Governo Monti. Fenomenologia del sacrificio…

Il sostantivo ‘sacrificio’ è tra i più usati, nel linguaggio politico delle ultime settimane. E’ un termine forte, denso di significato, che rende subito chiaro il quadro di quello che potrà succedere. E’ quasi sempre declinato al plurale, e i più spiegano questo fenomeno col fatto che il singolare appartiene esclusivamente alla metafisica, alla religione. Il sacrificio è quello che veniva fatto una volta, sull’altare, rivolgendosi agli dei magari sgozzando un agnello o un cristiano; sacrifici sono quelli che è costretta a fare una famiglia per tirare avanti o che è costretto a imporre uno Stato per evitare il default. In realtà, vista la situazione d’emergenza, sembra che un solo sacrificio, per quanto grande, non possa bastare ed è per questo che viene utilizzato il plurale. Ne servono tanti, uno dietro l’altro, senza soluzione di continuità: i sacrifici, appunto. Come una mannaia calata dall’alto, che coglierà laddove deve cogliere, con buona pace di tutti quelli che scalpitano.

C’è ancora qualche politico, di quelli più attenti al marketing e alla comunicazione, che continua a parlare di ‘tagli’. Un termine asettico, adattabile a tante situazioni, e proprio per questo familiare. Un termine flessibile, perché il taglio può essere grande o piccolo, a seconda dell’esigenza. Addirittura esiste la spuntatina, almeno dal barbiere. E’ un taglio piccolo, quasi impercettibile. Così se uno sente tagli, e gli viene in mente il barbiere e la spuntatina, nemmeno si spaventa. “Che vuoi che sia”.

Ma quando un Presidente del Consiglio utilizza in ogni discorso ufficiale il sostantivo ‘sacrifici’, sappiamo tutti che c’è ben poco da scherzare. Soprattutto se si tratta di un incarico ‘tecnico’ e se questo Primo Ministro è stato chiamato, ‘coram populo’, proprio per sistemare i conti. Come si faceva una volta nell’antica Roma, quando in momenti di difficoltà venivano chiamati generali valorosi a gestire la ‘dittatura’. Allora si pensava anche all’ordine pubblico, alla condizione della plebe, ai barbari che premevano alle frontiere o alle provincie che non pagavano l’obolo. Ancora con Churchill, primo ministro del Regno Unito nel 1940, la valenza dell’incarico ‘speciale’ o ‘tecnico’ aveva ben altra valenza. Chamberlain si stava raccapezzando poco con i nazisti, sembrava quasi fosse loro amico, così venne chiamato il Bulldog, perché potesse sistemare le cose all’interno e i crucchi all’esterno. Così quello, galvanizzato dal momento e oberato dall’importanza dell’incarico, non usò mezzi termini e parlò subito di “lacrime e sangue”. Voleva essere chiaro, non lasciare nulla all’immaginazione, azzerare le speranze di chi pensava di farcela con facilità.

Adesso è diverso il contesto storico, niente barbari a premere alle frontiere – solo morti di fame sui barconi –, nessuna plebe in rivolta, niente guerra e zero nazisti. La minaccia è solo finanziaria. Non ci saranno milioni di persone che rischieranno di morire a causa di bombe e proiettili, giusto qualcuno in più che sarà costretto a morire di fame e di stenti. Alle porte infatti non ci sono gli spietati nazisti ma decine di banche avvelenate da titolo tossici e dello Stato sbagliato. Sarà per questo che Monti è rimasto sul vago. Ha detto che non chiederà lacrime e sangue agli italiani, ma sobri sacrifici. Eppure, nonostante tutta la compostezza di questo mondo, c’è da balzare sulle sedie al solo sentir proferire quella parola da un sacer-dote dell’economia e della finanza. E a saltare sono stati soprattutto quelli che, fino ad ora, li hanno sempre pagati, questi sacrifici: il Paese che amo definire ‘normale’.

Perché nonostante a dirlo sia stato un signore dalle spalle strette, dall’occhialino studiato, dalla capigliatura canuta, il sostantivo ‘sacrifici’ fa paura comunque, rappresenta qualcosa di grande e immenso, spesso di incomprensibile. Perché il sacrificio è:

E’ una condanna senza appello.

Se a dirlo è un governo tecnico a cui è stata votata la fiducia con il 90% dei consensi, hai poco da opporti e da chiedere lumi. Ho il sospetto che si tratti soltanto della conclusione di un percorso. E’ circa un lustro che si preparava il terreno in Italia alla logica del ‘taglio’, dello ‘spreco’, dei ‘sacrifici’. Berlusconi ha fatto finta di niente, perché dire ‘sacrifici’ o ‘tagli’, fa calare l’audience in televisione. Ma in privato chissà quante volte gliel’avranno detto i suoi, che gli italiani – mica lui – dovevano fare sacrifici. Piano piano hanno convinto tutti che fosse necessario, inevitabile. Tanto che quanto Monti ha usato quella parola – sacrifici appunto – prima al Senato e poi alla Camera, qualcuno avrà pure tirato un sospiro di sollievo. “E che ci voleva a dirlo”. Una piccola fessura nella diga che piano piano s’è sfaldata sempre più fino a diventare una voragine che ha poi travolto tutto, e tutti. Fateci caso, dalle forze di governo a quelle d’opposizione, per arrivare a quelle extraparlamentari, non ce n’è uno che non stia a pensare agli sprechi, a fare i conti agli enti pubblici fino al centesimo, a predicare l’utilizzo della carta riciclata, della carta già stampata, della carta da parati. Tanto il gioco è sempre lo stesso: si inizia  a parlare di tagli agli stipendi dei parlamentari e alle loro magnifiche prebende (e pensioni) e si finisce sempre con il taglio dei posti di lavori, dei ricercatori, dell’università, della scuola e degli ospedali. Tanto che spesso, la condanna senza appello sembra pure già scritta.

