder dal sinistro al fulmicotone, dell’esperto Dirceu, dell’inesauribile Toninho Cerezo. Se avesse avuto un portiere più forte di Valdir Peres e un centravanti meno sciupone di Serginho, a parere di molti avrebbe vinto il titolo in Spagna. O forse sarebbe bastato non incontrare l’Italia di Bearzot e un Paolo Rossi in formato irripetibile: tre gol ai maestri del fùtebol bailado.

Socrates, che all’epoca aveva 28 anni e in Europa era poco conosciuto, era stato scelto come capitano proprio per la sua naturale vocazione di leader e di esempio, in campo e nello spogliatoio. Arrivava da una straordinaria esperienza nel Corinthians, uno dei club più popolari del Brasile, dove aveva guidato uno strano esperimento di autogestione ribattezzato “democrazia corinthiana”: sotto la guida del “dottore” i giocatori avevano cominciato a chiedere più libertà e spazi decisionali in un’epoca in cui, in Brasile (ma anche in Europa, per certi versi), gli atleti erano considerati come oggetti a disposizione delle società. Con l’assenso dell’allenatore e quello un po’ forzato dei dirigenti, i calciatori del Corinthians avevano ottenuto di gestire in modo autonomo gli allenamenti e di abolire i ritiri pre partita. Secondo taluni, i senatori della squadra, fra cui Socrates, facevano anche la formazione.

Un sistema rivoluzionario, non solo in campo calcistico. Nei primi anni Ottanta il Brasile era ancora governato da una dittatura militare e la “democrazia corinthiana” faceva storcere il naso ai generali, tanto più che Socrates – barba lunga, capelli ricci, abbigliamento informale e parlantina sciolta – era considerato un militante di sinistra, ammiratore di Che Guevara e John Lennon. L’esperimento di autogestione però ha funzionato e il Corinthians vinse in pochi anni tre titoli di campione paulista, importante quasi quanto il campionato nazionale. Dal calcio in breve si passò alla politica e quando i giocatori corinthiani scesero in campo con uno striscione che invocava le elezioni e l’allontanamento della giunta militare, il regime non osò dire nulla. Di lì a poco i militari cederanno il potere a un governo civile.

Eletto calciatore sudamericano dell’anno nel 1983, come molti altri brasiliani Socrates la stagione successiva si trasferì in Italia, alla Fiorentina, ma non riuscì a sfondare. Aveva già 30 anni, non amava i tatticismi del nostro calcio, l’esasperazione quotidiana dell’ambiente e tanto meno gli allenamenti intensi. Anzi, non amava gli allenamenti in generale, soprattutto quelli individuali:«Il calcio è uno sport di squadra – amava ripetere – quindi anche l’allenamento dovrebbe essere collettivo». Da vero funambolo brasiliano d’altri tempi, prediligeva la fantasia all’intensità atletica.

In campo si muoveva poco, corricchiando con la sua caratteristica andatura dinoccolata e apparentemente sgraziata (un altro dei suoi soprannomi era “Magrão”), ma sapeva sempre dove andare e come servire a dovere i compagni in area. «Ricordo il gol che segnò a Zoff – ha raccontato Paolo Rossi – non ci potevo credere che arrivasse su quel pallone, sembrava lento e invece non lo era. Socrates era in effetti un falso lento: era un giocatore di non grande dinamismo, ma dal piede eccelso e soprattutto di grandissima intelligenza di gioco. Socrates sembrava un giocatore di altri tempi, era uno fuori dagli schemi. In campo certo, ma soprattutto fuori. Tutti lo conoscevano per la laurea in medicina e anche se non esercitava aveva tantissimi interessi culturali e sociali. Insomma, sotto tutti i punti di vista un atipico».

