Nicole Kassel. Il mio angolo di paradiso

Le commedie sentimentali con la variabile, apparentemente stonata, della malattia terminale e della morte di uno dei due protagonisti  sono sempre più di gran moda ad Hollywood, a dispetto della complessità di un tema che, sovente, filtrato dalla forma commedia, assume toni, svolgimenti ed epiloghi lontani da una realtà possibile. Ma cosa importa della verosimiglianza, tutto sommato siamo nel regno della fiaba, e in quanto fiaba yankee ricettiva del sogno americano, il quale salvifico e onnipotente chiude in pareggio, quando non addirittura in vantaggio, anche i conti con la morte. Li chiude certo esistenzialmente, laddove l’evidenza della caducità dei corpi è un fatto talmente conclamato e irreversibile che giusto nel regno di Highlander o di qualche altro eroe immortale la materia, peraltro animata, può vincere l’imprevedibile signora con la falce. Che arriva quando arriva, c’è poco da fare, nonostante qualcuno, sia pur in un vago e imprecisato territorio onirico, come accade per l’appunto a Marley Corbett (Kate Hudson), ha la fortuna di essere avvisato per tempo, con tanto di trittico di desideri da esprimere.

Il mio angolo di paradiso, da pochi giorni nelle nostre sale, ci racconta proprio delle ultime settimane di vita di Marley, giovane e vivace donna in carriera, che rifiuta legami sentimentali e preferisce avere amanti pronti a venirla a trovare ad ogni suo squillo di telefono. Sembra avere tutto, apparentemente, ma quando le viene diagnostico un tumore al colon in stato molto avanzato, si rende conto che diversi sono i nodi irrisolti della sua vita, in particolar modo nei rapporti affettivi. E allora Dio, apparsole in sogno nelle stravaganti vesti di Whoopi Goldberg, le concede tre desideri che le consentono di chiudere il cerchio, di trovare la pace con sé e i propri cari, di innamorarsi veramente e di congedarsi dalla vita, dopo aver provato a lottare con poche possibilità di successo per salvarla, circondata da affetto e sorrisi, nonostante la consapevolezza della morte.

Diretta da Nicole Kassel, giovane regista che aveva esordito dietro la macchina da presa con l’interessante e difficile The Woodsman – Il Segreto (film che tratta di pedofilia, con un ottimo Kevin Bacon), A Little Bit of Heaven è una favola tipicamente hollywoodiana che recepisce, in forma lievemente più scanzonata, le tematiche di due pellicole romantico-lacrimevoli di buon successo come Autumn in New York (2000) e Sweet November (2001). Si differenzia qua e là per la forma, e per l’idea di inserire il discorso dell’inevitabilità della morte di fronte a malattie in stadio terminale o avanzato sin dal principio del film.

L’espediente narrativo utilizzato dalla Kassel non mina l’interesse o genera pesantezza, anzi favorisce la fluidità e ben indirizza lo spettatore sui motivi principali dell’opera. Che sono sempre quelli del riscatto, a ben guardare, e del raggiungimento – in linea con i principi primi della Costituzione e della filosofia americana – della tanto agognata felicità. Si può trovare la felicità pur andando incontro alla morte? Secondo la pellicola in questione sembra di sì, trovando in sostanza una sorta di pace con il proprio sé  favorita in qualche modo dalla consapevolezza della fine imminente, pur tra le inevitabili difficoltà. Ma non è questo il punto.

Il punto è che dopo una prima mezz’ora di buon ritmo e interesse il film, man mano che si consolida il rapporto sentimentale tra medico e paziente, scade nel banale e nello scopertamente consolatorio. Anche gli intermezzi onirici, che rispolverano una Whoopi Goldberg sempre uguale a sé stessa, sono assai infantili e soprattutto fin troppo leggeri e stridenti, visto il tema trattato. Va bene la leggerezza, certo, ma quando non crea cortocircuiti visivo-narrativi, quando trova la giusta amalgama con gli elementi di un dramma che, per quanto stemperato e ben interiorizzato, resta sempre grave come ce ne possono essere pochi altri, considerando la giovane età della protagonista e la malattia aggressiva. Ecco che a lungo andare il film perde in misura, oltre a cedere alla prevedibilità, e anche le prove dei noti personaggi sulla ribalta non aiuta più di tanto una pellicola che nella seconda parte si avvita palesemente su stessa.

Kate Hudson (Almost Famous – Quasi famosi) è al solito brillante e di buona presenza scenica, ma non va oltre il già visto; sprecato, invece, risulta il messicano Gael Garcia Bernal (La mala educacion), un po’ ingessato e fuori parte, più a suo agio in ruoli ambigui e maledetti; di buon mestiere il resto del cast, tra cui riconoscerete Kathy Bates (Misery non deve morire) e Treat Williams (L’estate di Martino), che rimane però sulla linea dell’ordinaria amministrazione richiesta. Qualche curiosità invece, è possibile trovarla in merito alla genesi della pellicola.

Il produttore John Davis ha ricevuto la sceneggiatura del film per puro caso: mentre stava aspettando un suo amico all’Hotel Four Seasons di Los Angeles, il produttore si trovò a chiacchierare con una donna seduta accanto a lui. Quella donna era la sceneggiatrice Gren Wells, che aveva con sé lo script in questione: a Davis la storia piacque subito molto. Le lacrime, alla fine, arrivano, puntuali e inevitabili come le si attendevano, ma sono più che altro un riflesso condizionato cui lo spettatore va naturalmente incontro per aver scelto di seguire la storia fino in fondo. Niente che inneschi una vera riflessione sul senso della vita e sulla caducità degli affetti più che del corpo, obiettivo nemmeno troppo velato di una sceneggiatura un po’ grossolana e semplicistica anche per il genere.

Federico Magi


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