Mario Monti e la sinistra che non c’è più…

La crisi dei mercati, il balzare in alto dello spread, la risolutezza dell’Unione Europea che ha chiesto in tutte le maniere a Berlusconi di farsi da parte, ha colto di sorpresa non soltanto il vecchio governo di centrodestra ma anche l’intero centrosinistra. Bersani ha detto di voler votare un governo tecnico perché non sarebbe stato nobile «vincere passeggiando sulle macerie». Una frase a effetto, metaforica anche se un po’ macabra, che potrebbe  far pensare ad un altissimo senso dello Stato, se non fosse per un sospetto strisciante: non è forse stato più facile cedere il passo ad un governo tecnico con un mandato massimo di un anno e mezzo, che mettere d’accordo l’intera coalizione per un governo che si sarebbe trovato davanti dei compiti troppo gravosi? Perché a stare alle dichiarazioni rilasciate in questi giorni, sembra che l’accordo, al di là dei buoni auspici proclamati qua e là in giro per l’Italia, non ci sia.Nemmeno sul tanto agognato governo tecnico. Se Bersani dice che Monti deve governare fin quando non avrà messo a posto i conti e fatto le riforme che mancano, di fatto non escludendo che si possa arrivare anche a fine mandato, Di Pietro sostiene che il governo Monti deve essere a breve termine, per arrivare alle elezioni quanto prima. Vendola invece appoggia Monti – fuori dal Parlamento – però a condizione che adotti delle misure che per una volta penalizzino i più ricchi a favore dei più poveri. Tre partiti e tre posizioni differenti. Alla faccia della passeggiata sulle macerie. Vien da pensare ad un centrosinistra a tre velocità.

Le macerie di cui parla Bersani ci sono già e non si sono formate da un giorno all’altro. E’ probabile che proprio queste macerie, causate da un malgoverno che dura da circa 20 anni, abbiano garantito un presunto consenso di maggioranza assoluta al centrosinistra. Presunto perché si parla sempre in base a maledettissimi sondaggi. Bersani e i suoi alleati hanno giocato di rimessa: più Berlusconi era immobile, sbagliava e faceva gaffes in giro per il Mondo, più loro potevano passare a raccogliere nuovi consensi. E, nonostante tutto, i sondaggi attestano il Pd ancora ben al di sotto del 33-34% che ha raccolto Veltroni alle ultime politiche. Alla faccia del voto utile. La colpa di questo dato evidente, nel tempo, è stata data un po’ a tutto: dalla protesta del Movimento a 5 Stelle alla forza d’attrazione costituita dal Terzo Polo, per non parlare del giustizialismo dipietrista e del fascino affabulatore di Nichi Vendola. Poco ci si è concentrati su quanto il berlusconismo, da venti anni a questa parte, abbia influito sulla trasformazione dei partiti di centrosinistra.

Partiamo dalla fine: il governo Monti appunto. L’unico precedente in cui forze di centrosinistra, all’epoca Psi e Pds, hanno appoggiato un banchiere come Presidente del Consiglio è stato all’epoca del governo Ciampi. Durò poco più di un anno: dall’Aprile 1993 in cui venne dato l’incarico al Maggio 1994 quando cedette il posto al nuovo governo eletto nelle elezioni. Nello stesso anno Ayrton Senna moriva in un incidente a San Marino, Mandela diventava il primo presidente nero del Sudafrica e a Casal di Principe veniva assassinato don Giusppe Diana. Ma ce lo ricordiamo tutti perché segnò l’avvento di Silvio Berlusconi, Forza Italia e tutto il resto che adesso conosciamo sin troppo bene. Non c’era ancora l’euro, anche se i mercati stavano già giocando con la lira e le azioni di Milano. Si viveva comunque un’altra gravissima crisi: si era in piena Tangentopoli, da lì a poco si sarebbe sfaldata la Prima Repubblica. E c’erano sempre i banchieri. Insieme alla sinistra. Occhetto non si faceva scrupoli a «passeggiare sulle macerie» e parlava addirittura di «gioiosa macchina da guerra». I sondaggi davano i progressisti vincenti a mani basse, ma alle elezioni non ottennero la maggioranza perché Forza Italia esordì con uno strabiliante 30%. Rifondazione comunista che non era stata al gioco del governo di responsabilità prese il 6%.

