G. Ferrara. Memorie della Regia Marina

Pare che Adolf Hitler, con i russi ormai alle porte, abbia rivolto parole dure ai suoi generali accusandoli di aver boicottato la guerra su tutti i fronti. In particolare il fuhrer si crucciava di non aver seguito l’esempio di Stalin che, all’alba della seconda guerra mondiale, aveva provveduto a liquidare gli stati maggiori delle forze armate sovietiche.

Epurare i generali. Un’idea che ai vertici del Regime fascista dovrà essere passata per la testa in più di un’occasione, in particolare nei primi mesi di un conflitto che paleserà i personalismi di generali ed ammiragli, allievi di una vecchia scuola militare prettamente sabauda, fedelissimi esecutori degli ordini della monarchia e meno inclini a riceverne dal fascismo e dai suoi esponenti, nel torto e nella ragione.

Già, perché l’Italia di Mussolini, a differenza di URSS e Reich germanico, aveva seguito un altro corso, sottolineato peraltro dalla grande politologa Hanna Arendt nel suo Origini dei totalitarismi e ‘sbeffeggiato’, nei suoi diari, dal ministro della propaganda nazional socialista Joseph Goebbles. Il Fascismo nasceva come regime autoritario e non totalitario, mantenendo una dicotomia di poteri (Re-Duce) che si rivelò fallace in momenti in cui l’unità nazionale di popolo e forze armate avrebbe dovuto superare divisioni e differenti vedute.

Regia Marina e Regio Esercito erano legati a Vittorio Emanuele III non solo da ragioni prettamente politiche, quanto dal giuramento prestato nei confronti del monarca, capo dello Stato italiano.

La stessa aeronautica (promossa e sviluppata da Mussolini), dagli svettanti fasci stilizzati sulle ali dei suoi aeromobili, manteneva suo malgrado quell’appellativo di ‘Regia’. Arma gloriosa quanto sfortunata, causa grandi difficoltà di collegamento e coordinazione con la flotta, difficoltà che causarono più di un errore o di un incidente, anche mortale, agli aviatori e ai marinai: uno per tutti l’abbattimento di Italo Balbo e del suo equipaggio il 28 Giugno 1940.

Difficile, a più di sessant’anni dalla fine della guerra, delineare completamente quali fossero state le negligenze dei nostri comandanti in capo.

Alla fine del 2011 prova a fare un po’ di luce Memorie di un II Capo della Regia Marina di Giuseppe Ferrara (curato da Orazio FerraraAviani&Aviani Editori, Udine 2011) più di un semplice saggio di storia patria, bensì un resoconto dettagliato di un protagonista degli eventi, precipitosi e drammatici, che coinvolsero il nostro Paese, dall’intervento in Spagna a fianco di Francisco Franco, alla caduta di Pantelleria, primo passo dell’avanzata alleata in Italia.

Una testimonianza, dicevamo, di drammi ma anche di eroismi e tradimenti dimenticati da una storiografia a tratti agiografica o concentrata solo su alcuni avvenimenti, a grave scapito di altri.

Quando (erano gli anni Cinquanta) fu dato alle stampe Navi e poltrone di Antonio Trizzino, gli anziani comandanti della ormai dissolta Regia Marina accusarono l’autore di calunnia ed infamia nei loro confronti. In realtà Trizzino non aveva sbagliato a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sugli ufficiali regi, i cui personalismi ed opportunismi erano costati la vita a migliaia di soldati italiani, costretti a battaglie disperate, ripiegamenti precipitosi o lasciati senza ordini ed equipaggiamento. Un esempio eclatante fu la resistenza, eroica ma vana, di naveQuarnaro a Gaeta, nei convulsi giorni dell’Armistizio; o ancora l’inutile sacrificio dello stormo aero siluranti di stanza a Cagliari che, a due ore dal proclama Badoglio, fu costretto a librarsi in volo contro la flotta anglo americana a Salerno. Uno spaventoso e vergognoso sacrificio di bravi piloti.

Orazio Ferrara (che nel medesimo volume cura la parte relativa alla caduta di Pantelleria), chiama sul banco degli imputati Gino Pavia, ammiraglio comandante della piazzaforte siciliana di fronte alle coste tunisine.

Bombardamenti continui che, fino all’ 11 Giugno 1943 (giorno della resa), vessarono abitanti e militari dell’isola, non riuscirono tuttavia a fiaccare il morale di un avamposto che rifiutava di cadere in mani britanniche.

Ventimila tonnellate di bombe cadute su borgo ed aeroporto, nonché sul camposanto che, in una scena apocalittica, mostra i suoi morti proiettati fuori dai sepolcri. Eppure il desiderio è di resistere, ma non per retorica od obbedienza ad un fascismo ormai al collasso, quanto per non cedere ad un esercito nemico che, dal campo di aviazione isolano, avrebbe poi bombardato il resto della Penisola.

Un impegno civico e morale al quale gli italiani, seppur su fronti opposti, non si erano mai tirati indietro. Ancora vive erano le ferite di El Alamein e della caduta della Libia e il senso del dovere, di difendere la memoria di quei caduti, non lasciava scampo ad altre ipotesi.

Come a scrivere la storia sono i vincitori, a condurre le battaglie sono sempre i capi. Tre mesi più tardi, un’intera divisione italiana, la Acqui, sarà messa in scacco da un inspiegabile ritiro delle nostre truppe da Argostoli, inaspettato lascia passare per le Gebirgs Jager ed Alpen Jager germaniche che, dilagando sull’isola, cattureranno migliaia di prigioniera con estrema facilità.

Per un mese le postazioni anti navali e contraeree di Pantelleria vomitarono fuoco contro la Royal Navy, ma tutto fu vano: una bandiera bianca e una croce presso l’aeroporto e tommiesyankies poterono rapidamente cominciare a programmare l’attacco alla Sicilia, operazione Husky. Luci ed ombre anche su quest’ultima operazione, in particolar modo per il sostegno ricevuto da Cosa Nostra, palesatosi con depositi costieri esplosi o resi inutilizzabili.

Memorie di un II Capo della Regia Marina non nasce con fini apologetici, ma con lo scopo di essere piccolo tassello nella ricostruzione di una serie di avvenimenti che, seppure lontani nel tempo, hanno lasciato segni ancora tangibili sull’identità, la cultura e il passato del popolo italiano.

Marco Petrelli

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