Goldman Sachs Italia. Se Mario Monti è il salvatore della Patria

Berlusconi non s’è ancora dimesso, dice che lo farà dopo l’approvazione delle misure che gli sono state dettate dall’Europa. «L’ho promesso e non posso tirarmi indietro». Ha promesso pure un milione di posti di lavoro e invece… Qualcuno o qualcosa lo deve aver trasformato in uno scolaretto modello, uno di quelli che sentono il senso di responsabilità gravargli sulle spalle e che non pensano ad altro se non a portare a termine il proprio compito. Sarà stata forse la volontà di non dover sopportare più gli sguardi pieni d’ira della Merkel o l’ilarità di Sarkozy, che invece di pensare agli affari suoi, magari per consolarsi un po’, pensa a quelli del vicino d’Alpe. Forse sarà stata pure la figlia Marina che ogni giorno gli ripete di non mollare, o la voglia di contraddire il suo amico di sempre, Fedele Confalonieri, che ancora oggi, dopo 20 anni, gli rinfaccia quel giorno in cui insisteva per “scendere in campo” e lui gli diceva di no, che non conveniva, che non era una cosa possibile. «Ti massacreranno, vedrai».

E non aveva torto, perché in questi venti lunghissimi anni, l’hanno massacrato tutti: dalla magistratura ai giornali – tranne quelli suoi –, dai mercati ai Capi di Stato esteri, dai media d’Oltralpe, d’Oltremanica e d’Oltreoceano fino ai più sconosciuti blogger nostrani, dai vignettisti ai portatori d’acqua, dai sottopanza ai faccendieri, dalle veline alle escort, dai comici agli intellettuali, dai tifosi di curva – pure quelli del Milan – fino ai giocatori, ex allenatori, preti affaristi e San Raffaeli vari. Quando qualcuno non aveva niente da dire, prendeva in giro Berlusconi, i suoi vizi privati e pubblici, la sua totale inconsistenza governativa o qualche suo sottoposto particolarmente prono, e il gioco era fatto. Senza Berlusconi cosa avrebbe fatto, tanto per fare un esempio, Sabina Guzzanti?

Gli unici che si sono astenuti dal massacro sono proprio i politici. Quelli che dovevano schiumare rabbia, che dovevano inventarsi l’impossibile, che dovevano fare l’assalto ai banchi del governo. Non so se per spirito d’appartenenza o per scarso coraggio, ma si sono astenuti. Ne hanno dette di cotte e di crude certo, ripetendo fino alla noia la parola ‘dimissioni’ e addebitando a lui e ai suoi ogni colpa. Ma non hanno mai affondato il colpo. Ogni volta che Berlusconi s’è afflosciato sulla ginocchia, dopo aver caracollato a lungo a causa dei ripetuti colpi, invece di infliggere il colpo di grazia, si sono impietositi e l’hanno tirato su, dandogli il tempo di riprendersi. E’ successo tante volte, direttamente o indirettamente, e a sinistra non c’è stato uno che si sia astenuto da questa pratica. Da D’Alema a Veltroni, da Bertinotti a Vendola, passando per Renzi e chissà quanti altri ancora. Pure Di Pietro o Grillo, che dicono di essere distanti da atteggiamenti consociativi, appena possono una mano gliela danno sempre, volenti o nolenti.

