Monti. Cosa aspettarsi dai servi della servitù?

Meet the new boss, same as the old boss
We don’t get fooled again
The Who

Qualcuno tempo fa disse: «La nazione, intesa nel suo complesso di forze politico-morali, non può prescindere dal destino delle moltitudini che lavorano, poiché il suo interesse immediato e mediato è di inserirle nel suo organismo e nella sua storia». Oggi giorno, uno così non c’è e ci manca.

L’unico mercato a cui crediamo, è quello che si svolge nelle piazze dei nostri paesi e nei rioni delle nostre città. Lì la contrattazione tra domanda e offerta è reale e demandata alle sole capacità di scelta e trattativa tra le persone. Se il pesce è fresco, lo pago e lo compro, altrimenti rimane lì dov’è, alla peggio passerà qualche cinese che lo riproporrà sotto forma di sushi nel proprio ristorante giapponese a qualche babbeo che crederà di aver fatto l’affare spendendo 10 euro per antipasto primo secondo bevande e sakè. Questo e solo questo dovrebbe essere il mercato.

Secondo le anime pure della stampa borghese, il passaggio dal governo Berlusconi al governo Monti, avrebbe portato automaticamente alla pace degli spread e alla fine della speculazione finanziaria sulla nostra Nazione. E’ bastato un sussurro sul presunto declassamento del rating francese per scatenare l’ennesima orgia finanziaria sulla borsa milanese, con un crollo, alla chiusura del 21 novembre, del 4,74%. Il giorno seguente il differenziale fra i titoli di stato tedeschi e italiani è salito di 20 punti, il 24 novembre si è addirittura superato nel corso della giornata il limite di 500 punti, limite che poi è stato definitivamente superato alla chiusura di venerdì: evidentemente la credibilità della nostra Nazione non veniva misurata sul numero di “bunga bunga” del nostro ex premier, ma su parametri finanziari ed economici più misurabili, ovvero il disavanzo fra debito pubblico e il PIL. Non è un mistero che il deficit negativo del bilancio nazionale sia uno dei mali noti della nostra povera Patria, è però evidente che ci sia uno zampino diabolico in ciò che sta succedendo negli ultimi mesi.

In un’economia globale, fortemente suggestionata da crisi di nervi e facili entusiasmi, la debolezza strutturale della nostra economia è stata messa in risalto dai rapporti che le agenzie di rating americane hanno stilato nei nostri confronti, manifestando una forte preoccupazione sulla solvibilità dei nostri conti nei confronti dei creditori. Una volta questi creditori erano principalmente le famiglie italiane, oggi, il debito pubblico, è finito per la maggior parte nelle mani di, banche d’affari,fondi di investimento e stati esteri, creando così le opportunità di ricatto che hanno costretto il governo Berlusconi prima e Monti poi, a varare misure finanziarie socialmente devastanti per raggiungere il pareggio di bilancio entro la fine dell’anno prossimo.

Queste misure le conosciamo tutti e sappiamo anche che non andranno a colpire strutturalmente gli sprechi né serviranno a rilanciare la produttività di una Nazione al collasso, ma succhieranno soldi e risorse alle famiglie, ai lavoratori, alle piccole e medie aziende, che sono le mura portanti della nostra economia, dismettendo patrimoni pubblici, aumentando le tasse, smantellando lo stato sociale.

Ma ne vale la pena (in tutti i sensi)? Ma soprattutto: perché? A chi giova? Il timore di un possibile fallimento italiano risiede in dati economici conosciuti e non da questa estate. Questi parametri, però, con precisione chirurgica sono stati evidenziati spietatamente nel pieno marasma di una tempesta economica che sta aggredendo l’Europa intera. Prima sono state colpite Irlanda e Islanda, poi Portogallo, Grecia e Spagna, ora l’Italia (e dopo che il fu ministro dell’economia Tremonti aveva già pianificato il pareggio di bilancio per il 2013 con una manovra sanguinosa ma meno devastante delle tre successive, approvata dai boiardi della UE!), domani toccherà, probabilmente, a Belgio e Francia. Di fatto, tutta l’Europa è sotto l’attacco della speculazione internazionale, che ha molto del vampirismo economico, ma nasconde anche qualcosa di politico.

