Roberto Benigni. E la tua incazzatura dov’è finita?

«L’Italia non è solo il Paese del Rinascimento e del Risorgimento. L’Italia è il Paese della Resurrezione». Queste le parole di Roberto Benigni al Parlamento Europeo, in occasione del convegno intitolato “La lingua italiana come fattore d’identità e unità nazionale”, unico momento celebrativo dei 150 anni dell’Unità d’Italia presso le istituzioni europee. Un evento, quello svoltosi a Bruxelles il 9 novembre, promosso dall’Università per Stranieri di Perugia e organizzato da tempo in collaborazione con la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unione Europea, che si è rivelato di un tempismo del tutto fuori dal comune.

Una giornata imprevedibile, quella. La giornata in cui in cui si è infiammato l’intero mercato obbligazionario dell’Italia: in cui le vendite incontrollate si sono abbattute sui nostri titoli di Stato, in cui lo spread (neologismo ormai d’uso comune) ha superato ogni limite immaginabile e in cui il tasso d’interesse dei nostri Btp decennali ha superato la soglia del 7%: un vero e proprio punto di non ritorno, a detta di molti.

È stato anche, questo 9 novembre, il giorno in cui il nostro Presidente della Repubblica, con un colpo di mano degno del miglior prestigiatore, ha preso la decisione di nominare Mario Monti – già preside dell’Università Bocconi, ex commissario europeo, international advisor di Goldman Sachs dal 2005 – senatore a vita, lanciando così un segnale inequivocabile al parlamento tutto e ai mercati: sirena annunciatrice delle dimissioni di Silvio Berlusconi dalla sua carica e dell’ufficializzazione della nuova investitura per Monti, con l’incarico di formare un nuovo governo.

Curiosa tempistica, dunque, quella che si è venuta a creare in questa giornata. Il fatto, poi, che al solo sentir l’odore di governo tecnico i mercati si siano magicamente placati, fa pensare che la frase di Benigni, detta in quel contesto, fosse davvero appropriata: l’Italia è il Paese della Resurrezione, è stabile ed è in grado di fronteggiare, grazie alla forza della figura di Giorgio Napolitano, le costanti minacce all’Unità che la logorano da decenni.

L’unica cosa che davvero non torna, in realtà, è la ragione della presenza di Roberto Benigni in quel contesto. Una presenza che stona, ma che non arriva poi così nuova. Già, perché da tempo Benigni ha smesso i suoi abiti di attore, comico e regista; da tempo ha abbandonato il mondo del cinema e della satira (per lo meno di quel genere di satira non ossequioso nei confronti del potere) per riscoprirsi – colpevoli forse le innumerevoli lauree honoris causa conferitegli? – nel ruolo di professore e apologeta.

È incominciato tutto la sera del 23 dicembre 2002, quando oltre 12 milioni di telespettatori si sono sintonizzati su Rai1 per ascoltarlo declamare il XXIII canto del Paradiso della Commedia dantesca. Un risultato eccezionale, che l’ha portato negli anni successivi a calcare le piazze di tutta Italia con la sua tournéé “TuttoDante”. Nulla di male, in questo: non fosse che da interprete della Divina Commedia si è ben presto trasformato nel massimo rappresentante della cultura nazionale. Un fatto ai limiti del paradossale, che ha portato nel 2007 ad indicarlo tra i possibili vincitori del Premio Nobel per la Letteratura, e che determina oggi la sua presenza ad ogni evento, ad ogni manifestazione di un certo rilievo mediatico, con lo scopo di mandare messaggi evidentemente propagandistici ad un pubblico incredibilmente vasto, che lo adora incondizionatamente e si sintonizza su qualsiasi canale pur di ascoltarlo. In questa chiave si legge la sua ultima presenza al festival di Sanremo (con tanto di cavallo bianco e bandiera tricolore tra le mani), volta a rimpolpare il sentimento patriottico e nazionale a suon di citazioni dantesche e letture storiche del risorgimento quanto meno tendenziose, per non dire completamente campate in aria. Allo stesso modo si legge la sua presenza al programma Vieni via con me di Fazio e Saviano, così come la sua ospitata a Tutti in piedi questo 18 giugno, in occasione del 110° anniversario della nascita della Fiom.

Allo stesso modo, ancora, si legge il suo ultimo intervento al Parlamento Europeo: dall’apologia di San Benedetto a quella delle banche, dai panegirici sulla grandezza dell’Italia alle sviolinate sull’importanza dell’Europa. Senza farsi mancare, ovviamente, due o tre battute sul premier dimissionario, che tanto ci stanno sempre bene.

È passato tanto tempo, è vero, da Televacca e dalla Marcia degli Incazzati: quando il Roberto nazionale era giovane, genuino e sicuramente non ancora nazionale. È passato tanto di quel tempo che probabilmente anche lui deve averlo rimosso, in qualche modo. Deve aver scordato il sentimento che lo animava, dimenticato le parole che lo scuotevano.

E allora forse è bene, per questa volta, rinfrescargli un poco la memoria: chissà che non ritrovi un poco della sua rabbia giovanile e spontanea, almeno per qualche secondo.

«C’è uno calmo, eccolo lì! Fallo incazzare e poi cantagli così: “questa è la marcia degli incazzati, questa è la marcia, degli arrabbiati”. “Ti sei calmato”? Dice a me: “Ti sei calmato”? Gli dico: “No, sono incazzato, sono incazzato, sono incazzato”!».

Susanna Curci


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