Se proprio vogliamo essere analitici, i più cattivi con lui sono stati i suoi. Più erano vicini, più hanno pugnalato con forza. Poi dici Bruto e Giulio Cesare. Quelli che senza di lui non sarebbero stati nulla, sono quelli che ci hanno messo più cattiveria, che hanno insistito più a lungo, che se la sono andata a cercare con il lanternino. “Quoque tu, Gabriella” deve aver pensato quando ha visto la Carlucci astenersi. O Antonione. Che la Carlucci prima di venire illuminata sulla via di Forza Italia, era costretta a fare peripezie da circo pur di tenersi stretta quel po’ di audience che ancora le rimaneva. Senza parlare di Antonione che uno, appena sente il nome, dice “Antonione chi? Quello che giocava con la Fiorentina?”. E Buonfiglio? Che se uno ci parlava soltanto due mesi fa, sembrava il più antiberlusconiano di tutti, che in confronto Granata e Barbaro erano due possibilisti. E invece, ha fatto collezione di accuse di tradimento, prima di là e poi di qua per poi andarsele a riprendere di là. Da Premio Oscar. E mi astengo dal ripetere quello che hanno già detto tutti su Fini.

Tutti guardano con grande speranza a Napolitano. Se uno chiedesse in giro chi, oggi, è il primo antagonista del Presidente del Consiglio, tutti indicherebbero proprio il Presidente della Repubblica. Non che sia un particolare merito di Napolitano, perché la stessa cosa era successa con Scalfaro e poi con Ciampi. Il presidente della Repubblica, in queste crisi, diventa la chiave, l’architrave, il muro portante della Repubblica Italiana per reggere sotto i colpi dell’autoritarismo. Cosa si dice di Napolitano? Che prende le decisioni Costituzione alla mano, non si fa sfuggire nulla, è sempre vigile e attento. Dicono che controlli personalmente tutti gli articoli che lo riguardano e che sia pronto a sindacare sul punto o la virgola, se in qualche maniera non rendono lo stesso senso del suo comunicato. O Professor’, direbbero dalle sue parti. E pure l’aspetto fisico, l’austerità dei modi e la semplicità nei comportamenti, lo rendono simile ad uno di quei presidi di una volta, pieno di autorità, severo ma allo stesso tempo clemente, comprensivo ma ligio alle regole. Flessibile, ma non troppo.

Berlusconi, a cui si può dire tutto tranne che sia fesso, l’ha inquadrato benissimo e quello che, secondo tutti, dovrebbe essere il suo incubo peggiore, è in realtà il suo migliore alleato. Perché è proprio con lui che l’attuale Presidente del Consiglio va a trattare ogni volta, quando le cose in Parlamento si mettono male e l’opposizione frigna. Va da o’ professor’, così tratta qua e là, toglie da una parte e aggiunge dall’altra, e alla fine ottiene ciò che vuole o quantomeno ciò che può.

Un mio collega d’università, Simone, ai tempi in cui frequentavo giurisprudenza, mi insegnò una tattica per poter sperare di passare gli esami più ostici, quelli che un essere umano era costretto a ripetere decine di volte. La chiamava la tattica della Cassazione, forse deviato da tanti studi. In cosa consisteva? Generalmente eravamo interrogati – e bocciati – da assistenti non di ruolo, più spesso ricercatori o amanti della materia. Quando la bocciatura non era eclatante, quando pensavi di aver meritato un 18 o un 20 ma l’assistente s’era impuntato a non riconoscertelo, era necessario ricorrere alla Cassazione, cioè al Professore. “E’ un mio diritto” dovevi specificare, perché quelli ci provavano sempre a negartelo. “E il Professore non ti boccia ugualmente?” avevo provato a obiettare, ma Simone mi spiegò tranquillo che non era poi così sicuro. Il Professore deve dimostrare sempre di essere Professore, per cui ogni tanto era necessario dimostrare ai suoi sottoposti che si sbagliavano, che prendevano fischi per fiaschi, che non sapevano ancora fare bene il loro lavoro come lui, il Professore. Adottai questa tattica una volta sola, a Diritto Costituzionale. Me la cavai con un 19, l’assistente m’aveva presentato con tre punti interrogativi calcati e giganti.