Giocava da seconda punta, con il numero 8 sulle spalle, e nel corso della sua carriera ha segnato molto: 327 gol, compresi i 26 con la maglia della Nazionale brasiliana. Reti molto spettacolari, parecchie realizzate di tacco (di qui il suo terzo soprannome “Tacco di Dio”), ma era anche un rigorista infallibile e curiosamente, malgrado l’altezza (un metro e 92 centimetri), non un granché nel gioco di testa. Di lui Pelè disse una volta che era uno dei pochi giocatori più bravi a giocare di spalle che non di fronte alla porta.

A Firenze si fermò un solo anno, ma lasciò ugualmente un buon ricordo di sé, più come uomo che non come calciatore. Frequentava musei e corsi d’arte, bazzicava trattorie e Case del Popolo. Una volta l’allenatore De Sisti gli chiese: «Stai leggendo i giornali? Hai visto cosa dicono su di te?». Lui rispose: «Sì, leggo i giornali ma solo le pagine di politica, la parte sportiva non mi interessa…». In Italia non riusciva più a divertirsi, così l’anno successivo rinunciò a un bel po’ di milioni (i soldi non hanno mai avuto un posto di primo piano nella vita del “dottore”) per tornare in Brasile al Flamengo di Zico, a sua volta rientrato da un’esperienza non esaltante nell’Udinese. Poi, due anni dopo, l’ultimo passaggio nel Santos, la squadra per cui tifava da bambino; prima di chiudere, nel 1989, nel Botafogo di Ribeirão Preto, società in cui aveva iniziato a tirare i primi calci al pallone.

Ma vivere senza calcio non è facile, neppure per un “dottore”. Così dopo aver esercitato la professione medica per alcuni anni, Socrates è tornato nell’ambiente dedicandosi al giornalismo (scriveva per il periodico Carta Capital) e diventando commentatore sportivo per una rete televisiva. Nel 2004, a cinquant’anni, fece una strana comparsata giocando una sola partita per un club inglese delle serie minori, il Galforth Town, che l’aveva invitato a diventare giocatore-allenatore.

Nell’agosto di quest’anno un’emorragia intestinale costringe Socrates a un primo ricovero in terapia intensiva. Si scopre che l’ex calciatore ha il fegato devastato dall’alcol e un quadro clinico generale preoccupante. Il “dottore” ammette di non essersi mai riguardato: troppe birre, troppo vino e troppe sigarette nel corso di notti interminabili, trascorse con gli amici a suonare (era un buon chitarrista), cantare, discutere di politica e della vita. «L’alcol è sempre stato mio compagno – ha riconosciuto Socrates in una delle sue ultime interviste – anche se non ho mai avuto una vera dipendenza fisica. Sono sempre stato un bevitore “sociale”, con gli amici, in allegria». Prima dell’ultimo, fatale, ricovero si era messo a dieta ed era in lista d’attesa per un trapianto di fegato. Non c’è stato il tempo. Un’infezione intestinale l’ha portato via per sempre.

In una nota ufficiale la presidente del Brasile, Dilma Roussef, l’ha salutato così: «Oltre a essere un idolo del calcio Socrates è stato un campione di impegno civico. Al di fuori del campo, non si è mai tirato indietro: è stato un brasiliano che si è impegnato nella politica ed ha avuto a cuore il suo popolo e il suo Paese. Cercando di migliorare il benessere dei suoi compagni, ha contribuito a dar vita a un sistema democratico nel club in cui giocava. Ha anche partecipato attivamente alla campagna per chiedere le elezioni e ad altri momenti importanti per la modernizzazione del Paese».

Domenica pomeriggio, mentre il “suo” Corinthians vinceva il quinto titolo nazionale, oltre mille persone che indossavano le maglie dei club nei quali Socrates ha militato, hanno invaso il cimitero di Ribeirão Preto, dove erano in corso le esequie private. La polizia ha dovuto farle entrare per forza. Sì, decisamente il “dottore” era qualcosa di più di un ottimo giocatore di calcio.

Giorgio Ballario

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