Non è infatti un caso che i terremoti borsistici e i dubbi sulla solvibilità degli stati, nascano dalle relazioni stilate dalle tre agenzie di rating americane, società private i cui finanziatori sono banche e fondi di investimento, gli stessi che nel 2008 avevano causato la peggior crisi economica dal 1929, di cui ancora adesso stiamo pagando le conseguenze, con la differenza che allora i fallimenti erano tra le banche e i fondi di investimento stessi, mentre oggi i fallimenti riguardano gli Stati e quindi coinvolgono le popolazioni.

Non è nemmeno un caso che a governare oggi la Grecia e l’Italia ci siano rispettivamente un ex vice presidente della BCE e un ex Commissario della UE ed ex International Advisor di Goldman Sachs. Goldman Sachs che è bene ricordare essere la più grande banca d’affari al mondo e che ha speculato abbondantemente sulla crisi dei mutui sub prime (fonte The Times), che investito nel debito della Grecia aiutando il governo greco a nascondere le reali condizioni del proprio debito pubblico, infine speculandoci sopra (fonte Der Spiegel); la stessa che nei giorni scorsi ha messo in moto l’ondata di speculazioni che in pochissimo tempo innalzato artificialmente lo spread tra i BTP e quelli dei cugini tedeschi (fonte Milano Finanza), decidendo chi dovesse salire a Palazzo Chigi.

Non a caso la stessa banca d’affari il 16 aprile del 2010 è stata incriminata per frode dalla SEC, l’ente statunitense preposto alla vigilanza della borsa valori (una sorta di CONSOB americana). Insomma, «uomini Goldman Sachs innescano la crisi, uomini Goldman Sachs si propongono per risolverla» (comunicato del Foro 753 del 14 novembre 2011).

La debolezza strutturale di alcune nazioni è stata quindi spietatamente usata per lanciare un’offensiva economica e politica ai danni di alcuni stati europei con vista all’orizzonte sull’intera Unione Europea, mettendone a rischio la sopravvivenza stessa. Non sarebbe neanche un male se nonché i conti verrebbero fatti pagare non ai colpevoli, ma alle vittime.

L’Unione Europea è un’entità monetaria e basta. Non ha istituzioni politiche serie, non ha una visione storica della sua missione, non ha basi culturali comuni e radicali. La sua esistenza è funzionale solo ad un sistema bancario e finanziario auto-referenziale. Lo dicevamo inascoltati e sbeffeggiati già 20 anni fa e infatti, purtroppo, tutti i nostri timori si stanno rivelando esatti se non addirittura peggiori di quello che ci si poteva immaginare.

Oggi sarebbe facile rinfacciare le nostre posizioni con la fastidiosa cantilena della motoretta del cartone animato “Chopper e la sua banda” (te l’avevo detto io, te l’avevo detto io!), se non fosse che anche noi siamo su questa barca alla deriva, con un presente grigio e un futuro prossimo venturo peggiore, perché chi dovrebbe traghettarci fuori dalla crisi, altro non è che un servo di quelle istituzioni malate che stanno indietreggiando e favorendo la distruzione sociale dei popoli europei.

Se nel 2008 la crisi aveva colpito le banche e i fondi di investimento, a causa della loro stessa ingordigia drogata dagli algoritmi finanziari, oggi, come per magia, sono le stesse banche e fondi di investimento che hanno ribaltato la frittata scaricando le proprie colpe sulle Nazioni europee.

Il dramma di tutto ciò è che non esiste attualmente al mondo una figura politica, umana, giuridica, politica o istituzionale, che sia in grado di opporsi a questa macelleria organizzata. Tutt’al più, screditando ulteriormente l’inutile Parlamento Europeo, i primi ministri Francia, Germania e ora Italia si limitano a incontri bi-trilaterali nei quali si discute di nulla e si partoriscono ipotesi di improbabili patti di stabilità, unioni fiscali e armonizzazioni delle politiche di bilancio.

Cosa ci si può aspettare, d’altronde, dai servi della servitù?

Alessandro Cappelletti

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