E’ una questione di fede.

Dei sacrifici si conosce il punto di partenza, ma è ignoto a tutti il punto d’arrivo. “Te devi fida’”, dicono a Roma. E’ molto facile – anche se impopolare – dire ‘sacrifici’ se tanto non c’è alcun obbligo, non bisogna garantire nessun risultato, non viene avvertito il dovere di stabilizzare a lungo la situazione. E se pure uno si sbaglia, com’è successo a tutti negli ultimi 50 anni, basta allargare le braccia e dire che ciai provato, che l’hai tentate tutte. “I sacrifici sono obbligatori, poi si vedrà”. Perché è capace pure che dopo i sacrifici di quest’anno, arrivino quelli dell’anno prossimo e poi quelli dell’anno ancora successivo. La classe politica, forse stufa che da mezzo secolo deve far la parte della cattiva, ha volontariamente abdicato al proprio ruolo, si è di fatto autocommissariata. “Monti pensaci tu”. E quello arriva, mette a posto i conti, in maniera tale da rassicurare le banche, e così loro ricominciano da capo. “Popolo bue” si diceva una volta. E vien da pensare che ad aver offerto questo popolo, bue non a caso, in sacrificio alle Banche è stata proprio la classe politica. Più per incompetenza che per altro. “Vedrai che porta bene” si saranno detti dopo aver votato la fiducia. Abramo col figlio ha avuto pietà, sentendo la voce divina, loro no.

Nella sua presunta eguaglianza, è profondamente ingiusto.

Perché teoricamente il sacrificio è destinato a colpire tutti: colpevoli e innocenti, spreconi e gran risparmiatori, operosi e fannulloni. Non importa chi sei stato in passato e cosa hai fatto, l’importante è che paghi tutto e subito. Soprattuto se te lo possono levare dalla busta paga. E se quei pochissimi che dichiarano più di 100 mila euro all’anno, si permettono di dire che la patrimoniale non la vogliono, che è roba da comunisti, che una cosa del genere non si è mai vista nemmeno ai tempi di Stalin, la classe media e bassa – che ormai sono quasi la stessa cosa – sta zitta e aspetta di controllare la prossima busta paga, di vedere quanto arriverà di bollette, di capire se il proprietario di casa aumenterà l’affitto e se ce la faranno ad arrivare alla terza settimana del mese. Gli evasori invece stanno zitti e alzano le spalle. “Beh, se c’è da pagare, paghiamo pure noi. Se Monti ha detto equità, che equità sia”. Tanto loro pagano l’infinitesima parte di quel che dovrebbero, che gl’importa. Che a dire equità si fa presto. Ma quale equità? L’eguaglianza vera c’è solo se a pagare sono tutti. Se rimane anche solo un furbo a vantarsi di aver evaso le tasse – magari fa il costruttore, ha una collezione di Mercedes e case sparse un po’ ovunque, ma dichiara quanto un impiegato – è difficile spiegare a tutti gli altri che i sacrifici devono essere fatti e che è cosa buona e giusta.

So che sono andato lungo, che sono stato prolisso ma non riesco a finire questo articolo se non ho messo tutte le carte in tavola. La classe politica attuale, quella che si è commissariata perché non in grado di affrontare la difficoltà, partendo da Berlusconi e passando dai vari Veltroni, Fini, D’Alema, Casini, Bersani, Rutelli, Vendola, Grillo – che è politico pure lui –, Di Pietro, Ferrero, Storace, Santanché, non può certo pensare di riprendere dove aveva lasciato: nel totale immobilismo, nel muro contro muro, nell’amministrazione ad personam o ad amicos o ad cooperativas, nella totale incompetenza e nell’assoluta mancanza di rinnovamento. Loro oggi, per interposta persona, pretendono da noi i sacrifici. Bene. Noi in cambio, un domani che l’emergenza sarà rientrata, pretendiamo lavoro, assistenza sanitaria, investimenti in formazione e ricerca, maggiori spese nella cultura. Magari ci auguriamo meno spese in azioni di guerra. Che fa rabbia pensare di dover fare sacrifici, anche perché nessuno ha intenzione di diminuire il numero di bombe o fucili o proiettili. I sacrifici hanno sempre avuto un senso pensando che possano servire a qualcosa, sennò rimangono soltanto rituali macabri. Roba da masochisti.

Graziano Lanzidei

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