Antonello Venditti. Unica

Nessun dubbio: l’autovalutazione, specialmente in campo artistico, è un processo quanto mai insidioso. Lo stesso coinvolgimento emotivo che ha alimentato la creazione, come il fuoco di una fucina, tende a rimanere acceso. Scalda il cuore, ed è piacevole. Avvolge il cervello, e rischia di essere fatale. L’artista confonde le proprie sensazioni, che continuano a scaturire dal suo animo, con la forza intrinseca di quello che ha plasmato. Si sente eccitato, e pensa che dipenda dalla bellezza dell’opera. Si sente soddisfatto. Si sbaglia di grosso.

Antonello Venditti è un caso da manuale, in questo senso. Con l’andare degli anni ha perso il meglio della sua ispirazione, e della sua originalità, scivolando in un classico atteggiamento da cantante pop. Siccome lui si emoziona, e il suo pubblico pure, allora va tutto bene. Siccome il loro sodalizio prosegue imperterrito, significa che il cerchio dell’arte si è chiuso perfettamente. Io sono come voi. Voi siete come me. Che bello ritrovarsi insieme, almeno di tanto in tanto. Che bello che io ami voi. E che voi amiate me. A proposito: ho giusto qui una nuova canzone…

In realtà, purtroppo, la canzone non è affatto “nuova”, se non nell’accezione più riduttiva del termine. La canzone è soltanto “un’altra”. L’ennesimo rimescolamento delle stesse cose che sono già state espresse tante (troppe) altre volte. Le melodie, e gli arrangiamenti, suonano risaputi. I testi sprofondano nell’ovvio. Tanto per citare un esempio, e mettere subito in chiaro che in questa prima fase le accuse sono volutamente di carattere generale, ma per nulla generiche, andiamo al brano che dà il titolo all’album, Unica. Andiamo alla parte conclusiva: Tu dimmi dove sei / se vivi un’altra storia con chi stai / lui ti prenderà / lui ti stringerà / lui ti griderà sei unica / mio danno ed amore / mio danno ed amore / mio danno ed amore.

I primi cinque versi, per chiamarli così, sono roba che andrebbe bene sì e no per i Pooh. Il finale è un luogo comune. Finta profondità che stonerebbe persino nelle righe di un liceale alle soglie del diploma: ehi, giovanotto, ma lo hai letto Rimbaud? Ed Eliot? E Majakovskij? Lo sai dov’è già arrivata, dove si è spinta, la poesia? Quanto si è innalzata, e negata a ogni compromesso, e tesa nello sforzo fino a lacerarsi? Lo hai capito o no, che il lirismo non si può disgiungere dalla sostanza, se non vuole decadere a semplice forma o, peggio, a stramaledetto atteggiamento?

Venditti canta «mio danno ed amore». Il proverbio ripete «donne e motori, gioie e dolori». Dove starebbe la differenza “artistica”? Dove, a parte il modo totalmente diverso di utilizzare la formuletta di turno? Venditti la incornicia in pompa magna. Il meccanico vecchio stampo la butterebbe lì sovrappensiero. Venditti la imbottiglia a puntino, come se fossero gocce di saggezza; e infatti le colloca proprio alla fine, inseguendo la suggestione di un epilogo destinato a fissarsi nella mente dell’ascoltatore. Per il meccanico sarebbe solo uno spruzzo di olio per lubrificare la conversazione. Un conto è far funzionare una macchina. Un altro è progettarla. Un altro ancora è essere così acuti da riuscire a inventare qualcosa di sconosciuto.

Se Venditti avesse sempre composto brani di questo genere non sarebbe neanche il caso di occuparsene. Il pop può avere tutto il successo che vuole, ma deve farselo bastare. Avendo deciso di restarsene in superficie, sulla superficie perennemente liscia di un laghetto artificiale, non può ambire ad alcuna esegesi, men che meno nei singoli episodi. Tutt’al più, e solo in casi sporadici, come fenomeno. La dimensione che gli compete è la cronaca, non la critica. Gli unici commenti che merita sono quelli sommamente ingenui dei fan, che si beano del loro stesso innamoramento, e quelli sommamente interessati degli addetti ai lavori, nel circolo vizioso che va dalle case discografiche agli organizzatori dei concerti ai deejay delle radio.

Ma il problema, nel bene e nel male, è che a suo tempo Antonello è stato un artista vero. Con una capacità autentica di osservare la vita – la sua e quella degli altri – e di afferrarne i significati nascosti, anziché limitarsi a condensarne qualche tratto ricorrente. Prima di emergere con Lilly, e poi di dilagare con Sotto il segno dei pesci, Venditti ha scritto (ha creato) brani che brillavano per intensità e immediatezza.

Restiamo sulle figure femminili, visto che Unica è espressamente dedicato alle donne. Il passato, remoto, ci ha regalato le varie Marta, Giulia, la stessa Lilly. Ci mettevi niente a immaginartele come persone reali. In carne e ossa. Frustrate e volitive come Marta. Seducenti e anomale come Giulia. Disperate e perdute come Lilly. Persone che diventavano esemplari di un modo di essere, ma che conservavano la propria individualità. Non trasudava nessun intento didascalico, nella loro genesi. Non sembravano affatto figurine ritagliate su misura per corrispondere a un ruolo prestabilito. Apparivano, e quindi erano, donne che avrebbero potuto esistere davvero. Marta, ancora in cerca di un equilibrio. Giulia, scolpita come un diamante. Lilly, consumata dalla droga fino a perdere ogni residua possibilità di cambiare.

Oggi, più di trenta anni dopo, al loro posto subentra Cecilia. Che rievoca Santa Cecilia, perché «ha detto un sacco di no al rifiuto del suo Dio, no alla perdita della propria verginità, reagisce con la forza dell’amore. Si può arrivare a dire no come fatto di amore e di libertà». Dovrebbe essere un emblema. Si riduce a un santino. Agiografia sommaria che si esaurisce in un pugno di versi, ripetuti più volte con minuscole variazioni: Calci e sputi nella notte e la luna su / quanta luce nei miei occhi io non vedo più / a te io affido il mio cuore / a te che sei il mio unico amore / santo e confuso come il vero amore.

Dice Venditti: «Non faccio mai un remake di me stesso, ma in ogni disco è come se rinascessi una nuova volta, salvo poi far venire fuori l’esperienza che ho quando serve». Magari è in buona fede. Di sicuro non è una scusante, sul piano artistico.

Federico Zamboni

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