E’ l’inizio della mutazione. La sconfitta del 1994 è entrata nel mito di una sinistra che non è stata più la stessa. Tanto era sicura prima, al punto da essere quasi strafottente, quanto è stata insicura dopo, sempre alla ricerca della sua identità, tanto da cambiare nome per ben 3 volte, quasi succube delle accuse provenienti dalla parte opposta. Ad oggi solo uno scarso 3% dell’elettorato si riconosce in un simbolo, la falce e il martello, che fino a 25 anni prima veniva votato da 10 milioni di persone. Eppure Berlusconi parla ancora dei comunisti e li vede ovunque. E i leader di centrosinistra prendono sempre più le distanze da un mondo che non c’è più. Pochissimi, dopo Tangentopoli, hanno il coraggio di definirsi ufficialmente socialisti o socialdemocratici. Si preferiscono termini generici come ‘sinistra’, ‘democratici’, ‘libertà’ fino ad arrivare ai ‘valori’. Scatole che vengono lasciate vuote appositamente. Così, all’occorrenza, è possibile metterci quel che si vuole. E’ una triste realtà, ma la sinistra s’è imparata a nascondersi, nelle parole e, di conseguenza, nelle proposte. Da garantista si è trasformata in giustizialista, da fervente sostenitrice dei diritti civili a vittima di continue mediazioni tra la componente cattolica e quella laica, da socialdemocratica o comunista a liberista. E a cascata si è passati dal lavoro fisso al lavoro flessibile, dalle nazionalizzazioni alle privatizzazioni, dalla piena occupazione alla disoccupazione fisiologica, dal 18 politico ai test d’ingresso, dall’accrescimento culturale delle classi lavoratrici ai finanziamenti alle scuole private, dallo sviluppo economico alla decrescita. Potrei continuare per ore, perché i punti nevralgici di questa trasformazione sono infiniti.

C’è stata però una guida. Sembrerà paradossale, ma Berlusconi e l’intero centrodestra sono stati il riferimento certo per un centrosinistra in cerca d’identità. Dal punto di vista della comunicazione, ad esempio. Si è passati dal linguaggio artefatto delle sezioni anni ’70 agli slogan secchi del 2000, con semplificazioni successive che hanno portato ad un impoverimento del linguaggio stesso. Senza parlare del culto del leader. Vendola, ad esempio, è a capo di un partito di cartone, ancora tutto da farsi, se mai si farà. Sarà forte in alcune grandi città, ma molto spesso è debole, se non inesistente. Per non parlare dell’Idv e di Di Pietro, che se l’avesse fatto Berlusconi di candidare il figlio al consiglio regionale della Lombardia, si sarebbe gridato allo scandalo. Così com’è successo con Renzo Bossi. Che se una cosa è sbagliata per principio, non conta se sei stato promosso o bocciato alla maturità. La cosa è sbagliata, punto e basta.

Sarà forse per questo che nei confronti del Cavaliere c’è sempre stata un po’ di soggezione. Guardate tutte le volte che i nostri leader hanno avuto pietà di lui. Di Pietro, nonostante faccia il sicuro in televisione, si sente perso senza di lui. Così D’Alema o Veltroni. E la Bindi, per non dimenticare Bersani stesso o Franceschini. E Renzi, Vendola, Civati, la Serracchiani. Che anche quando usano l’artifizio retorico “non parleremo di Berlusconi”, sempre a lui si riferiscono quando devono indicare qualcosa di sbagliato o qualcosa di giusto. “Noi non faremo come lui”, “noi faremo meglio di lui”, “noi avremmo avuto più senso dello Stato”, “noi non avremmo fatto queste figure davanti al Mondo”, “noi non siamo come lui”, “noi non abbiamo niente contro di lui”. Anche le primarie, mutuate, snaturandole, dagli Stati Uniti, sono diventate lo strumento per dimostrare che “noi non siamo come lui”. “Da noi gli elettori scelgono i leader, lui invece si impone su tutti gli altri”. Ed è pur vero che tra Firenze e la Puglia, Milano, Napoli e Cagliari, le primarie qualche volta hanno saputo dare un elemento di novità. Ma è anche vero che molto più spesso si rivelano un modo assai abile di conformare l’elettorato a decisioni prese dall’alto. Basti vedere quel che avviene a livello nazionale: prima Prodi e poi Veltroni, con le primarie per diventare il segretario del PD, sono stati eletti con percentuali bulgare. Senza reali avversari.

Dal 1994 ad oggi, Berlusconi è stato il metro di paragone dell’intero centrosinistra. E un po’ l’ha anche contaminato. Senza di lui sembrano tutti un po’ persi. E lui, forse pure per prenderli in giro, ha perfino detto che non si ricandiderà e che sarà Alfano a prendere il suo posto. Roba da far uscire la gente dai gangheri. Così, quando Napolitano ha provato a fare il nome di Monti, vien quasi da pensare che tutti abbiano tirato un sospiro di sollievo. Senza pensare alle conseguenze. Per loro stessi e per l’Italia intera.

Graziano Lanzidei

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