E’ proprio questa la tattica di Berlusconi. La Cassazione. Quando le cose si fanno difficili, dice ai suoi oppositori: andiamo tutti da O’ Professor’, facciamo quello che dice lui. E quello qualche volta gli dà torto ma molto più spesso gli dà ragione, magari per dimostrare, a quelli che gli si genuflettono, che senza la sua saggezza non è poi possibile andare molto lontano. Che cazzo ne sanno Bersani, Veltroni, D’Alema e compagnia bella? E intanto Berlusconi incassa, poco, pochissimo, quasi niente, ma incassa. Tant’è che oggi non s’è dimesso. E che tutto sommato, se mai dovesse farlo, il Presidente della Repubblica ha già detto che si andrà ad elezioni, nei tempi previsti dalla legge. Primavera prossima? Ci avevano già pensato Berlusconi e Bossi, per darsi giusto il tempo per risalire un po’ nei sondaggi. Perché il dramma vero è che questo centrosinistra, è capace pure a perderle, le prossime elezioni.

Se il buon giorno si vede dal mattino, le cose non è che si mettano poi così bene. Il colpo di mano dei mercati è andato a buon fine e la politica continua a stare a zero. Zero proposte, zero vie d’uscita, zero alternative. In questi anni, il centrosinistra non è mai riuscito a proporre alternative credibili a Berlusconi. Forse Prodi, massacrato da due governi durati l’arco di un brindisi. Poi nemmeno un cavallo. E oggi il Salvatore della Patria, per l’opposizione ex comunista ed ex socialista, ha le sembianze del Magnifico Rettore della Bocconi: Mario Monti. Ha già iniziato il suo cursus honorum con la carica di senatore a vita, nominato in fretta e furia dallo stesso Napolitano. Il gioco è audace e astuto: lo nominiamo senatore a vita così non si potrà certo dire che il suo governo sarà un governo tecnico. Stai a vedere se entro la prossima settimana non ce lo troviamo a Palazzo Chigi, per il periodo che va da qui alle elezioni. Un tecnico, ex collaboratore della Goldman Sachs che farà quel che l’Europa ci chiede di fare ormai da tempo e che l’attuale maggioranza fa finta di non capire: cioè lacrime e sangue. E mentre il governo di salute pubblica si farà carico di un compito così difficile e impopolare, lui approfitterà per soffiare sul fuoco, per rivendicare che sotto di lui si stava meglio. Giusto il tempo di assicurarsi la sopravvivenza di Mediaset e il benessere della sua progenie. In pochi giorni, infatti, l’impero di Berlusconi ha perso qualcosa come 400 milioni di euro di capitalizzazione. Roba da far svenire persone in salute. Per questo arduo compito, è resuscitato pure Veltroni, che invece di andare in Africa è ancora in tournée per pontificare di politica. “Si fa così, si fa cosà”. Ha il compito di fare il can che abbaia e che poi, lo sanno tutti, non morde. Così mentre noi stiamo a pensare a quel che dicono i vari leader politici – da Fini a Casini, passando per Bersani e per Di Pietro che si oppone mai poi la sua base sta già chiedendo di aderire al governissimo – i capoccioni della Finanza globale capace che ci ripiazzano la Gelmini all’Istruzione e Nitto Palma alla Giustizia. Alla faccia del governo tecnico. E rispolvereranno, mi ci gioco qualsiasi cosa, un evergreen come Giuliano Amato – sembra possa prendere il Ministero degli Interni – e compagnia bella. Così un po’ tutti capiremo che l’unico interesse è quello di allineare l’Italia ai dettami della scuola di Chicago. I tempi del Cile di Pinochet o della Russia di Eltsin o della Cina di Piazza Tienanmen sono lontani, prima c’erano i colpi di Stato o i grandi sconvolgimenti per far passare riforme economiche epocali. Adesso basta una grande speculazione finanziaria. E noi che credevamo che il capitalismo fosse morto insieme alle altre grandi ideologie.

Visto che la sovranità popolare, di fatto, è esautorata, credo non sia necessario discutere, così come fa Fini anche oggi, di nuova legge elettorale.

Graziano Lanzidei

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